lunedì 10 maggio 2010

I Capodogli del Gargano e la questione degli spiaggiamenti di animali vivi

Mazzariol (Università di Padova) parla dei capodogli del Gargano. Mentre è nato il gruppo di lavoro sui Cetacei spiaggiati vivi

Vi segnalo molto volentieri questa intervista, in cui l'ottimo Mauro Colla scambia alcune battute con Sandro Mazzariol dell'Università di Padova. L'argomento sono i risultati delle necropsie e delle ricerche che sono seguite, sui sette capodogli spiaggiati lo scorso dicembre, in Puglia.
Finalmente un po' di chiarezza e anche qualche notizia fresca su quell'evento che ha calamitato l'attenzione di tutti. Sandro smentisce l'ipotesi che i capodogli siano morti a causa della plastica ingerita, come anche in questo blog avevo detto: era una notizia purtroppo frettolosa e sensazionalistica, ma con pochi fondamenti.

Da sottolineare l'ultima frase di Mazzariol "Lavoriamo ancora a bassissimo budget ma la politica si è accorta di un problema che prima ignorava. Per la comunità scientifica conta moltissimo e ne sono contento. Prima nessuno sapeva come gestire questi casi mentre ora stiamo lavorando tutti insieme alla preparazione di protocolli d’intervento coinvolgendo veterinari, biologi e anche esperti di bioetica. Le questioni aperte sono tante. Una su tutte: se (e in che modo) far ricorso all’eutanasia, per evitare agli animali inutili sofferenze."
In effetti a dicembre scorso, si è formato, su iniziativa del Ministero dell'Ambiente, un gruppo di lavoro che ha il compito di redigere le linee guida per gli interventi sui Cetacei spiaggiati vivi. Il gruppo è composto da una decina di persone, ne faccio parte anche io, e conta di un biologo, un naturalista (io), una esperta di bioetica e diversi veterinari.

Gli incontri e i lavori sono molto stimolanti e spesso anche dibattuti. Sulle parti tecniche bene o male si procede di concerto, su quelle invece etiche, si discute moltissimo, anche in maniera animata, e su alcuni punti in effetti non c'è per ora una visione concorde.
Chi mi segue da un po' sa che questi punti sono per me il nocciolo del problema. Le questioni etiche sono fondamentali e devono fare da premessa a tutto il resto. Perchè si interviene, quando intervenire, se e in quali casi è meglio la "dolce morte" (significato di eutanasia) piuttosto che un intervento di recupero. Ho spinto moltissimo perchè questi temi fossero sviscerati al tavolo di lavoro e sono contento perchè lo stiamo facendo, anche se su questioni molto spinose, pochissimi sono d'accordo con me. Ma discuterne è essenziale e la presenza dell'esperta in bioetica ci aiuta molto ed è di sprone, almeno per me, a non mollare la presa su temi che toccano argomenti così difficili, ma non evitabili.

lunedì 3 maggio 2010

Chi danneggia chi

Delfini e pescatori sono in competizione? Sì, ma ci rimettono i delfini.

E’ di circa un mese fa la notizia di un delfino ucciso in Sardegna da otto colpi di arma da fuoco. Non è la prima volta che si apprendono notizie del genere. Magari non sarà neanche l’ultima. Purtroppo è noto che c’è anche chi si diverte a sparare in mare a delfini o tartarughe, anche se probabilmente non è questo il caso.
L’animale di cui si parla infatti, sembra invece essere stato ucciso da qualcuno a bordo di un peschereccio. Era un tursiope adulto di circa 250 kg. Si suppone che a sparare sia stato qualche pescatore in quanto i colpi sono stati esplosi da distanza ravvicinata, dunque forse per evitare che il delfino mangiasse dalle reti.
Per molti pescatori i delfini sono una peste, dal momento che possono appunto rubare pesce dalle reti e anche rompere con i denti le reti stesse. A questo livello, non c’è dubbio che questo sia possibile, anche se forse (forse!?) sparare direttamente al delfino sembra davvero una crudele esagerazione.
Passando però dal particolare al generale, diffusa è l’accusa che i delfini “impoveriscano” le risorse ittiche, a scapito della pesca. Insomma, delfini come competitori dell’uomo nell’accesso alle risorse del mare. Tutto sommato, mangiamo le stesse prede, più o meno. Ma sarà così? Pare proprio di no.
Una ricerca molto recente condotta da ricercatori italiani in Grecia, sembra infatti dimostrare il contrario. Nell’area di studio vivono 15 delfini comuni (Delphinus delphis) e 42 tursiopi (Tursiops truncatus); nella stessa area pescano 307 imbarcazioni. Calcolando, nell’arco di un anno, quanta biomassa (in pratica la quantità di materiale biologico) delfini e barche riescono a prelevare, il risultato è palesemente sbilanciato: poco più di 100 tonnellate i delfini, poco meno di 3500 tonnellate i pescherecci (2,9% contro il 97,1%).
Ma il tipo di biomassa sottratta è la stessa? Più o meno sì, dipende molto dal tipo di rete ma anche dalla specie di delfino. I delfini comuni “pescano” in maniera molto simile alle reti a circuizione, i tursiopi invece al tremaglio e allo strascico.
In definitiva, lo studio porta alla conclusione che la pesca non subisce affatto la “competizione” dei delfini, mentre è vero invece che la pesca eccessiva sottrae prede ai cetacei, e dunque li danneggia fortemente.

