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giovedì 27 marzo 2014

A lezione di Squali e Cetacei

Venerdì 6 e sabato 7 giugno, terrò due seminari, uno sulla biologia dei Cetacei e uno sulla biologia degli squali, a Porto S. Giorgio, in collaborazione con il Centro di Educazione Ambientale "La Marina Ecoidee".




sabato 8 marzo 2014

Orche: fine dello spettacolo?

Credo che pochi, onestamente, avrebbero potuto prevedere gli effetti che il film-documentario "Blackfish" sta avendo sulla questione della cattività delle orche. Ne ho scritto anche qua. 
Il mio pensiero, forse più una piccola speranza, è che "Blackfish" ha trovato un terreno favorevole. Cioè è arrivato al momento giusto. Un momento in cui ormai molte persone si chiedono che senso abbia continuare a tenere Cetacei in cattività, e orche in particolare. Dove sia la tanto sbandierata utilità dal punto di vista educativo e scientifico, e quanto sia invece decisamente poco etico e morale, rispetto a standard morali che non sono decisamente più quelli di 30 anni fa.

Un ulteriore effetto del film, non da poco, e di cui si parla molto in queste ore, è una proposta di legge della California, dichiaratamente ispirata al documentario, che di fatto vieterebbe la cattività delle orche in quello stato. Qui potete leggere il documento completo. Qui la notizia riportata dalla CNN.

La proposta di legge, decisamente di difficile applicazione, non gira troppo intorno al problema. Al primo punto leggiamo infatti:
"E' illegale per chiunque mettere in atto una delle seguenti operazioni:
(1) Tenere in cattività, o usare, un'orca catturata in natura o nata in cattività, a scopo di intrattenimento;
(2) La cattura nelle acque dello Stato, o l'importazione da un altro Stato, di qualunque orca destinata a essere utilizzato per scopi di intrattenimento.
(3) Fare riprodurre o fecondare un'orca in cattività.
(4) Esportare o importare da un altro Stato sperma, altri gameti o embrioni di orche in cattività, per fini di fecondazione artificiale."

La proposta scrive anche che le orche attualmente in cattività dovrebbe essere riabilitate per il loro ritorno in mare. Quando questo non è scientificamente possibile (non lo è praticamente mai), andrebbero trasportate in appositi recinti in mare, aperti al pubblico, ma senza effettuare spettacoli. Finché tali recinti non saranno stati approntati, le orche già in cattività possono stare dove sono già adesso, ovviamente stanti i punti di cui sopra (no riproduzione, no spettacoli, ecc.).

Non è chiaro, e credo che sia uno dei punti debolissimi della legge, chi dovrebbe costruire questi recinti, chi dovrebbe farsi carico del mantenimento delle orche nei recinti, e tutto ciò con quali soldi.
Per questo, e credo non solo per questo, dubito che un atto del genere possa essere approvato ma, almeno da punto di vista mediatico, è un altro potente pugno nello stomaco per il SeaWorld e per l'impresa dei delfini in cattività.

Altri due stati americani, in passato avevano legiferato contro la cattività delle orche, South Carolina e New York, ma erano gesti simbolici, visto che in quegli stati non ci sono orche. In California invece c'è il SeaWorld, con le sue dieci orche. La battaglia continua, dunque.

mercoledì 26 febbraio 2014

Quando ai delfini davamo la caccia

Stavo cercando, per un amico, il Decreto che vedete sotto, e l'ho trovato. Che effetto vi fa leggere oggi, quello che allora era addirittura sancito dalla legge?
Quanto è cambiata, in qualche decennio, la nostra sensibilità?
Adesso inorridiamo per le stragi in Giappone, alle Faroe, o per la baleneria. Ed è giusto così! Ma insomma, non è che 60-70 anni fa noi fossimo molto diversi, giusto?
Per fortuna il mondo cambia, e con esso anche l'etica e la morale. Cose lecite il secolo scorso, oggi sono inammissibili (purtroppo non vale per tutti gli animali, e nemmeno per tutti gli esseri umani, ahimè). Convinzioni e ideologie possono cambiare e trasformarsi, con la conoscenza, lo studio e la corretta divulgazione delle informazioni. 

N.B.: i grassetti qui sotto li ho messi io.


DECRETO MINISTERIALE 1 GENNAIO 1939-XVII

Oggetto:
ISTITUZIONE DI UN PREMIO IN DANARO A FAVORE DEI PESCATORI ITALIANI
CHE CATTURINO E UCCIDONO DELFINI
Gazzetta Ufficiale 15 febbraio 1939, n. 38

IL MINISTRO PER L'AGRICOLTURA E LE FORESTE
Visto il testo unico delle leggi sulla pesca approvato con Regio decreto 8 ottobre 1931, numero 1604;
Ritenuta la necessità di incoraggiare ed intensificare la lotta contro i delfini, per attenuare i danni che essi sogliono produrre ai pescatori durante le operazioni di pesca;

DECRETA:
Art. 1 - E' istituito un premio di lire 50 a favore di qualsiasi cittadino italiano che, entro il 31 uccida, portandolo poi a terra, un delfino.
Il premio è elevato a lire 100, quando si tratti di femmina, durante il periodo di riproduzione.
La spesa relativa sarà posta a carico del capitolo 75 del bilancio del Ministero dell'agricoltura e foreste, per l'esercizio 1938-39 sul quale è all'uopo impegnato la somma di lire 40.000 (lire quarantamila).
Art. 2 - I premi saranno pagati dal Ministero dell'agricoltura e delle foreste in base a verbale dell'autorità marittima locale, che accerti l'uccisione e la distruzione della testa e della pinna codale del cetaceo.
I verbali saranno trasmessi al Ministero della Regia capitaneria di porto competente, con la indicazione, da parte di quest'ultima, della persona alla quale dovrà essere corrisposto il premio. Il presente decreto sarà inviato alla Corte dei Conti per la registrazione.
Roma, addì 1 gennaio 1939-XVII.

Il Ministro ROSSONI

martedì 18 febbraio 2014

Come ti uccido (male) la balena

È stato pubblicato davvero pochi giorni fa, un articolo molto interessante di Michael J. Moore, che lavora per la Woods Hole Oceanographic Institution, negli Stati Uniti.
L'articolo affronta un argomento noto, la caccia alle balene, ma da un punto di vista molto particolare. Lo si capisce già dal titolo "Cibo per la mente. Come tutti noi uccidiamo le balene".
Sentiamo, leggiamo e discutiamo spesso di come alcune nazioni, in particolare Giappone, Islanda e Norvegia, continuino a cacciare le balene. Le critichiamo ferocemente, e giustamente, ed esprimiamo giudizi negativi su questa pratica che riteniamo barbara, ed è condannata dal "tutto il mondo".
Cosa ci fa così indignare, della baleneria? Intanto, che incide su popolazioni di animali, appunto i grandi misticeti, che sappiamo essere stati portati sull'orlo dell'estinzione anche a causa di questa caccia indiscriminata, ma non solo da questa.
Inoltre ne facciamo anche una questione di etica e di benessere animale: la baleneria, molto più in passato, ma anche oggi, usa tecniche che recano sofferenze agli animali che vengono colpiti dagli arpioni. E che possono impiegare diverso tempo per morire, anche quando non sono catturati, ma fuggono portandosi l'arpione in corpo per giorni .

