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martedì 18 febbraio 2014

Come ti uccido (male) la balena

È stato pubblicato davvero pochi giorni fa, un articolo molto interessante di Michael J. Moore, che lavora per la Woods Hole Oceanographic Institution, negli Stati Uniti.
L'articolo affronta un argomento noto, la caccia alle balene, ma da un punto di vista molto particolare. Lo si capisce già dal titolo "Cibo per la mente. Come tutti noi uccidiamo le balene".
Sentiamo, leggiamo e discutiamo spesso di come alcune nazioni, in particolare Giappone, Islanda e Norvegia, continuino a cacciare le balene. Le critichiamo ferocemente, e giustamente, ed esprimiamo giudizi negativi su questa pratica che riteniamo barbara, ed è condannata dal "tutto il mondo".
Cosa ci fa così indignare, della baleneria? Intanto, che incide su popolazioni di animali, appunto i grandi misticeti, che sappiamo essere stati portati sull'orlo dell'estinzione anche a causa di questa caccia indiscriminata, ma non solo da questa.
Inoltre ne facciamo anche una questione di etica e di benessere animale: la baleneria, molto più in passato, ma anche oggi, usa tecniche che recano sofferenze agli animali che vengono colpiti dagli arpioni. E che possono impiegare diverso tempo per morire, anche quando non sono catturati, ma fuggono portandosi l'arpione in corpo per giorni .

Abbiamo dunque una questione di conservazione e una legata alla morale. Ebbene l'autore ci dice chiaramente che dovremmo avere lo stesso tipo di preoccupazioni anche per altre attività che incidono allo stesso modo sulle grandi balene. Lui ne nomina diverse - collisioni con le imbarcazioni, inquinamento acustico, inquinamento chimico, eccetera - ma ne porta alla nostra attenzione una in particolare. Parla delle reti fisse, cioè quelle reti lasciate in mare distese a pescare, anche per giorni, e poi salpate periodicamente da grandi imbarcazioni. Noi sappiamo che queste reti, se piazzate in aree frequentate alle balene, hanno una certa probabilità (un'alta probabilità, in certe zone) di catturare le balene stesse, portandole spesso alla morte e comunque con effetti molto pesanti anche sul loro benessere.
I numeri che raccontano questo problema sono scioccanti e, per quanto mi riguarda, anche del tutto inaspettati. La mortalità di cetacei causata dalla cattura accidentale in strumenti da pesca ammonta probabilmente a centinaia di migliaia di individui all'anno. È in questo conto quasi sicuramente sono sottostimati i numeri relativi ai grandi cetacei, balene e balenottere; questi animali infatti spesso sono abbastanza forti e grandi da riuscire a liberarsi dalla rete, ma solo per allontanarsi con ampi lembi della stessa fermamente impigliati e attorcigliati a parti del loro corpo. Noi non troviamo queste balene impigliate nelle reti, ma molte di queste probabilmente vanno a morire da un'altra parte. Conoscere quante balene muoiono per questo è quasi impossibile: spesso le grandi balene vanno a fondo o muoiono al largo, in ogni caso lontano dai nostri occhi.

In uno studio condotto sulle coste orientali del Nord America su 323 individui di otto specie di grandi cetacei, la causa di morte più comune è risultata proprio l'intrappolamento nelle reti. In un lavoro pubblicato nel 2012 su documenti fotografici raccolti in Nord Atlantico dal 1980 al 2009 sulle balene franche, si è visto come l'incontro con le reti è praticamente una certezza nella vita di ogni balena. Su 626 individui ben 519 erano stati almeno una volta rimasti impigliati in una rete, ne portavano i segni, e di questi addirittura 306, due o più volte. L'incidenza del fenomeno colpisce più i giovani degli adulti.

Come si vede, per quello che riguarda il discorso della conservazione, i numeri sono più che preoccupanti.
E per quanto riguarda il benessere animale la situazione non è più allegra. Una balena impigliata in una rete e che se ne va trascinandosi dietro la rete stessa o parte di questa, può metterci fino a sei mesi a morire. Una balena cacciata o colpita da una nave muore in tempi molto più rapidi. Gli animali con pezzi di rete addosso possono provocarsi ferite profonde, ampie incisioni che non si chiudono mai ma anzi che con il tempo peggiorano, con le lenze e cordame che continuano a scavare pelle, grasso e muscoli. Inoltre, la balena consuma molta più energia dovendosi trascinare dietro questo peso ulteriore, e per di più con ferite e lesioni debilitanti; vedrà diminuire la sua forza e la sua energia lentamente, con il passare dei giorni, fino alla morte certa ma decisamente lenta.