mercoledì 28 aprile 2010

Disastro Adriatico

I dati non mentono sullo stato del mare Adriatico

Pochi giorni fa, in previsione di una intervista televisiva (che poi ho registrato ieri mattina) in cui si sarebbe parlato della situazione del mare Adriatico, ho ripreso in mano il libro “Un altro mare” uscito l’anno scorso, a cura dell’Associazione “Tegnue di Chioggia”, della Regione Veneto e dell’Ispra.
Mi interessava soprattutto il capitolo intitolato “Un mare che cambia”, che riporta le testimonianze di naturalisti e pescatori – su come sono mutate le condizioni biologiche del nostro mare – ma anche le statistiche di pesca e anche lo “stato delle risorse biologiche” secondo il rapporto della SIBM (Società Italiana Biologia Marina) del 2008.
Come sta dunque, l’Adriatico? Male, direi.
In particolare il bacino centro-settentrionale, proprio quello più prezioso e delicato, con le sua acque basse ricche di nutrienti e rifugio di specie importanti, mostra una “situazione con notevoli segni di criticità”.
Tutti i dati, almeno dal 1948 ad oggi mostrano l’inesorabile declino dei pesci ossei (i “classici” pesci) e dei cefalopodi (seppie, calamari, polpi). Ancora più marcato il crollo delle presenze dei pesci cartilaginei (squali e razze), veramente a livelli disastrosi dai primi anni del 21esimo secolo ad oggi. Tra l’altro squali e razze sono in declino anche nel bacino meridionale, dove invece le cose vanno meglio per gli altri gruppi animali.
L’indagine prosegue anche con l’analisi di alcune specie importanti dal punto di vista commerciale e la conclusione è che “tutti gli stock ittici menzionati sono completamente sfruttati e prossimi al sovra-sfruttamento, ad eccezione della sardina, che è già effettivamente sovra-sfruttata”.
La pesca intensiva dunque, come causa principale di questo quadro nerissimo del bacino nord Adriatico. Ad essa si aggiungono e contribuiscono altre cause. L’eutrofizzazione e le conseguenti gravi carenze di ossigeno sul fondale (anossie bentoniche). L’utilizzo di attrezzi da pesca particolarmente dannosi: turbo-soffianti per la pesca delle vongole, reti a strascico, rapido (un tipo di strascico più piccola ma con una “rastrelliera metallica” sul davanti che ara il fondale). Tutti strumenti che lasciano la devastazione dove passano, con aree di fondale deserte e senza vita. Infine i prelievi di sabbia per i ripascimenti delle spiagge, anch’essi dannosissimi in quanto causa di distruzione di habitat importanti (le praterie di fanerogame, i letti di ostriche…).
I grafici delle statistiche di pesca sono da pianto. Linee in discesa ovunque. Gli sgombri sono passati dalle 600-1000 tonnellate negli anni ’50-‘’60 alle 100 attuali, le vongole dall 100.000 tonnellate dei primi anni ’80 alle 20.000 attuali, le razze dalle 120 tonnellate del primo dopo-guerra al quasi zero di oggi…
Da notare che nei grafici si nota come, nei primi anni subito dopo i conflitti mondiali, durante i quali praticamente non si pescava, le catture siano a livelli altissimi, a dimostrazione delle capacità di ripresa delle popolazioni, avendone le possibilità. Ma oggi molti livelli sono talmente bassi che forse non basterebbe nemmeno questo.
Che mare lasciamo ai nostri figli? C’è ancora tempo per fermare il trend? Ma soprattutto, c’è la volontà di farlo?

venerdì 16 aprile 2010

Conversazione alla radio

E' andata in onda, divisa in tre parti, l'intervista di cui parlavo in questo post
Nella prima parte si parla soprattutto di Adriatico.


Nella seconda si discute di tartarughe.