Abbiamo dunque una questione di conservazione e una legata alla morale. Ebbene l'autore ci dice chiaramente che dovremmo avere lo stesso tipo di preoccupazioni anche per altre attività che incidono allo stesso modo sulle grandi balene. Lui ne nomina diverse - collisioni con le imbarcazioni, inquinamento acustico, inquinamento chimico, eccetera - ma ne porta alla nostra attenzione una in particolare. Parla delle reti fisse, cioè quelle reti lasciate in mare distese a pescare, anche per giorni, e poi salpate periodicamente da grandi imbarcazioni. Noi sappiamo che queste reti, se piazzate in aree frequentate alle balene, hanno una certa probabilità (un'alta probabilità, in certe zone) di catturare le balene stesse, portandole spesso alla morte e comunque con effetti molto pesanti anche sul loro benessere.
I numeri che raccontano questo problema sono scioccanti e, per quanto mi riguarda, anche del tutto inaspettati. La mortalità di cetacei causata dalla cattura accidentale in strumenti da pesca ammonta probabilmente a centinaia di migliaia di individui all'anno. È in questo conto quasi sicuramente sono sottostimati i numeri relativi ai grandi cetacei, balene e balenottere; questi animali infatti spesso sono abbastanza forti e grandi da riuscire a liberarsi dalla rete, ma solo per allontanarsi con ampi lembi della stessa fermamente impigliati e attorcigliati a parti del loro corpo. Noi non troviamo queste balene impigliate nelle reti, ma molte di queste probabilmente vanno a morire da un'altra parte. Conoscere quante balene muoiono per questo è quasi impossibile: spesso le grandi balene vanno a fondo o muoiono al largo, in ogni caso lontano dai nostri occhi.

In uno studio condotto sulle coste orientali del Nord America su 323 individui di otto specie di grandi cetacei, la causa di morte più comune è risultata proprio l'intrappolamento nelle reti. In un lavoro pubblicato nel 2012 su documenti fotografici raccolti in Nord Atlantico dal 1980 al 2009 sulle balene franche, si è visto come l'incontro con le reti è praticamente una certezza nella vita di ogni balena. Su 626 individui ben 519 erano stati almeno una volta rimasti impigliati in una rete, ne portavano i segni, e di questi addirittura 306, due o più volte. L'incidenza del fenomeno colpisce più i giovani degli adulti.

Come si vede, per quello che riguarda il discorso della conservazione, i numeri sono più che preoccupanti.
E per quanto riguarda il benessere animale la situazione non è più allegra. Una balena impigliata in una rete e che se ne va trascinandosi dietro la rete stessa o parte di questa, può metterci fino a sei mesi a morire. Una balena cacciata o colpita da una nave muore in tempi molto più rapidi. Gli animali con pezzi di rete addosso possono provocarsi ferite profonde, ampie incisioni che non si chiudono mai ma anzi che con il tempo peggiorano, con le lenze e cordame che continuano a scavare pelle, grasso e muscoli. Inoltre, la balena consuma molta più energia dovendosi trascinare dietro questo peso ulteriore, e per di più con ferite e lesioni debilitanti; vedrà diminuire la sua forza e la sua energia lentamente, con il passare dei giorni, fino alla morte certa ma decisamente lenta.

Il merito di questo articolo, di questo "cibo per la mente", di Moore, è quello di farci aprire gli occhi su questioni che hanno impatti devastanti uguali se non peggiori a quelli causati dalla baleneria, ma che quasi mai saltano agli onori della cronaca, nè vengono messi in discussione da nazioni che non praticano questi tipi di pesca, e che non giudicano come invece facciamo noi rispetto alle nazioni baleniere.
Moore conclude che ogni tipo di caccia alle balene, e non solo la baleneria vera e propria, deve essere attentamente valutata e tenuta sotto controllo. È praticamente impossibile dargli torto.


ResearchBlogging.orgMichael J. Moore (2014). Food for Thought. How we all kill whales ICES Journal of Marine Science DOI: 10.1093/icesjms/fsu008

sabato 8 febbraio 2014

Delfinari: e se fosse l'inizio della fine?

Un mio articolo pubblicato su Mareeonline.com

Delfinari nella bufera: qualcosa sta cambiando?
Il SeaWorld è un colosso da oltre 1,4 miliardi di dollari all'anno, incassati grazie ai suoi "parchi di divertimento", una dozzina, in alcuni dei quali delfini e orche si esibiscono da ormai 50 anni. Ma nel 2013 il gigante ha vacillato paurosamente e continua a tremare. Tutto per colpa ... Leggi il resto...

venerdì 17 gennaio 2014

A Cattolica "Il mare delle sorprese"

Domenica alle 17 sarò a Cattolica, al Museo della Regina, con la mia conferenza "Il mare che non ti aspetti", per l'occasione ribattezzata "Il Mare delle sorprese".

Ecco quello che scrive il Museo:
Domenica 19 gennaio prosegue la seconda serie di conferenze riunite sotto il titolo generale Il Museo studia; all'interno del breve ciclo Il mare che non ti aspetti, si colloca la conferenza di Marco Affronte, naturalista e divulgatore, il cui protagonista sarà il mare Adriatico, la sua originalità, la sua vita e biodiversità.
Il nostro è infatti un mare particolare. Stretto fra coste densamente popolate, poco profondo, gli viene attribuita essenzialmente una "vocazione" turistica, economica (è uno dei mari più pescati al mondo), commerciale, come via di ingresso per le merci che arrivano dal Mediterraneo. 
Ma l'Adriatico è una culla di biodiversità, un bacino ricco di vita che dà rifugio anche a specie simbolo della conservazione: delfini, squali, tartarughe marine. Una ricchezza che richiede protezione e tutela, e che è decisamente poco conosciuta.
Il racconto di Marco Affronte si snoderà principalmente attraverso delle storie: storie fuori dal comune, aneddoti, testimonianze di prima mano, situazioni vissute in prima persona da un naturalista che si occupa di Adriatico da oltre 15 anni. Seguiremo, attraverso le immagini e i racconti, le cronache di eventi eccezionali: la prima megattera mai avvistata in Adriatico, l’invasione degli enormi squali elefante nelle acque romagnole del 2001, delfini che lottano per la vita fra le mani dei loro soccorritori, il capodoglio spiaggiato a Rimini nel gennaio 2005, le decine di tartarughe marine ricoverate presso un Ospedale a loro dedicato e poi rilasciate in mare, giganteschi pesci luna che vengono a morire sulla spiaggia, i due delfini, madre e figlia, trovati nel porto di Ancona a giugno 2005, la storia di Andrea, il delfino che cercava la compagnia degli esseri umani.
Storie e racconti di un mare che sorprende, testimonianze di un Adriatico diverso e poco conosciuto, accompagnati da riflessioni su quanto dovremmo e potremmo fare per proteggere una ricchezza che appartiene a tutti noi.


mercoledì 15 gennaio 2014

Il trucchetto del SeaWorld

Come credo sappiate, l'uscita del film Blackfish sta creando grossi problemi al SeaWorld. Molti musicisti che avevano in programma concerti in uno dei parchi della catena hanno annullato le loro performance (siamo già a una decina), proprio a seguito di quanto mostrato dal film. I visitatori sono calati, magari non tantissimo, e i commenti sui siti e sulle pagine Facebook della grande catena americana di parchi non sono molto lusinghieri, a dir poco.