Il merito di questo articolo, di questo "cibo per la mente", di Moore, è quello di farci aprire gli occhi su questioni che hanno impatti devastanti uguali se non peggiori a quelli causati dalla baleneria, ma che quasi mai saltano agli onori della cronaca, nè vengono messi in discussione da nazioni che non praticano questi tipi di pesca, e che non giudicano come invece facciamo noi rispetto alle nazioni baleniere.
Moore conclude che ogni tipo di caccia alle balene, e non solo la baleneria vera e propria, deve essere attentamente valutata e tenuta sotto controllo. È praticamente impossibile dargli torto.


ResearchBlogging.orgMichael J. Moore (2014). Food for Thought. How we all kill whales ICES Journal of Marine Science DOI: 10.1093/icesjms/fsu008

martedì 20 agosto 2013

Scimpanzé e delfini: cervelli fini

Questo libro è uscito nel 2008, negli Stati Uniti, e mi aveva subito incuriosito. Mi ero ripromesso di leggerlo, ma ho sempre rimandato l'acquisto. 
La copertina, così "seriosa" mi faceva pensare a un libro molto tecnico, per addetti ai lavori, non divulgativo. Dunque, essendo anche in inglese (non è mai stato tradotto in Italia) lasciavo la sua lettura per momenti più tranquilli, che poi non arrivavano mai.
Infine, in questa estate di letture e conferenze (anche sull'intelligenza dei delfini) ecco che mi è tornato in mente e finalmente l'ho comprato e letto.

Sorpresa! E' un volumetto di dimensioni tascabili, di circa 300 pagine. Ed è divulgativo. Una divulgazione seria, precisa, rigorosa ma mai pesante. Un libro che si legge molto gradevolmente. 
Gli autori, Maddalena Bearzi (italiana trapiantata in California, ha scritto anche questo) per i delfini e Craig B. Stanford per gli scimpanzé (ma anche gorilla, oranghi e bonobo), raccontano di questi straordinari animali, in modo parallelo (come dice il sottotitolo). I capitoli sono praticamente divisi a metà, scimmie e delfini, e affrontano argomenti che mostrano le caratteristiche sociali, le capacità cognitive, comunicative e culturali di questi due mammiferi, così lontani dal punto di vista evolutivo, ma sorprendentemente così simili per il modo in cui, tramite un'intelligenza di prim'ordine, sono riusciti ad adattarsi ai loro rispettivi ambienti. Il mare e la foresta, i delfini e gli scimpanzé. 

"Beautiful minds. The parallel lives of great apes and dolphins" è una piacevole passeggiata, ricca di sorprese e scoperte emozionanti, sbirciando qua e là nella vita di animali che rappresentano così tanto per l'essere umano, non solo come specie "totem", ma anche come specchio di noi stessi. 
Il libro vi porterà ad entusiasmarvi sempre di più, e a meravigliarvi di quanto via via scoprirete su queste creature, salvo poi, alla fine, lasciarvi nella tristezza e nell'indignazione per quello che stiamo facendo loro e al loro ambiente.
Sapere cosa stiamo perdendo fa ancora più male, ma forse aiuta ad essere maggiormente consapevoli che siamo solo una specie tra le specie. Siamo ancora in tempo?

venerdì 16 agosto 2013

Sorriso di squalo

Per le due conferenze di questi giorni a Museo della Marineria di Cesenatico (a proposito, stasera secondo incontro: Il Mare che non ti Aspetti), ho tenuto i contatti con una collaboratrice del Museo stesso: Elisa Mazzoli. Lei fa un sacco di cose con i più piccoli: scrive libri, organizza serate e incontri, legge e racconta storie. Questo è il suo blog
Appena presi i contatti, più di un mese fa, molto carinamente mi ha mandato un suo libro, "Sorriso di Squalo", visto che il mio primo incontro sarebbe stato sugli squali. Io ne ho letto un po' qua e là, poi l'ho messo via con l'intento di leggerlo insieme a mio figlio di 6 anni.
Ma, dopo la conferenza di venerdì scorso sugli squali, e dopo avere conosciuto Elisa, mi è tornato in mente e così la mattina dopo l'ho iniziato e finito (è un libro per bambini).
Mi è piaciuto molto. La storia è delicata, leggera e dolce, e gli squali entrano nel racconto molte volte, ma quasi a piccoli passi. Non danno mai l'impressione di esserne i protagonisti. Eppure si parla di loro, di come sono fatti, come vivono, e anche di problemi terribili, come il finning (ne ho scritto tante volte, per esempio qua). Insomma piccole e vitali informazioni che i bambini raccolgono seguendo e appassionandosi alla storia, che ha molti spunti carini e dunque coinvolge.
Alla fine c'è persino un personaggio che si chiama Pippo, che "parla e ricorda, e quasi piange quando pensa alla prima tartaruga che ha curato e rilasciato in mare...".