E nell'ultima parte il discorso va sui Cetacei

Buon ascolto.

giovedì 1 aprile 2010

Un educativo pungo nello stomaco

Il film "The cove", documentario-denuncia che vale la pena di vedere. Ma raggiungerà il suo scopo?

Qualche settimana fa ho ricevuto una richiesta da un giornalista che scriveva a proposito dell'oscar al film-documentario "The cove". Mi chiedeva se avevo visto il film e in ogni caso se ritenevo che film denuncia come questi (e come "Sharkwater", ad esempio) potessero davvero essere utili nella lotta per la conservazione.
Non avevo visto il film, allora, ma rispondevo così "Ovviamente la storia raccontata nel film è nota da tempo, e credo se ne parli, non solo negli ambienti ristretti della "scienza" e della conservazione, già da un po'. In questo hanno aiutato molto i nuovi strumenti legati alla rete: i blog, facebook, etc.).
In ogni caso credo che la battaglia per la conservazione e la tutela dell'ambiente del nostro maltrattato pianeta sia talmente dura, che ben vengano nuovi strumenti come i film.
L'impatto visivo è forte e immagino possa funzionare, perchè prima crea un'emozione che è "terreno fertile" perchè il messaggio passi e attecchisca.
Il mio dubbio è però legato anche al senso di frustrazione che coglie spesso chi vede questi film (il film Sharkwater ne è un esempio eclatante): "drammatico, terribile, ma cosa posso fare io? Più il problema è grande, più si può sentire inadeguato e dunque in qualche modo "assolto" l'eventuale spettatore. Almeno questa è una mia impressione
Mi chiedo poi che tipo di interesse suscitino questi film sui potenziali spettatori. Nel senso, ok secondo me sono ben fatti e forse funzionano su chi li va a vedere, ma quanti li vanno a vedere? Quanti hanno voglia di andare al cinema non per divertirsi o svagarsi?"

L'articolo, uscito su OggiScienza a firma Mauro Colla, potete leggerlo qui.

Due giorni fa, anche stimolato dall'articolo, ho visto finalmente il documentario. Come ormai noto, il film documenta per la prima volta (ma le immagini girano sulla rete ormai da due-tre anni) l'assurda strage di delfini perpetrata in una piccola baia di una cittadina giapponese, Taiji. Tra l'altro, pur conoscendo la storia, non sapevo che i numeri fossero così drammatici: si parla di 23.000 delfini uccisi ogni anno.
Dico subito che mi è piaciuto. L'ho trovato ben fatto, sapientemente costruito. Ci sono ovviamente scene molto crude e altre davvero toccanti, mo ho apprezzato che non si sia voluto spingere troppo su queste e non si è mai passato il limite oltre il quale la documentazione può diventare macabro spettacolo fine a se stesso.
Non voglio svelare troppo del film, perchè prima o poi girerà in Italia e consiglio a tutti di vederlo. Ho trovato molto interessanti e ben sviluppate le tematiche che fanno da contorno a questa storia: il peso che l'industria dei delfinari ha su tutta la vicenda, le assurde pretese del Giappone all'International Whaling Commission e anche la sua forza nel comprare voti delle piccola nazioni, la questione della carne di delfino avvelenata dal mercurio. C'è qualche forzatura (il racconto della delfina Cathy, l'interprete dei telefilm di Flipper, che "si suicida" fra le braccia del protagonista, Ric O'Barry) ma il film è ben centrato: un bel pugno nello stomaco per chi non conosce la vicenda o pur conoscendola preferiva non vedere.
Ovviamente la domanda adesso è: ok, ora lo sa tutto il mondo quello che succede a Taiji, ma si fermeranno per questo?

lunedì 22 marzo 2010

Signori si chiude?

Fondazione Cetacea rischia di chiudere

Negli ultimi dieci giorni o poco più ho volutamente trascurato il blog. E' un momento complicato, a dir poco, e non sapevo se riversare anche su Storie di Mare l'amarezza di questi giorni. Fondazione Cetacea mai come in questo momento rischia di chiudere i battenti. E parliamo di giorni, semmai settimane, non mesi.
Abbiamo lanciato una campagna che ha avuto e sta avendo un buon riscontro. Riscontro di clamore e anche di affetto e di attenzione da parte di molti, ma le istituzioni, in buona parte, tacciono. Abbiamo anche avviato una petizione che, se non l'avete fatto, vi chiedo di firmare qui.
La settimana scorsa abbiamo indetto un'assemblea aperta a tutti, a cui hanno partecipato anche rappresentanti del Comune di Riccione, del Comune di Rimini, della Regione Emilia-Romagna (per interposta persona). Mancava la Provincia di Rimini e, se è per questo, anche tutte le altre provincie dove "raccogliamo" tartarughe e delfini. Dove svolgiamo una sorta di servizio pubblico, non retribuito.
Dalla Regione sono giunti segnali confortanti, ma i tempi sono lunghi (ci sono anche le elezioni di mezzo...) e noi non abbiamo più tempo.