Come se non bastasse, il SeaWorld nella sua rincorsa contro il film che gli sta facendo perdere tanti consensi, non pare indovinarne una. Fino al ridicolo.
Ecco cosa è successo pochi giorni fa. L'Orlando Business Journal ha postato sul suo sito un sondaggio, che diceva così: "l'uscita del documentario Blackfish ha cambiato la tua percezione del SeaWorld?".
Il sondaggio non ha avuto un grande successo, e hanno votato solo 328 persone. Ed è però risultato che il 99% di queste avevano risposto "No". 
La percentuale davvero esagerata era molto sospetta, così il Journal ha effettuato un'indagine e ha scoperto che più della metà dei voti (il 54%) venivano da un unico indirizzo internet. Indovinate di chi? Ma del SeaWorld, ovviamente. Beccati!

martedì 7 gennaio 2014

Macellai in nome della scienza

Come forse saprete, cacciare le balene è vietato. Ma, come potete leggere su Wikipedia, "questo "trattato di pace" a livello mondiale ha lasciato troppe scappatoie per poter essere veramente efficace. Da allora sono state uccise 57.391 balene, tra cui balenottere minori, balenottere comuni, balenottere boreali, balenottere di Bryde, megattere, balene grigie, capodogli e balene della Groenlandia. Perfino dal 1986, anno di entrata in vigore del divieto della caccia alla balena, Giappone, Norvegia, Islanda, Russia, Corea e balenieri locali di diversi altri Paesi hanno continuato la loro attività, uccidendo complessivamente circa 21.760 balene."

Il Giappone è senz'altro il paese che con più convinzione e caparbietà, continua la sua spietata caccia, comprandosi, con mezzi vari, la sua quota di balene da pescare, ogni anno al meeting della International Whaling Commission. 
Se avete mai letto qualcosa su questo, e immagino di sì, sapete che il Giappone dichiara da sempre che la sua caccia alla balene viene effettuata per scopi scientifici. Proprio così.

Ora, poche ore fa, gli attivisti della Sea Shepherd Conservation Society hanno beccato e fotografato una nave baleniera giapponese che cacciava, con successo, proprio nel Santuario delle Balene, in Antartico. 
Qui ci sono le foto dell'intensa attività... scientifica dei giapponesi.
Se sfogliate le immagini, vedrete che in alcune di esse, sulla nave baleniera, campeggia la scritta www.icrwhale.org.
Se andate a visitare quel sito, vi trovate sulle pagine dell'Institute of Cetacean Research. Un istituto di ricerca, dunque, proprio come hanno sempre sostenuto i giapponesi. Cliccate ovviamente sulle pagine in inglese (a meno che non conosciate il giapponese) e girate un po' il sito. Mentre lo fate, ricordatevi che sono gli stessi delle foto drammatiche che avete appena visto qua.

Vedrete che parlano davvero di ricerca, di preoccupazione per lo stato delle balene, del Santuario delle Balene (in cui loro stessi cacciavano). E lo fanno come ricercatori indipendenti e noprofit! Davvero, fatevi un giro in quel sito e capirete tanto, di cosa si parla quando si parla di baleneria "moderna".
Ma la maschera cade ad esempio se cliccate su "About", e poi ancora su "Whale research byproducts", che significa più o meno "prodotti di scarto ottenuti dalla ricerca sui cetacei". Lì, si legge: "Dopo il prelievo di campioni biologici, le carcasse delle balene catturate vengono smaltite in base alla Convenzione internazionale sulla regolamentazione della caccia alle balene (articolo VIII paragrafo 2), che richiede che i sottoprodotti siano elaborati ed utilizzati per quanto possibile. Così, i sottoprodotti di entrambi i programmi di ricerca sulle balene vengono elaborati e venduti in Giappone sotto la guida del governo giapponese e il ricavato della vendita è utilizzato per coprire una parte dei costi di ricerca."
Bello no? Io faccio ricerca, e per farla devo cacciare e uccidere delle balene (per studiarle meglio, bambina mia...). E poi, non vorrai mica che butti via quelle enormi carcasse? No, no; le vendo sotto la guida del governo giapponese.
E vanno avanti con questa favoletta da quasi trent'anni. 'Sti giapponesi...

mercoledì 18 dicembre 2013

Quel particolare legame fra uomo e delfino (ammesso che esista)

Justin Gregg è un biologo, ricercatore presso il Dolphin Communication Project, e scrittore e divulgatore freelance. Ha da poco scritto un libro che si intitola "Are dolphins really smart?" (I delfini sono veramente intelligenti?), libro che è già da un po' nella mia lista dei desiderata, ma che ancora non ho avuto modo di acquistare.
Seguo da un po' anche il suo blog, e mi ha incuriosito l'articolo che ha scritto qualche settimana fa per la rivista AEON Magazine. L'articolo, che potete leggere qui, si intitola "I delfini hanno un rapporto speciale con gli esseri umani?"
Beh, è quello che mi sono chiesto molte volte anche io e che ho anche cercato di approfondire con le storie del mio "Jack il delfino e altre storie di mare". Argomento intrigante.
E' un po' quello che pensano tutti, no? I delfini sono animali un po' speciali e spesso cercano il contatto e la vicinanza con l'uomo. E' come se condividessimo qualcosa (l'intelligenza? il fatto di essere entrambi mammiferi?). Questo è un po' il pensiero comune, dove emozione e ragione però si mescolano per dare questo mix di sentimenti e "percezioni". 
Dal punto di vista dello scienziato, della razionalità, dell'esame dei fatti, le cose forse non stanno propriamente così.*
Ed in effetti Gregg, a contrasto di questa tesi sulla particolare passione dei cetacei per l'uomo, coglie dei punti molto interessanti.

Parte dai lone sociable dolphins, cioè quei delfini, in genere solitari, che lasciano la vita del loro gruppo, per spostarsi a vivere nelle vicinanze dei luoghi abitati dall'uomo, interagendo spesso con questo. Situazioni che in realtà parrebbero a favore dell'ipotesi che in effetti i delfini abbiano una certa predilezione per la nostra specie. Che poi, però, questi rapporti siano particolarmente amichevoli, è tutt'altra questione.
I report che elencano i casi di delfini socievoli sono anche pieni di interazioni "deviate" (comportamenti sessuali o eccessivamente possessivi rivolti verso persone) e di incidenti non di poco conto: ferite, contusioni, costole fratturate, persone trascinate sott'acqua o alle quali viene impedito di uscire dall'acqua stessa. Ci sono casi noti ed eclatanti: quella della donna presa per una gamba da un globicefalo (un particolare delfino) e trascinata più volte sotto, e quasi annegata. Il giovane ucciso in Brasile nel 1994 da un delfino (che aveva già spedito in ospedale altre 28 persone) - unico caso noto di incidente mortale. Il caso più recente della donna e del delfino Dusty.
Justin Gregg argomenta a lungo questo punto e vi invito a leggere il suo articolo per intero.