Insomma, il libro vale la pena leggerlo e farlo leggere ai vostri bambini, e io ho voluto approfondire il discorso con Elisa, a cui ho rivolto qualche domanda.

Come ti è venuta l'idea del libro, perché proprio gli squali?
L’editore Coccole Books di Cosenza ha creato una collana di libri di narrativa per bambini, la Coccole Green, tutta dedicata agli animali in pericolo di estinzione. Conoscendo l’ambiente in cui vivo e lavoro, mi hanno chiesto di scrivere un racconto su un animale marino. Io ho scelto subito lo squalo, paragonandolo a tanti bambini che incontro nelle mie esperienze di narratrice e mediatrice culturale per l’infanzia. Bambini che terrorizzano gli altri bambini e gli adulti per il loro essere diversi, ma di cui in realtà non si conosce abbastanza: se si facesse lo sforzo di ascoltarli per capire i loro bisogni e le loro qualità, allora non si manifesterebbero nei loro confronti tanta paura e tanto scherno.
Nel mio piccolo romanzo ci sono due ambientazioni: il fondo del mare dove si svolge la vita di un cucciolo di squalo e della sua mamma, e il mondo terrestre dove la protagonista Greta e il suo nuovo amico Danilo si appassionano di squali, e studiano e cercano e scoprono fino ad arrivare alla conclusione che il vero terrore dei mari non è lo squalo...

Quanto è difficile (o facile) scrivere o raccontare storie per i ragazzini?
Scrivere per bambini non è semplice. Fino ad ora ho scritto una trentina di pubblicazioni tutte per loro (età di riferimento 2-11 anni). Per me questo lavoro è facile nel senso che non ne potrei fare a meno, è quello che mi piace fare da sempre, sin da quando ero piccina sono appassionatissima di lettura e di libri; ma è anche difficile nel senso che è impegnativo, è un mestiere serio perché mi rivolgo a persone che sbocciano, che stanno conoscendo se stesse e il mondo, e devo e voglio essere spiritosa, avvincente, simpatica, ma anche profonda, onesta e leale.
Per aspirare ad essere tutte queste cose bisogna impegnarsi ed esercitarsi molto, confrontandosi quotidianamente con i destinatari delle scritture, i bambini e i ragazzi, a cui non è necessario chiedere di essere sinceri nel loro giudizio: loro sono la bocca della verità, e se hai creato una storia che non li convince te lo dicono immediatamente e senza mezzi termini.

Stiamo facendo abbastanza? Scrivere, parlare, fare divulgazione e educazione basterà a garantirci nuove generazione più consapevoli e più rispettose dell'ambiente?
Credo che stiamo facendo ciò che è necessario, e che se scegliamo il mestiere di educatore e di divulgatore dobbiamo sempre farci la domanda: stiamo rispettando coloro che ci ascoltano e che ci leggono? Siamo onesti con noi stessi e con gli altri? Abbiamo comportamenti coerenti con il messaggio che cerchiamo di trasmettere?
Credo anche che la buona divulgazione si debba accompagnare ad una pratica alta e illuminata di educazione, perché il ruolo principale nel formare le nuove generazioni è quello dei genitori, esempio fortissimo, primario e decisivo per la formazione di qualsiasi individuo.


venerdì 9 agosto 2013

Squali sul Corriere

Ieri, un bell'articolo di Andrea Rinalidi, sulla pagine bolognesi del Corriere della Sera, sulla conferenza che terrò stasera al Museo della Marineria di Cesenatico. Ingresso libero, non mancate!


martedì 23 aprile 2013

La cattura

Non ho mai scritto, né iniziato, un romanzo in vita mia. E neppure racconti. Non so nemmeno se sono capace di cimentarmi con la scrittura creativa.
Qualche anno fa però volevo provare a raccontare, pensando a dei lettori ragazzi o bambini, cosa può voler dire, per una tartaruga marina, essere catturata in una rete. E l'ho fatto appunto in forma di racconto, e dal punto di vista della tartaruga stessa.
Il racconto, breve, si chiama "La cattura", e potete leggerlo qui.