Non mi va di andare sul personale e spiegare cosa provo davanti all'ipotesi che 13 anni di lavoro, di passione e della mia vita potrebbero andare in fumo in un attimo. Sono talmente stanco che forse sarebbe una liberazione...

Ma credo che qualcuno dovrebbe chiedersi cosa succederà dopo, chi andrà a recuperare la prossima tartaruga ferita, in spiaggia? Che fine farà? Quando in pieno agosto ci sarà una tartaruga che muore (o un delfino, magari) in mezzo ai turisti, e forse un bagnino la ributterà in acqua sotto agli occhi della gente, perchè sarà l'unica cosa da fare, forse allora a qualcuno si apriranno gli occhi. O forse no, forse va bene così, che la natura faccia il suo corso.

- http://www.altarimini.it/Cetacea_mancano_fondi_per_recupero_tartarughe_marine_20851.php
- http://www.newsrimini.it/news/2010/marzo/13/riccione/la_fondazione_cetacea_annuncia__non_salveremo_pia__le_tartarughe_spiaggiate.html
- http://www.sanmarinortv.sm/attualita/default.asp?id=35&id_n=40925
- http://www.newsrimini.it/news/2010/marzo/12/riccione/l_allarme_della_fondazione_cetacea__senza_risorse__tra_poco_si_chiude.html
- http://www.parchizoo.it/201003141480/la-fondazione-cetacea-di-riccione-rischia-di-chiudere.html
- http://tartarughesabryvet.blogspot.com/2010/03/la-fondazione-cetacea-di-riccione.html
- http://ilrestodelcarlino.ilsole24ore.com/rimini/cronaca/2010/03/15/305089-fondazione_cetacea.shtml
- http://www.sottobosco.info/index.php?option=com_content&view=article&id=408:il-naufragio-della-fondazione-cetacea&catid=12:news&Itemid=5
http://www.mareinitaly.it/notizie_v.php?id=2917

mercoledì 10 marzo 2010

Agli squali non piacciono più gli americani

Calano, negli USA, gli attacchi di squali

Il fenomeno degli attacchi di squali verso esseri umani non è mai stato veramente tale. Nonostante ogni notizia del genere faccia ovviamente molto scalpore sui media, i numeri degli attacchi di squali sono davvero risibili.
Basta dare un'occhiata al sito dell'International Shark Attack File, cioè il registo mondiale degli attacchi, per rendersi conto che si parla di poche decine di casi all'anno, pochissimi dei quali mortali. Gli attacchi totali sono stati 61 nel 2008 e 60 nel 2009.

Un recente articolo del San Francisco Chronicle riporta una ricerca dell'Università della Florida (che ha fondato l'Interational Shark Attack File), sul numero di attacchi di squali, lungo le coste americane. A quanto pare, negli Stati Uniti, il numero di questi eventi è in calo. Negli ultimi tre anni infatti, il numero è calato da un anno all'altro, con una dimuzione drastica dal 2008 (41 casi) al 2009 (28 casi). Erano invece 50 nel 2007.
Il trend in calo negli Stati Uniti non è però riscontrato nelle altre due nazioni maggiormente colpite. In Australia dal 2007 al 2009 si sono avuti rispettivamente 13, 12 e infine 20 attacchi. In Sudafrica, nello stesso periodo i numeri sono 2, 0 e 6.
Molti casi di attacchi sono catalogati come "minor", cioè come dice George Burgess curatore del File, "l'equivalente di un morso di cane". Tra l'altro, grazie all'avanzare della medicina e degli interventi di urgenza, la percentuale degli attacchi mortali sul totale è passata dal 60 % un secolo fa, al 7 % nel periodo 2000-2009.

Il fatto che gli attacchi siano in calo negli USA ci dice qualcosa? Per la verità no, dal momento che i numeri sono bassi e dunque statisticamente difficili.
Al di là delle battute che si possono leggere nei commenti alla notizia ("Gli squali hanno smesso di mangiare troppi grassi", ovviamente con riferimento al fatto che gli americani sono troppo spesso sovrappeso) la prima cosa che ho pensato dopo aver letto solo il titolo dell'articolo è stata: ci sono meno attacchi perchè ci sono meno squali.
Certo è che se gli squali facessero il loro database di attacchi dell'uomo agli squali, quanto sarebbero diversi i numeri!