Altra questione: i delfini che salvano esseri umani. I racconti li avete sentiti tutti: persone che stavano annegando sostenute da uno o più delfini. O delfini che tengono lontani gli squali.
Non esistono prove documentate, solo aneddoti e racconti. Che però sono numerosi ed è difficile credere che siano tutti inventati. Inoltre si sa che i delfini mettono in atto questi comportamenti con i propri simili, dunque si pensa che possano, come dire, "traslarli" anche su altre specie.
Il punto è che non è affatto una regola e, anzi, i casi in cui i delfini non intervengono in queste situazioni di esseri umani in pericolo possono essere, per quanto ne sappiamo, molto più numerose di quelle "positive". In questi casi infatti, la persona in difficoltà, non essendo "salvata" da nessuno, semplicemente non potrà più, per ovvi motivi, raccontare la sua avventura.

Ultimo punto. Se esiste un legame fra noi e loro, questo è vero e documentato solo per pochissime specie, il tursiope fra tutti, fra le 40 che compongono la famiglia dei delfinidi. E guarda caso sono proprio le specie più costiere e che quindi hanno maggiori probabilità di... incontrarci.

Insomma, può darsi che storie, aneddoti, leggende e racconti ci dipingano un legame fra due specie che forse non c'è, o non è troppo diverso da quello che possiamo avere con altri animali. A questo si aggiunge una nostra, particolare predilezione per i delfini (così come per altri animali simbolici), che magari siamo portati a pensare come reciproca. In ogni caso la questione è interessante e merita le riflessioni che ci troviamo a fare e che Justin Gregg ha condotto in maniera molto coinvolgente nel suo articolo.


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* E questo nonostante io stesso, in Jack il delfino abbia scritto che "il ricercatore che volesse esaminare con i freddi strumenti della scienza il rapporto fra uomo e delfino, dovrebbe ben presto arrendersi all’evidenza che nei rapporti fra le due specie c’è evidentemente qualcosa che va oltre la semplice occasionalità dell’incontro e la mera curiosità di una specie verso l’altra."

lunedì 25 novembre 2013

Delfini adriatici: ognuno a casa sua

Non finisce mai di stupire, il nostro Adriatico. Abbiamo saputo, dagli studi condotti con piccoli aeroplani tre anni fa, e ripetuti quest'anno, che ci sono molti più delfini di quanto pensassimo. Ora una ricerca recentissima ci racconta che i delfini adriatici, pur in un mare così... limitato, tendono a dividersi in sotto popolazioni, che in pratica non si mescolano tra loro. E questo ha implicazioni sulle possibili strategie di conservazione dei mammiferi marini di casa nostra.

Lo studio è stato pubblicato poche settimane fa ed è il frutto di una ricerca condotta dall'Università di Firenze, in collaborazione con ricercatori croati, sloveni e greci. Le analisi del DNA su 89 campioni di tursiopi (Tursiops truncatus) adulti, raccolti durante il periodo 1992-2009 ha rivelato particolari molto interessanti, in generale, ma nello specifico proprio per il nostro Adriatico.
La raccolta dei campioni su animali spiaggiati è stata condotta in quattro aree, anzi cinque. Infatti, oltre al Tirreno, all'Egeo e allo Ionio, c'è appunto l'Adriatico, che però, per le sue caratteristiche geografiche e per la topografia (le profondità) dei suoi fondali è stato considerato come diviso in due bacini differenti: il settentrionale e il centro-meridionale. E anche questa, per un mare così peculiare come l'Adriatico, è comunque una semplificazione.
Infatti, le coste orientali di questo bacino sono frastagliate, rocciose, ricche di anfratti e isole; quelle italiane sono invece prevalentemente sabbiose e con fondali in genere bassi e dolcemente degradanti. E poi, la parte alta, diciamo dalle Marche in su, ha profondità molto limitate, che non arrivano mai a 100 metri, mentre al sud si accentuano, fino alla "fossa" davanti alla Puglia, di oltre 1200 metri. Questo "puzzle" di ambienti, come vedremo, influenza anche la distribuzione dei delfini.

Il dato più eclatante infatti che è emerso dallo studio è in realtà una conferma di quanto studi precedenti eseguiti confrontando le fotografie delle pinne dorsali dei delfini delle varie aree (foto-identificazione) avevano già fatto intuire: i delfini adriatici che abitano diverse aree sono relativamente isolati tra loro. In pratica le sotto-popolazioni di delfini adriatici abitano ambienti differenti e non si mescolano. Le caratteristiche fisiche e geografiche degli areali che abitano, e una certa fedeltà a questi luoghi, sono dunque più importanti di altri fattori, come la specializzazione su particolari prede, ad esempio.
Come già detto, alcuni ricercatori se ne erano già fatti un'idea con il metodo della foto-identificazione: i delfini del Golfo di Trieste non venivano mai fotografati nelle acque del Quarnero (Croazia) e viceversa; lo stesso per delfini che vivono in zona diverse, al largo della Croazia.

Non sappiamo molto dei delfini adriatici, se si fa eccezione per alcune aree, come lo stesso Quarnero, studiate a fondo negli ultimi anni. Questi frammenti di informazioni, sicuramente da analizzare, valutare e approfondire, sono comunque importanti spiragli che ci aiutano a comprendere meglio i mammiferi marini dell'Adriatico, e anche il nostro stesso mare. Conoscenze che hanno comunque anche implicazioni, per esempio nelle strategie di conservazione.

Sappiamo che i delfini adriatici vivono in un ambiente pesantemente "infestato" dall'uomo: pesca, traffico navale, inquinamento, ricerca di gas e idrocarburi. Dal momento che lo studio identifica sotto-popolazioni separate, anche le strategie di conservazione dovrebbero tenerne conto, considerando ad esempio come anche le attività umane possano essere differenti, nelle diverse aree del bacino. Gli autori sottolineano come già la Convenzione di Barcellona consideri importante l'instaurazione di aree marine protette, per i Cetacei, in Adriatico.

ResearchBlogging.orgS. Gaspari, D. Holcer, P. Mackelworth,C. Fortuna, A. Frantzis, T.Genov, M. Vighi, C. Natali, N. Rako, E. Banchi, G. Chelazzi, C. Ciofi (2013). Population genetic structure of common bottlenose dolphins (Tursiops truncatus) in the Adriatic Sea and contiguous regions: implications for international conservation Aquatic Conservation: Marine and Freshwater Ecosystems DOI: 10.1002/aqc.2415

venerdì 15 novembre 2013

A scuola di spiaggiamenti, a Padova

Segnalo con piacere il corso gratuito che si terrà a Padova il 6 dicembre e dedicato ad operatori non sanitari in merito al rilascio di cetacei e tartarughe spiaggiati vivi o in difficoltà.