Nelle settimane scorse il racconto è stato letto, grazie alla collaborazione con il CEA "La Marina Ecoidee", in una scuola dell'infanzia e in una prima elementare di Porto San Giorgio. I bambini hanno fatto poi molti disegni ispirati alla mia storia. Il che mi ha reso molto più orgoglioso che non se avessi vinto un premio letterario.
La loro insegnante, insieme ad altre colleghe, ne ha infine ricavato un video, che potete vedere qui sotto.
Io non posso che ringraziarli di questo grande onore che mi hanno concesso e lo farò presto con una lettera.




giovedì 17 gennaio 2013

La Voce del Mare


A marzo del 2011 nasceva la rivista on-line Scienze-Naturali.it. Era, ed è, un'iniziativa di un gruppo di giovani, diversi dei quali ancora studenti. Io lessi una loro richiesta di ricerca di collaboratori e decisi di dare una mano scrivendo diversi articoli (allora, e tuttora, a titolo gratuito).

Ho visto crescere quella rivista a poco a poco fino a diventare quello che è oggi: un magazine con migliaia di lettori e con oltre 23.000 appassionati che la seguono su Facebook

Era da tempo che pensavo di realizzare una rivista on-line dedicata al mare, e la collaborazione con questi ragazzi, la loro passione e voglia di fare, mi hanno dato finalmente la possibilità di concretizzare questa idea. In realtà il grosso del lavoro è loro, io faccio più o meno da... chioccia (acquatica naturalmente), e ovviamente da redattore.

Ecco dunque Mare Mag. La Voce del Mare. L'inaugurazione è prevista per domenica 20 gennaio all'indirizzo www.maremag.it. Parleremo di biodiversità, oceanografia, conservazione, news, approfondimenti, ricerche, scoperte, letture e curiosità.

MareMag nasce come magazine indipendente. Non chiederemo finanziamenti pubblici (anche se prima o poi probabilmente la registreremo al Tribunale) e non ospiteremo nemmeno pubblicità. Le persone che collaboreranno lo faranno in maniera volontaria. Puntiamo a contenuti di qualità, e Mare Mag sarà anche un luogo di formazione in cui i redattori si metteranno in gioco e alla prova, ottenendo in cambio visibilità, e possibilità di esprimersi.

Anche voi, che state leggendo, se e quando vorrete aiutarci con contributi e articoli, le porte sono sempre aperte. Ci darete passione e contenuti, e noi visibilità e lettori appassionati. Scrivete a direzionemm[at]gmail.com se volete proporvi. Mettetevi in gioco!

In ogni caso, speriamo di avervi tra i nostri lettori.

A presto, su Mare Mag.

sabato 5 gennaio 2013

La finta marcia indietro sui cambiamenti climatici

Il prossimo report dell'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), cioè il gruppo di esperti internazionali che studiano e ci informano su tutto quanto è correlato ai cambiamenti climatici, è previsto per settembre 2013. L'ultimo era stato pubblicato nel 2007, e dunque l'attesa è comprensibilmente alta.
Ci saranno novità, rispetto a quanto previsto quasi 6 anni prima? E, visto che sarà quasi sicuramente così (la scienza è in continua evoluzione, quella che studia i fattori climatici ancora di più), saranno buone o cattive?

L'attesa dei risultati è, come dicevo, talmente alta che qualcosa, in rete, ovviamente, è già trapelato. E' stato infatti pubblicato online, il 13 dicembre scorso, senza autorizzazione, una prima bozza di lavoro del report. Il "colpevole" è Alec Rawls, un blogger americano. L'IPCC non l'ha presa bene, e invita a prendere con cautela le conclusioni di quella bozza, perché appunto si tratta di un work in progress.

La pubblicazione di quel draft ha scosso l'ambiente scientifico e ha fatto il giro del mondo. Perchè? Perchè conterrebbe alcuni "passi indietro" dell'IPCC riguardo a i cambiamenti climatici, che hanno ovviamente dato forza e vigore a tutti gli scettici che non credono nel riscaldamento globale, o almeno non credono che questo sia causato dall'uomo.
Quali sarebbero questi punti? Li leggo su New Scientist del 22 dicembre:
- la relazione tra le attività del Sole e i cambiamenti climatici sulla Terra sarebbero maggiori di quanto precedentemente considerato;
- nel 2007 si diceva che il fatto che il pianeta sarebbe stato colpito da più intensi fenomeni di siccità, era "probabile". Ora invece si afferma che i dati e le statistiche per "misurare" le siccità sono inaffidabili, e si citano lavori recenti che mostrano una diminuzione della durata e dell'intensità delle siccità;
- nel 2007 si parlava anche dei cicloni tropicali, affermando come fosse "probabile" un loro trend in aumento, dal 1970 a oggi. Il nuovo report dice invece che, sebbene l'intensità media dei cicloni tropicali sia destinata ad aumentare nei prossimi anni, i dati che mostravano il trend in aumento non sono poi così sicuri, e dunque non è detto che questo stia effettivamente avvenendo;
- è molto improbabile che la circolazione globale degli oceani e la corrente del Golfo collassino nei prossimi secoli. Nel 2007 si diceva che è "troppo presto per saperlo".

Insomma, tiriamo un sospiro di sollievo? E' tutto a posto col clima? Gli scettici avevano ragione? In realtà  e direi ovviamente, assolutamente no. Tutto ciò dimostra quanto chi si occupa di scienza sa già bene, e cioè che la risposte della scienza non sono mai definitive, ma le migliori possibili in base agli studi condotti e ai dati disponibili. Le conoscenze cambiano e si evolvono, si raffinano.

E infatti, e purtroppo, il report dell'IPCC, o almeno questa bozza troppo preventivamente "filtrata", non contiene solo più o meno deboli marce indietro. L'IPCC dice anche che gli ultimi 30, sono stati gli anni più caldi degli ultimi 800. Scopre che l'effetto "raffreddante", dovuto alla schermature che le sostanze inquinanti e le polveri che buttiamo in atmosfera, è meno efficace (del 40%!) di quanto si pensasse. Ci avvisa ancora che "una grande parte dei cambiamenti climatici è ormai irreversibile, sulla scala temporale umana".
E infine, mostra tutta la sua preoccupazione per gli scioglimento dei ghiacci artici. Come avrete letto (per esempio qui), l'estate del 2012 ha rappresentato il record assoluto. Domenica 16 settembre 2012 il ghiaccio sul mare del circolo glaciale artico, copriva solo il 24% della superficie totale dell'Oceano Artico (qui l'immagine dal satellite). Il precedente record era del 2007, con un valore del 29%. Secondo l'IPCC, nel 2100 ci sarà la prima estate di scioglimento totale dei ghiacci dell'Artico. Alcuni climatologi, più pessimisti, ritengono che questo avverrà addirittura nel 2050. Walt Meier, del National Snow and Ice Data Center, dice che "L'Artico è il condizionatore della Terra. Non si tratta solo dell'estinzione degli orsi polari o delle popolazioni di nativi che dovranno adattarsi a condizioni di vita molto differenti (cosa che stanno già iniziando a fare). Ci saranno effetti sul clima molto grandi".

Letture:
- Michael Marshall and Fred Pearce. Sceptics misuse leaked IPCC report. New Scientist, 22.12.12. Vol. 216 (2986/2987), pag. 8
- Blue Alert. New Scientist, 22.12.12. Vol. 216 (2986/2987), pag. 20

martedì 18 dicembre 2012

Spiaggiamenti di balenottere in Adriatico

Le review sono articoli scientifici che, in genere, non comunicano nuovi risultati di ricerche o studi ma, come dice la parola stessa, ri-analizzano i dati e la letteratura scientifica già pubblicata, in pratica facendo "il punto della situazione". Possono, anzi in genere sono, molto utili, soprattutto ai ricercatori perché racchiudono le conoscenze su un certo argomento, e soprattutto raccolgono la bibliografia inerente quell'argomento, in un unico articolo.

Negli ultimi anni ho visto pubblicare, e ho raccolto con piacere, diverse review legate alla presenza dei Cetacei, o di alcune specie di essi, in Adriatico o in Mediterraneo.
La più recente raccoglie le segnalazioni di spiaggiamenti di balenottere comuni (Balaenoptera physalus).
Questo è l'unico misticete presente in Mediterraneo, ma mentre è comune nel bacino occidentale, è molto più difficile avvistarlo verso oriente, ed è una presenza occasionale, sporadica anzi, in Adriatico. Per la verità negli ultimi anni gli avvistamenti ci sono stati (poca roba, neanche uno all'anno per intenderci) e io stesso ne ho segnalati alcuni nei primi anni dello scorso decennio.