Il corso si terrà nell'AULA 1, Edificio Seconda Stecca - Agripolis, Viale dell’Università 16, Legnaro, (PD)

Per maggiori informazioni potete mandarmi una mail, vi invierò l'infopack e vi girerò le mail degli organizzatori del corso.


sabato 26 ottobre 2013

L'orca che uccide e un film che fa discutere

Ieri sera ho visto il film documentario "Blackfish". So che sta avendo un forte effetto sul pubblico, e ora che l'ho visto la cosa non mi stupisce. E' fatto bene, costruito bene, e ha alcuni momenti forti come pugni nello stomaco.
Il film ruota attorno a due temi centrali: l'orca Tilikum, responsabile della morte di ben tre persone, e l'idea, che passa in tutto il film, di quanto assurdo sia tenere queste creature rinchiuse in una vasca.
Conoscevo le vicende delle morti causate da questa orca, ma non conoscevo la sua storia, il fatto che a Orlando venisse tenuto praticamente sempre segregato dalle altre orche (quando vi è arrivato aveva già ucciso una persona, al Sealand of the Pacific, in Canada) e usato quasi solo come riproduttore (per questo il suo valore economico è molto alto): in pratica tantissime orche in giro per gli States, sono figli suoi.
Il documentario vuole colpire e lo fa. Ci sono immagini forti, dei vari incidenti, anche se alcune si trovano anche su Youtube.
A me ha colpito moltissimo anche il racconto del vecchio pescatore di orche, che negli anni '70 le andava appunto a catturare in mare, strappando i piccoli dalle madri. Ci si rende conto di quale dramma sia, per questi animali che capiscono eccome quello che sta avvenendo. Una sofferenza da vedere e da sopportare (e il pescatore che ripete "è la cosa peggiore che abbia mai fatto").
Ci sono altri momenti molto intensi, ma non voglio raccontare troppo. Il film va visto.
Buona parte del film sono interviste a ex-trainer del SeaWorld, e ci rende conto di come fossero all'oscuro di molte cose, di come non vedessero o non volessero vedere. Quando dicono che raccontavano decine e decine di volte al giorno, al pubblico, le stesse cose, le stesse nozioni, che oggi sanno essere false e poco credibili, ma che allora ci credevano eccome, mi ci sono ritrovato molto. Ho fatto tantissime visite guidate in un delfinario, e dicevo e credevo in cose alle quali ora mi è impossibile credere.

Ritengo che questi documenti siano importanti e servano molto a scuotere le coscienze. Potenza delle immagini. A quanto mi dicono, dopo l'uscita del film moltissima gente ha cambiato il proprio modo di vedere riguardo al mantenimento delle orche in cattività. Sulle pagine Facebook dei parchi del SeaWorld sono cresciuti i giudizi negativi e la società ha dovuto correre ai ripari: per esempio quello di Orlando ha tolto l'angolo dove venivano pubblicati i consigli e le valutazioni del pubblico. Quello del Texas ha rimosso quello dove poter pubblicare i commenti.
Secondo la CNN, notizia di ieri, il film sta suscitando discussioni sul fatto se sia giusto ed educativo, o meno, portare i bambini in questi oceanari. Se è così, se anche solo se ne discute, il film ha raggiunto il suo scopo.
A proposito, per il film, anche se ripetutamente interpellati, nessun esponente del SeaWolrd ha voluto farsi intervistare.


sabato 19 ottobre 2013

Un'altra specie intelligente del pianeta

Questo è un video che è apparso su TED poco tempo fa, e che ora è stato sottotitolato in italiano. Dura un quarto d'ora ed è tutto da gustare e da comprendere.
Denise Herzing studia i delfini (le stenelle maculate) nel loro ambiente naturale, e sott'acqua, da quasi trent'anni. Il livello a cui sono arrivate le sue ricerche è sorprendente, come sorprendente è quello che si vede in alcuni momenti di questo video.

"Immaginate come sarebbe capire veramente la mente di un'altra specie intelligente del pianeta". Con questa frase si chiude il video, e vi lascia davvero per un attimo senza parole, con i vostri pensieri. Un'altra specie intelligente del pianeta...

Pensate a cosa stiamo facendo, a come modifichiamo e trasformiamo il loro ambiente, a come lo rendiamo inospitale, vuoto, a volte dannoso. A come li portiamo sempre più vicini alla loro scomparsa dai mari. A come li teniamo, da anni, imprigionati in vasche di cemento per il nostro divertimento. Al rispetto che non riusciamo a dare a loro, così come a tutte le altre creature del pianeta; per interesse, per avidità, per semplice ignoranza o noncuranza.

Un'altra specie intelligente del pianeta...





sabato 5 ottobre 2013

Delfini spiaggiati e cannonate in Adriatico

Come avevo scritto qualche tempo fa, sto partecipando come consulente dell'Università di Padova, al progetto Netcet. 
Dal Blue World Institute, un ente croato che si occupa di cetacei, tartarughe marine e biologia marina in generale, e partner del progetto, circa 20 giorni fa abbiamo ricevuto una mail preoccupante, relativa all'inizio di un'indagine di prospezioni geologiche, per la ricerca di idrocarburi, in Adriatico.
Queste indagini sismiche sono quelle che utilizzano i famigerati airgun: in pratica, sparano delle cannonate sonore da 280 decibel (un boing 747 al decollo ne fa 140...), queste rimbalzano sul fondale e vengono raccolte da dei sensori che in base all'eco rivelano se ci sono giacimenti. I Cetacei hanno un udito super-sviluppato, e vengono danneggiati da queste "bombe" sonore. A volte uccisi, spesso decisamente disturbati e spaventati.

In questa settimana ci sono stati 7 spiaggiamenti di tursiopi in nord Adriatico (1 a Jesolo, 1 a Porto Garibaldi, 1 in Abruzzo, 3 nel ravennate e 1 a Rovigno). Che le due cose siano collegate per il momento non lo si può dire, ma decisamente questi spiaggiamenti così ravvicinati, hanno fatto tornare in mente quella mail.

Ve la riporto qui:
"Vorrei informarvi che campagne di ricerca di petrolio e gas sono state avviate in Croazia, al largo e sottocosta, a partire dal 7 settembre 2013. Questa campagna non è stata presentata al pubblico e il Blue World Institute non è stato coinvolto in alcuna valutazione di impatto ambientale, nonostante sia in possesso della più grande banca dati disponibile su Cetacei (e altri grandi vertebrati marini) nel Mare Adriatico croato.
Le indagini sismiche sono uno dei metodipiù invasivi di indagine del mare e causano gravi danni per l'ambiente e gli animali marini. Attualmente stiamo cercando di ottenere tutte le informazioni sulla campagna in corso e sulle valutazioni di impatto ambientale (se presenti) fatte per questa campagna.
Le indagini sismiche causano gravi conseguenze per la vita marina e in particolare per i cetacei, che sono state affrontate da molte organizzazioni scientifiche e da accordi internazionali che hanno chiamato i governi nazionali a prendere seri provvedimenti per proteggere la fauna locale (Cetacei) e a effettuare una completa e trasparente valutazione di impatto ambientale. Non ci risulta che questo stia avvenendo in Croazia. Pertanto l'attuale campagna di indagine sismica pone ancora maggiori minacce per la fauna del mare Adriatico.