Nel lavoro in questione, pubblicato su Marine Biodiversity Records, come già detto si parla di spiaggiamenti, e gli autori, due italiani, riportano 17 eventi, in totale. Si tratta di animali generalmente spiaggiati già morti, con solo due individui morti invece in seguito allo spiaggiamento, e tre uccisi, più o meno intenzionalmente (nei secoli scorsi l'uccisione intenzionale di grandi animali marini, magari già in difficoltà, era la norma).
Uno di questi è forse uno dei dati più importanti del lavoro, visto che si tratta di una segnalazione mai riportata prima.

Nell'agosto del 1960 due pescatori abruzzesi vedono, nei pressi delle barriere antierosione, quindi a pochi metri dalla riva, una grande massa scura. Pensando fosse un grosso banco di pesci, sono usciti a pescare, utilizzando, illegalmente, esplosivi. Dopo una delle detonazioni hanno visto emergere una balenottera di circa 20 metri, mentre l'acqua tutto intorno si colorava del sangue dell'animale.
Il mammifero, ancora vivo, è stato poi trainato a riva tramite una corda legata alla coda. E' morto dopo circa tre ore.

In generale, ci sono due dati del 18esimo secolo (gli altri due animali uccisi), tre del 19esimo secolo, altri otto prima del 2000, e quattro in anni recenti, ultimo dei quali la balenottera di Sirolo del 2007 (ne ho parlato per esempio qui, qui e qui). 
Sui 17 ritrovamenti totali, tutti di animali singoli, 10 sono avvenuti in acque italiane.

Bibliografia
Pierantonio, N., & Bearzi, G. (2012). Review of fin whale mortality events in the Adriatic Sea (1728–2012), with a description of a previously unreported killing Marine Biodiversity Records, 5 DOI: 10.1017/S1755267212000930

venerdì 19 ottobre 2012

Un libro e un appuntamento

Il 30 ottobre, alle 17, presso il Museo della Marineria di Cesenatico, il libro "Where to go and what to eat", pubblicato in questi giorni dalla Aracne.
Il libro, come mi scrive uno dei due editor, Annalisa Zaccaroni (l'altro è Dino Scaravelli, e sono entrambi amici e colleghi che conosco bene) "nasce come presentazione dei contributi presentati al meeting svoltosi a Cesenatico il 22 Maggio 2010 ed organizzato dal Corso di Laurea in Acquacoltura ed Igiene delle Produzioni Ittiche dell’Università di Bologna, nell'ambito delle iniziative del Gruppo di Ricerca sui Grandi Vertebrati Pelagici. L’idea è quella di riunire in un unico testo alcuni spunti su quelli che sono i principali fattori ecologici che condizionano le scelte evolutive dei mega-vertebrati marini, focalizzando l’attenzione sulle catene trofiche e sulle migrazioni, analizzate in diversi modelli animali marini (elasmobranchi, tartarughe marine e cetacei)".

Il libro, che essendo una pubblicazione prettamente scientifica, è in inglese, è appunto un compendio di interventi di vari autori, che toccato tematiche diverse: dalle conseguenze per la catena alimentare a seguito della perdita di predatori al top, come gli squali, al caso dei capodogli spiaggiati nel 2009 al Gargano; dall'identificazione dei rischi per delfini e tartarughe dell'Adriatico, a uno studio sullo squalo bianco in Sudafrica; dai Cetacei del Golfo di Trieste alle stenelle del Tirreno. E così via.

I lavori sono sicuramente interessanti ed è un bene che siano stati pubblicati gli atti di quel convegno, dal momento che non è che l'Italia sia ricca di iniziative come questa.

Se venite a Cesenatico, tra l'altro, prendete i proverbiali due piccioni con una fava, visto che al Museo della Marineria, dal 20 ottobre al 18 novembre, c'è una mostra da vedere, dedicata alla baleneria. Attraverso immagini d’epoca quali stampe, dipinti, fotografie, la mostra ripercorre la storia secolare della caccia alla balena: un'attività umana oggi per fortuna quasi scomparsa, che ha tuttavia scritto pagine memorabili della marineria. Le immagini provengono dall'archivio di Giancarlo Costa, giornalista e fotografo che ha curato la mostra, realizzata in collaborazione con l’Acquario Civico di Milano.

Ci vediamo a Cesenatico.


venerdì 5 ottobre 2012

Dopo vent'anni, l'olio della Exxon Valdez fa ancora danni

La superpetroliera Exxon Valdez, il 24 marzo 1989, rimase incagliata in una scogliera all'interno di un'insenatura del Golfo di Alaska. Rovesciò in mare quasi 41 milioni di litri di petrolio. Si stima che la fuoriuscita di petrolio uccise 250.000 uccelli marini, 2800 lontre, insieme a migliaia di mammiferi marini e innumerevoli pesci, invertebrati e piante marine. Oltre a questo, miliardi di uova di salmone di aringhe e di altri pesci vennero distrutte.
L'incidente della petroliera Exxon Valdez resta uno dei maggiori disastri per l'ambiente naturale che la storia ricordi.