Recenti studi effettuati tramite surveys aerei, sulla abbondanza di cetacei e tartarughe marine in tutto l'Adriatico hanno rivelato che rappresenta un habitat per diverse specie tra cui tursiopi, stenelle, grampi e (stagionalmente) balenottere . Di grande interesse è l'Adriatico meridionale come importante habitat di riproduzione dello zifio, specie molto soggetta a spiaggiamenti di massa causati da forti rumori subacquei. Inoltre, un'altra specie protagonista di immersioni profonde – il capodoglio - si trova regolarmente nel Mar Ionio e la sua presenza è stata registrata anche in Adriatico meridionale.

Attualmente, la Spectrum, una società norvegese che ha firmato un accordo con il governo croato, ha ingaggiato la Seabird, una società di esplorazioni di Cipro, per condurre questa campagna di esplorazione sismica. È possibile seguire on-line gli spostamenti della nave, lunga 76 metri, la Northern Explorer. Attualmente si trova in Adriatico centrale dove si svolge l'indagine. La posizione della nave, giorno per giorno, la potete vedere qui.

[...] Gli attuali sviluppi possono solo confermare la nostra idea che cetacei e tartarughe marine sono in pericolo in Adriatico. Inoltre, vorrei mettere in guardia che si occupa di monitoraggio di spiaggiamenti, su potenziali atipici eventi di spiaggiamento."

martedì 24 settembre 2013

Delfinario, "simbolo" superato

Questa è lettera che ho mandato ieri ai quotidiani della mia città, sempre sulla questione del Delfinario di Rimini.

"Leggendo i titoli dei quotidiani, stamattina ma anche nei giorni scorsi, relativamente alla questione del Delfinario, se ne ricava l'impressione che tutta la città di Rimini si sia mobilitata per riavere i "suoi" delfini.
Scrivo per testimoniare che c'è invece chi ritiene, come me, che la città si sia finalmente liberata di una proposta di intrattenimento obsoleta, ed eticamente ormai impresentabile.

Ho espresso più volte le mie perplessità sulle modalità e sulla spettacolarizzazione con cui è stato effettuato il sequestro. L'ho fatto a parole e nei fatti, al punto da avere deciso, quel giorno, di accettare l'offerta dei legali e dei rappresentanti del delfinario, ad agire come consulente di parte della struttura stessa, ma con il compito ben preciso di controllare che le operazioni di cattura e di trasporto degli animali dalla vasca al camion avvenissero nel massimo rispetto della sicurezza e del benessere degli animali.

Capisco la volontà della proprietà di ribattere alle tremende accuse di maltrattamento, accuse nel merito delle quali non intendo entrare, così come capisco le preoccupazioni di chi vede seriamente minacciato il proprio posto di lavoro o la propria azienda.
Ma invito le sorelle Fornari e l'Amministrazione comunale, tra le quali sembra improvvisamente essere scoppiato l'amore, a prendere in considerazione l'idea di rilanciare un nuovo progetto, culturale, educativo e innovativo, dedicato al nostro mare, ma che non preveda più i delfini. La nostra città langue dal punto di vista dell'offerta culturale, e non ha una vera e propria cultura del mare (e quella che ha, la tratta pure male). Una svolta di questo tipo, che si lasci indietro vecchi modelli di "divertimento" non etico, diseducativo e anacronistico, sarebbe la benvenuta.

A me hanno sconcertato le dichiarazioni del sindaco di Rimini, ad aprile scorso, secondo cui "il delfinario è una realtà strategica, qualificante e coerente con la natura e gli obiettivi turistici di questa città". Non sarebbe invece ora di puntare su modelli di turismo e culturali molto più attuali, validi ed educativi? Cosa c'è di qualificante nel vendere ai turisti lo spettacolo di quattro delfini che saltano a comando in una vasca di cemento?

A chi mi fa notare che i delfini sono comunque in un altro delfinario, e per loro non cambia nulla, rispondo che purtroppo è vero. E' ora che si pensi alla maniera di mandare queste strutture a termine. Basterebbe impedire l'importazione di delfini nel nostro paese. In questo modo, visto che quasi ovunque le morti di delfini superano le nascite, nel tempo il problema si risolverebbe da solo. Stabilito questo però, io affermo che 4 delfinari, nel nostro paese, sono meglio dei 6 che c'erano un anno fa (ha chiuso anche il delfinario di Gardaland). Meno luoghi dove ai nostri bambini viene passata l'idea che gli animali sono "a disposizione" dell'uomo, per profitto e per divertimento. Meno luoghi dove viene calpestata l'idea di rispetto e comprensione che dobbiamo ai nostri coinquilini su questo pianeta, valori che cerchiamo con fatica di trasmettere ai nostri ragazzi e nelle iniziative vi divulgazione e sensibilizzazione.

Il mondo corre in avanti, così come va avanti, progredisce e si modernizza il nostro rapporto con le altre creature viventi del pianeta. I delfinari sono sempre più anacronistici, obsoleti, superati. Non hanno più molto senso, sono anzi diseducativi. Passano un'idea culturale retrograda: gli animali al servizio dell'uomo per divertimento. Se questo è "coerente con la natura e gli obiettivi turistici di questa città" siamo destinati a essere lasciati indietro.
Più della metà delle nazioni Europee se ne sono già sbarazzati da tempo. L'uomo ha mille e più modi diversi per divertirsi, modi che non contemplano la sfruttamento e la lesione della dignità di altre creature viventi.

La città, con il delfinario, perde uno dei suo simboli? Può darsi, ma arriva un momento che anche i simboli fanno il loro tempo, e vale la pena di lasciarseli alle spalle, e di crearne di nuovi, attuali e magari anche più profondi e veri di una scatola di cemento con un triste circo dentro."

martedì 17 settembre 2013

Delfinario: the day after

Comincia appena appena adesso a posarsi il polverone che è seguito allo straordinario (nel senso proprio di "fuori dall'ordinario") sequestro dei delfini del Delfinario di Rimini, effettuato dal Corpo Forestale dello Stato, e spediti in fretta e furia all'Acquario di Genova.
Ne ho parlato e scritto tanto, negli ultimi tre giorni, fra i social network e i messaggi, le email e le telefonate di chi voleva saperne di più, o solo confrontarsi con un punto di vista ulteriore. Vorrei cominciare a uscire da questo "evento", a meno di sorprese nell'immediato futuro. 
Lo faccio con qualche pensiero sparso.