Sono passati 23 anni da quel disastro e mentre molti pensano che le conseguenze di quanto è successo siano in azione ancora oggi, questo resta difficile da dimostrarsi. Provare a individuare in che modo le specie di un dato ambiente riescono a recuperare dopo un grave disastro ambientale non è una questione semplice: innanzitutto è difficile avere dei dati sull'abbondanza di popolazione e sui trend di questa, prima del disastro; inoltre non è facile stabilire se durante gli anni, successivi al fatto, ci siano altri fattori che influiscono sul recupero stesso delle specie. Nel caso di un oil spill, attribuire il ritardo nel recupero delle specie proprio all'olio rimasto nell'ambiente implica, fra le altre cose, che si riesca a provare che le specie sono ancora sottoposte al contatto e all'esposizione con le sostanze oleose.

È questo lo scopo del lavoro di un folto gruppo di scienziati dell'Alaska Science Center e del National Marine Fisheries Service, che ha studiato le zone della fascia intertidale del Prince William Sound (luogo del disastro della Exxon Valedz) - dove è noto che ci siano delle riserve di olio residuo persistente - analizzando le conseguenze sulle lontre che si nutrono proprio in queste zone. La fascia intertidale è quella compresa fra le due linee di marea, cioè quella fascia litorale che può essere sommersa, nei momenti di alta marea, o emersa durante la bassa. Le lontre sono solite scavare proprio in questa zona per cercare cibo, e dunque gli scienziati si sono chiesti con quale frequenza incontrano l'olio residuo e quali conseguenze possa avere su di loro.

I primi studi successivi al disastro identificarono un elevato tasso di decadimento dell'olio, si parlava di circa il 58% all'anno. Si pensava dunque che non ci fossero particolari preoccupazioni relativamente al recupero a lungo termine delle specie coinvolte. Studi successivi mostrarono la rapida ripresa di molte specie e dichiararono che le conseguenze dell'olio residuo e persistente per le lontre erano minime. Ma secondo altri autori, non tutte le specie degli ecosistemi colpiti si riprendevano così velocemente, in particolare quelle che dipendevano dalle catene alimentari vicine alla spiaggia. In particolare due studi, del 2001 è del 2007, rivelarono che la velocità di ripresa delle lontre era circa la metà di quella attesa, soprattutto nelle aree più colpite dal petrolio. Il destino delle lontre marine era condiviso dalle lontre di fiume, e da due specie di uccelli: tutti si riprendevano in maniera inspiegabilmente lenta. E tutte sono specie che occupavano habitat di riva. 

Il contatto con gli idrocarburi, appunto nella fascia intertidale, provoca in queste specie problemi metabolici che portano a diverse conseguenze, anche gravi, come la ridotta capacità di sopravvivenza delle femmine. Nel 2004 fu pubblicato uno studio, relativo al 2001, che documentava come negli habitat intertidali fossero presenti ancora 55.600 kg di olii su un'area di oltre 11 ettari.

Ricapitoliamo: quell'area a distanza di anni è ancora piena di olii residui; questi si trovano soprattutto nella fascia intertidale: lì le lontre scavano delle buche per cercare cibo, vengono a contatto con gli olii e ne subiscono le conseguenze.

I ricercatori hanno dunque equipaggiato 28 lontre con degli strumenti che registrano la durata e la profondità delle immersioni; di questi strumenti, 19 sono stati raccolti, e i dati che contenevano, analizzati. Sulla base della mappa della presenza degli olii e della frequenza con la quale le lontre si immergono per nutrirsi nella zona intertidale, i ricercatori hanno stabilito che una lontra incontrerà l'olio residuo in media 10 volte in un anno, con una probabilità per le femmine 2,5 volte maggiore rispetto ai maschi. Circa la metà dei sedimenti analizzati, prelevandoli direttamente dalle biche scavate dalle lontre, erano contaminati dall'olio. Dunque le lontre non evitano le spiagge contaminate, e entrano in contatto con gli idrocarburi residui.