Rimini. 
La città si è infervorata per la questione delfinario. Rimini vive un periodo, da anni ormai, difficile. La crisi morde fortissima, e in una città che non ha saputo mai rinnovarsi, ancora di più. Il modello turistico riminese vacilla paurosamente, e c'è un certo senso di smarrimento. 
Probabilmente per questo, molti, forse moltissimi riminesi hanno vissuto questa situazione come l'attacco a uno dei simboli della città (e ci sarebbe da riflettere sul significato di questo), prima accerchiato e poi abbattuto senza tante remore, in un lungo pomeriggio di settembre. 
Molta gente ha assistito alle operazioni di trasporto dei delfini sul camion pronto a portarli via, molti hanno protestato a gran voce, urlando "vergogna" e altre frasi poco simpatiche verso le forze dell'ordine. Molti altri, è una mia impressione, non si sono fatti vedere, o hanno assistito in silenzio, godendo in cuor loro per la cancellazione dalla faccia della città, di un punto diventato "fuori luogo" e superato.
Comunque sia, spero sia un'occasione per la città per trovarsi nuovi simboli e nuove opportunità. Esiste una cultura del mare a Rimini? Sì, no, poco? Vogliamo cominciare a ragionarci?

Il sequestro.
Neanche immaginavo si potessero sequestrare dei delfini, di punto in bianco. Un vero e proprio blitz, con un dispiegamento di forze dell'ordine decisamente esagerato, e con una concitazione e una tensione spesso fuori luogo. Ecco forse, una migliore preparazione dell'operazione, magari pianificata di concerto con la struttura stessa, avrebbe consentito probabilmente un minore stress agli animali, alle persone, e un'accettazione più ponderata per quei cittadini che hanno vissuto tutta la faccenda come uno "scippo" di un bene ritenuto comune.
La mattina di quel venerdì, nelle fasi preparatorie dell'azione, l'addetta stampa della Forestale distribuiva un foglio, con un comunicato stampa. Ricordo che mi ha colpito subito il sottotitolo: primo sequestro di delfini in Europa per questo reato. C'è un po' di compiacimento, in quella frase? La Forestale ha bisogno di "vendere" le proprie azioni con slogan ad effetto?
Un'altra cosa. A un certo punto sono stato coinvolto nelle operazioni, lo scrivo più sotto, come consulente di parte del delfinario. Ho l'abitudine di rivolgermi in maniera calma e tranquilla alle persone, e così ho fatto, chiedendo di poter svolgere al meglio il compito affidatomi. Mi è stato risposto, per due volte, interrompendomi, a voce alta, e con arroganza. Davvero un brutto effetto, abituato com'ero a rapportarmi, in 15 anni di lavoro in Fondazione Cetacea, sempre in maniera squisita e con la massima collaborazione, con la Forestale locale.

Il salto del muro
Che palle. Qualcuno, pochi per la verità, e con i piedi in qualche delfinario, ha "faticato" a capire come io abbia potuto "prendere le difese del delfinario". Riporto pari pari quello che ho già scritto su Facebook, ché questa cosa non merita una riga di più.
Non ho cambiato idea sulla cattività. Al delfinario di Rimini, sia ben chiaro, lo sanno tutti. Con la proprietà sono sempre stato molto sincero sul mio sentire. Il mio ruolo di consulente per il delfinario, nel giorno del sequestro, è stato quello di "controllare che le operazioni di cattura e di trasporto degli animali dalla vasca al camion avvenissero nel massimo rispetto della sicurezza e del benessere degli animali." Mi è stato chiesto e l'ho fatto molto volentieri, gratuitamente, con questo obiettivo. Ho la coscienza a posto. Voi?

E adesso?
Adesso, mentre a Rimini c'è chi si anima per provare a mettere a norma il delfinario e riavere indietro i delfini, chi si organizza per raccogliere firme, io spero invece che la pagina sia ormai chiusa. Mi dispiace per l'azienda, per i lavoratori, l'indotto, eccetera, ma sarei contento che la mia città si fosse liberata definitivamente dello "spettacolo" dei delfini nella vasca di cemento.
Un anno fa c'erano 6 delfinari, in Italia, oggi ce ne sono 4. Questa è una bella notizia. Il vento sta cambiando.


venerdì 13 settembre 2013

Delfini sequestrati

Ho appena passato tre ore surreali, fuori dal Delfinario di Rimini. Verso le 19 leggo su Facebook l'appello della proprietaria che dice, più o meno "Mi portano via i delfini, me li sequestrano". Sembrava una bufala, ma era vero. Così mangio qualcosa e poco dopo le 20 vado giù a vedere che succede.

Quello che è successo quest'estate al delfinario di Rimini è storia nota: prima l'aut aut del Ministero, o vi mettete in regola entro l'estate, o in autunno dovete chiudere (Rimini ha solo una vasca, non ha le vasche accessorie, come quella medica, previste per legge), poi il Comune di Rimini che si erge a difensore del "delfinario strategico" (a cui ho risposto così), poi i controlli delle autorità, una pesante multa per alcune irregolarità e la denuncia per maltrattamenti. Ieri il comune di Rimini che chiude le porte in faccia alla struttura, la qualee chiedeva di potersi allargare su territorio demaniale per fare le vasche nuove: niente da fare.
Insomma, tutto ad un tratto, il delfinario, che è fuori legge da anni (la legge è del 2001), sembra accerchiato, e ci si mette pure la Brambilla. Gli animalisti esultano (ma molti di loro pensano che questi delfini possano essere liberati in mare, e su questo non paiono sentire ragioni).

Come la penso io, credo si sappia: basta con queste strutture diseducative e anacronistiche. L'ho scritto decine di volte. E spero che la mia città si possa liberare del triste spettacolo dei delfini che saltano in una vasca di cemento, e miri ad altre forme di intrattenimento, magari, massì, culturali.

Dopo avere litigato con lei su Facebook, per il mio post sul "delfinario strategico", sono diventato amico della proprietaria, e conosco molte delle persone che ci lavorano dentro. Però, basta dai, siamo nel 2013.

Detto questo, la situazione è però, come dicevo, surreale, paradossale. Come si fa a sequestrare dei delfini, così, all'improvviso, portarli via nella notte? Mentre scrivo queste righe, diverse persone sono ancora là fuori, ad aspettare i camion che devono venire a caricarli. Sarà stanotte? Sarà domattina? Non si sa.
Conosco quasi tutti quelli che sono "venuti a vedere": semplici cittadini, i giornalisti che mi chiedono un parere e credo di avergli risposto un po' stralunato, il gruppetto degli animalisti che se ne sta un po' in disparte, il personale del delfinario. Passa anche la veterinaria che è stata incaricata di seguire il trasporto: ci conosciamo da tempo, ci scambiamo impressioni su quello che avviene, poi va "a preparare la valigia, ma non mi hanno detto per dove" (non posso dire chi è, lei non vuole, ma questo aggiungerebbe un altro tocco di follia a questa storia). Poi Sabrina, un'addestratrice storica che conosco dai primi anni del Delphinarium di Riccione, che esce, mi vede, mi abbraccia e piange a dirotto "Così no, così no", ripete.
E insomma, così no, dai. Non c'era modo di gestire un po' meglio 'sta cosa? Con un preavviso, ma che dico, con una minima programmazione. Per i delfini, per quelli che ci lavorano insieme tutti i giorni. Delfini che non hanno mai viaggiato, mai visto un camion. Chiuda pure il delfinario, a me sta bene, si sa, ma che situazione strana, che forzatura.

E poi dove li portano? C'è chi dice due a Genova e due a Roma. C'è chi dice tutti a Genova. Ecco, appunto, Genova. Stai a vedere che...

Insomma questo è un post notturno e strambo, ma vi assicuro che là fuori, stasera, sembrava tutto un po' strambo. Sembrava il set di un film di Fellini, ma non era un film. Stanotte o domani i delfini verranno portati via davvero e, sequestro "temporaneo" o no, secondo me Rimini non la vedranno più. L'Italia perde un altro delfinario, dopo Gardaland, e di questo non posso che essere contento. Ma mi dispiace anche per chi soffre per questo "rapimento" istituzionale, per chi deve salutare quattro amici a cui ha dedicato tanto tempo e lavoro (e magari quel lavoro ora lo perde pure).

Comunque, vedremo gli sviluppi, non credo sia finita qui...


venerdì 6 settembre 2013

Quando il delfino attacca

Ai primi di agosto, un video, che vedete in fondo a questo post, ha fatto il giro del web e di qualche tv. Una donna viene attaccata da un delfino. Fosse uno squalo brutto e cattivo, posso capire, ma un delfino! Che diamine.
Il delfino in questione è Dusty, ed è un lone sociable, cioè un delfino solitario, e che vive a contatto con l'uomo, seppure rimanendo libero in mare. Lo si trova nelle acque vicino alla cittadina di Doolin, in Irlanda. Ha persino un sito e una pagina Facebook.

Cosa si vede nel video?
- un gruppo di persone che guardano e fotografano un delfino in acqua
- una donna appare in acqua col delfino
- il delfino comincia subito a sbattere la coda sull'acqua
- la gente ride e scherza vedendo le manifestazioni esuberanti del delfino
- la donna, dopo un po', intuisce che qualcosa non va e cerca di raggiungere la scaletta
- il delfino parte veloce e la colpisce alla schiena
- la donna chiede aiuto, e finalmente qualcuno capisce cosa è successo e soccorre la donna

Alcune riflessioni. Intanto, la donna scende in acqua col delfino. Cioè entra in un ambiente non suo, dove si muove con difficoltà (mentre il delfino no di certo), insieme ad un animale selvatico, forte, robusto, con 100 denti, una coda potentissima, e che pesa oltre 300 chili. Se lo avesse fatto con uno squalo, un leone, un lupo, avremmo detto che è pazza, ma siccome è un delfino, appare normale. Il delfino è bello (vero), bravo e buono (dipende) e ride sempre (falso).

Il delfino, prima di colpire, sbatte forte la coda sull'acqua, segno che è agitato ed aggressivo: non gradisce la presenza della donna in acqua. La gente ride e si diverte. Evidentemente non conosce i segnali e i comportamenti che i delfini possono mettere in atto in queste o in altre situazioni. Un cane arrabbiato, prima di attaccare, ringhia, lo sanno tutti. Un delfino arrabbiato prima di attaccare sbatte forte i denti, e la coda sull'acqua, per esempio. Non lo sa nessuno, ma tutti pensano di poterci fare il bagno insieme comunque.

Mi dispiace per quella donna, che ha subito danni non da poco alle vertebre, ma questo è quello che può capitare ad avere a che fare con un animale selvatico nel suo ambiente. Lei lamenta che non c'erano cartelli che avvisano del pericolo di fare il bagno con Dusty, o che lo vietano (adesso li hanno messi, vedi foto); vero, ma servono davvero dei cartelli? Vogliamo smettere di considerare i delfini come dei grossi giocattoloni? Non dico di arrivare a temerli come una forza che controlla il pianeta e può distruggere l'uomo (ma che gente c'è, in giro?), ma rispettare loro e il loro ambiente magari sì. E conoscerli anche un po' meglio, soprattutto prima di decidere di buttarsi in acqua con uno di loro, selvatico.

mercoledì 28 agosto 2013

Si parla di mare ad Ancona

Per tutta questa settimana, ad Ancona, si svolge il Festival Adriatico Mediterraneo. Un appuntamento annuale che racchiude molti eventi, concentrati in una settimana. Il programma degli eventi della kermesse già in corso lo potete leggere qui.

Nella locandina qua sotto le iniziative principali legati al mare e alla biodiversità.

Nell'ambito del Festival, sabato 31, alle 19,00, presso la Mole Vanvitelliana ci sarà anche la mia conferenza su "L'intelligenza dei delfini". L'ingresso è gratuito. Sarò ospite del CEA La Marina Ecoidee, che organizza la mia conferenza e altre attività all'interno del Festival.




martedì 20 agosto 2013

Scimpanzé e delfini: cervelli fini

Questo libro è uscito nel 2008, negli Stati Uniti, e mi aveva subito incuriosito. Mi ero ripromesso di leggerlo, ma ho sempre rimandato l'acquisto. 
La copertina, così "seriosa" mi faceva pensare a un libro molto tecnico, per addetti ai lavori, non divulgativo. Dunque, essendo anche in inglese (non è mai stato tradotto in Italia) lasciavo la sua lettura per momenti più tranquilli, che poi non arrivavano mai.
Infine, in questa estate di letture e conferenze (anche sull'intelligenza dei delfini) ecco che mi è tornato in mente e finalmente l'ho comprato e letto.

Sorpresa! E' un volumetto di dimensioni tascabili, di circa 300 pagine. Ed è divulgativo. Una divulgazione seria, precisa, rigorosa ma mai pesante. Un libro che si legge molto gradevolmente. 
Gli autori, Maddalena Bearzi (italiana trapiantata in California, ha scritto anche questo) per i delfini e Craig B. Stanford per gli scimpanzé (ma anche gorilla, oranghi e bonobo), raccontano di questi straordinari animali, in modo parallelo (come dice il sottotitolo). I capitoli sono praticamente divisi a metà, scimmie e delfini, e affrontano argomenti che mostrano le caratteristiche sociali, le capacità cognitive, comunicative e culturali di questi due mammiferi, così lontani dal punto di vista evolutivo, ma sorprendentemente così simili per il modo in cui, tramite un'intelligenza di prim'ordine, sono riusciti ad adattarsi ai loro rispettivi ambienti. Il mare e la foresta, i delfini e gli scimpanzé. 

"Beautiful minds. The parallel lives of great apes and dolphins" è una piacevole passeggiata, ricca di sorprese e scoperte emozionanti, sbirciando qua e là nella vita di animali che rappresentano così tanto per l'essere umano, non solo come specie "totem", ma anche come specchio di noi stessi. 
Il libro vi porterà ad entusiasmarvi sempre di più, e a meravigliarvi di quanto via via scoprirete su queste creature, salvo poi, alla fine, lasciarvi nella tristezza e nell'indignazione per quello che stiamo facendo loro e al loro ambiente.
Sapere cosa stiamo perdendo fa ancora più male, ma forse aiuta ad essere maggiormente consapevoli che siamo solo una specie tra le specie. Siamo ancora in tempo?