In definitiva, a 20 anni e oltre di distanza dal disastro della Exxon Valdez, le lontre di quell'area sono potenzialmente esposte al contatto con gli olii fuoriusciti dalla nave, e rimasti in ambiente. Inoltre, in accordo con il comportamento di alimentazione di questi animali, la maggiore probabilità di venire a contatto con gli olii si ha in tarda primavera - inizio estate, quando la gran parte delle femmine adulte dà alla luce i piccoli. Questi sono dunque esposti ad alti livelli di rischio. I ricercatori concludono dunque che vanno riconsiderati i tempi in cui si suppone che le specie, almeno alcune, siano sottoposte a potenziale rischio, dopo un disastro ambientale che coinvolge gravi perdite di idrocarburi.

Per la cronaca, la Exxon Valdez è tuttora in attività, ha solo cambiato nome in Sea River Mediterranean. Le è però proibito entrare nel Price William Sound.

Bibliografia:
Bodkin J.L.,Ballachey B.E., Coletti H.A., Esslinger G.G., Kloecker K.A., Rice S.D, Reed J.A., Monson D.H. 2012
Long-term effects of the ‘Exxon Valdez’ oil spill: sea otter foraging in the intertidal as a pathway of exposure to lingering oil
MEPS 447:273-287 (2012) - doi:10.3354/meps09523

Questo articolo è stato pubblicato anche su 


martedì 2 ottobre 2012

L'alberello di Darwin

Sto leggendo un libro che non conoscevo, l'ho trovato sugli scaffali di un negozio di libri usati. Si intitola "Darwin e l'evoluzione dell'uomo".

Il libro raccoglie i testi delle relazioni presentate a un convegno che si è tenuto a Torino nell'aprile del 2009 (il convegno si intitolava come il libro). Per questo motivo ogni capitolo ha un autore diverso; alcuni capitoli sono difficili e impegnativi, altri si leggono con maggiore facilità. Tanto per fare un esempio, il penultimo capitolo si intitola "Scenari evo-devo per una storia evolutiva dell'uomo", e mi ci sono"incagliato" diverse volte.

L'ultimo capitolo invece, scritto da Telmo Pievani, è stato una vera rivelazione. Mi ha emozionato e mi sono soffermato più volte in vari punti. Pievani è un bravo divulgatore, e nel capitolo ripercorre le scoperte, gli scritti, le intuizioni del grande naturalista. Non ho detto che per Darwin io ho una vera passione; ritengo, e non è che ci voglia tanto, che le sue scoperte e i suoi scritti abbiano cambiato la storia dell'uomo.

Pievani ripercorre la storia delle scoperte del naturalista inglese, dal famoso viaggio, durato cinque anni, sul brigantino Beagle, al ritorno in patria, alla pubblicazione dei suoi libri, e soprattutto alla stesura dei suoi famosi taccuini, nei quali annotava le sue scoperte e le sue intuizioni. Una mole di dati incredibile, un lavoro incessante e puntiglioso, una raccolta di idee che lascia sbalorditi. Un idea, un progetto, un quadro che pian piano cresceva nella sua mente, fino alla famosa "rivelazione", quella scarabocchiata nel celebre disegno che vedete in alto: una specie di alberello con la scritta "I think".

Il disegno risale a quasi 20 anni prima della pubblicazione de "L'origine delle specie", eppure contiene in sé già quell'idea sconvolgente: la vita e la natura non più viste come un insieme di specie presenti "sin dall'inizio" ma forme che cambiano nel tempo, che sono collegate le une alle altre, che evolvono le une dalle altre. Oggi lo diamo per scontato, ma allora era una rivoluzione culturale assolutamente sconvolgente. Alla quale peraltro, ne seguirono altre, dirette conseguenze della prima e altrettanto sorprendenti. Per esempio la perdita della centralità del ruolo dell'uomo; in altre parole, l'uomo scende dal piedistallo (più o meno divino) e diventa specie fra le specie.

Non siamo il fine ultimo della creazione, e nemmeno dell'evoluzione, se è per questo. La nostra tanto decantata intelligenza torna al ruolo di caratteristica finalizzata all'adattamento della specie. Insomma, nel contesto naturale, ci rende speciali né più né meno di quanto le ali rendano speciali gli uccelli, e il biosonar i delfini. Ma Darwin lo sa scrivere meglio di me: "Quando parliamo degli ordini superiori, dovremmo sempre dire, intellettualmente superiore. Ma chi, al cospetto della Terra, ricoperta di splendide savane e foreste, oserebbe dire che l'intelletto e l'unico scopo di questo mondo?"

Rileggere Darwin: dovrebbe essere materia scolastica.