lunedì 15 febbraio 2010

Mi serve un Angel

E' un momento davvero difficile della mia vita, e tutto il mio tempo è per persone a me care che in questo momento stanno soffrendo. Non ho molto tempo nè per il lavoro, nè per... il resto, compreso il blog. Pensare che avrei qualche bello spunto!
Così ne approfitto per un post veloce e non... di mare. Una mia cara amica, Antonietta Righetti (che tra le altre cose mi sta dando una mano per quello che potrebbe diventare il mio nuovo libro) ha scritto e pubblicato un racconto, sotto forma di prezioso libretto.
A me l'ha inviato in anteprima e ricordo che quel giorno l'ho stampato con l'idea di leggerlo a casa. Poi invece ho iniziato le prime righe in piedi vicino alla stampante... e alla fine non sono riuscito a metterlo giù e l'ho finito.
A me è piaciuto molto.
E' una bella boccata di aria fresca, mi ha dato la sensazione di sedermi su una panchina silenziosa e ombreggiata mentre tutti intorno corrono e sudano.
E trasmette un bel messaggio.

lunedì 8 febbraio 2010

L'articolo

Dalla visita e dall'intervista, di cui parlavo al post precedente, è già uscito un primo articolo, con tanto di galleria fotografica.
Eccolo qua: http://tinyurl.com/yfl8wj9

Grazie Beatrice (anche per le abbondanti scorte di cioccolato svizzero!)

sabato 6 febbraio 2010

Due chiacchiere con una amica sull'Adriatico

Mercoledì e giovedì scorsi è venuta a trovarmi Beatrice Jann, un'amica con la quale sono in contatto ormai da molto tempo, anche se ci siamo incontrati di persona solo due o tre volte.
Lei fa tante cose, tra le quali la giornalista più o meno free-lance, ma si guadagna da vivere studiando gli ambienti di acque dolci del suo paese. Poi, per suo interesse personale, e a sue spese, da nove anni (se non sbaglio) vola a Capo Verde a studiare le megattere. Cosa che lei racconta quasi come se fosse normale, ovvia; chi di noi non studia le megattere, di tanto in tanto?

Le ho fatto visitare la Fondazione Cetacea e il nostro centro Adria, siamo saliti in collina a trovare Mary G., a Oltremare, e visto che eravamo lì ci siamo intrufolati nell'esposizione (Hippocampus) di vasche di cavallucci marini dove nel buio e nel silenzio ci siamo lasciati rapire dalla magia e dal fascino di questi pesci straordinari.

Ma abbiamo soprattutto chiacchierato. E' bello trovare ogni tanto chi conosce questo lavoro e ne condivide soddisfazioni e difficoltà. Qualcuno al quale se dici che spesso ti viene voglia di mandare tutto a quel paese e trovarti "un lavoro normale" non ti guarda come se fossi pazzo.

Abbiamo anche registrato un'intervista per la radio svizzera. In realtà è stata un'ulteriore occasione per sederci a parlare di mare e di Adriatico, per più di un'ora, solo davanti a un microfono.
Ho risposto a ruota libera e anche divertito alle sue domande. I pesci dell'Adriatico, poi le tartarughe, gli squali, i delfini, i capodogli, e poi perchè questo mare è così particolare, e perchè soffre, soprattutto da trent'anni a questa parte, ferito gravemente dalle pugnalate inferte da noi stessi.

Purtroppo alle fine si finisce sempre lì: i danni causati dall'uomo all'ambiente naturale, le specie in pericolo e quelle che ormai semplicemente non ci sono più. Difficile, anzi impossibile, ormai parlare di ambienti e di specie animali senza parlare di conservazione.
Non ho idea di come sia venuta fuori l'intervista, siamo solo andati a ruota libera, saltando di qua e di là. Solo l'ultima domanda mi ha messo in difficoltà, e non è certo la prima volta che qualcuno me la pone: cosa può fare ognuno di noi, nel suo piccolo?
Questa è una domanda alla quale qualunque risposta suona come minimo banale. Come minimo.
Prima di tutto penso che ormai la situazione sia a un punto tale che, se non ci si muove a livelli più alti, istituzionali e anche e sopratutto transnazionali, quello che possiamo fare noi sia poco più che sistemarci in qualche modo la coscienza.
Sì, sì, serve tutto. I nostri comportamenti quotidiani devono tenere conto dell'emergenze ambientali che il pianeta affronta, e ognuno deva fare la sua parte, e io nel mio piccolo, oltre al mio lavoro, lo faccio anche nel privato.
Ma credo che quello che serve come singole persone sia invece più un cambiamento a livello mentale, culturale, e poi di conseguenza comportamentale. Ed è qui che la mia risposta diventa di solito pindarica e forse poco pratica. Forse banale. La mia parola chiave è rispetto. Comprendere che l'uomo è una specie TRA le altre e non SULLE altre. Questo concetto è spiegato benissimo per esempio nel libro "Il dilemma della Sfinge" di Notarbartolo di Sciara e Schweitzer.
Noi e le altre specie dunque, sullo stesso livello, parte degli stessi equilibri. Imparare a rispettare questi equilibri e tutti gli elementi che li compongono è il presupposto per vivere il nostro ambiente: non sfruttarlo a nostro vantaggio, non modificarlo oltre il consentito (oltre gli equilibri), non dominarlo, ma VIVERLO. Semplicemnte esserne parte, ingranaggio fra gli ingranaggi, in un meccanismo in cui ogni componente è essenziale e in cui tutto è in equilibrio (sì, equilibrio è un'altra parola chiave per me).
Vedete come è facile banalizzare, rispondendo a una domanda come quella?

lunedì 1 febbraio 2010

Un seguace del Darwinismo

Poster anti-darwinisti a Lugano.


L'amica Beatrice, biologa svizzera, mi invia questa foto, presa da una fermata di autobus, a Lugano. E pare che ce ne sano parecchire in giro...
Devo dire che mi ha dato dei leggeri brividi lungo la schiena. Resto sempre ammutolito di fronte agli abissi dell'ignoranza, al non voler vedere, al non voler comprendere.
Seguite questo link per leggere la notizia riportata comunque su diversi siti.
Ecco il sito dell'iniziativa l'inganno dell'evoluzione.
Pare che l'autore di queste perle sia un personaggio turco, tale Harun Yahya, autore di perle di questa portata: "Il darwinismo è un’antica religione sciamanica costruita su superstizioni di ogni sorta. Le origini dello sciamanesimo risalgono a circa 50.000 anni fa."
E ancora: "Da quando la teoria dell’evoluzione è stata avanzata la prima volta, i progressi in tanti rami della scienza hanno demolito le pretese della teoria, ad una ad una. Eppure, il darwinismo ha ancora dei seguaci. In genere, quando una teoria scientifica viene dimostrata falsa, la si archivia e finisce ogni discussione e dibattito in merito. Ma non è andata così con il darwinismo. Per quanto possano essere forti e indiscutibili le prove contro la loro teoria, gli evoluzionisti le ignorano e continuano a difendere le loro credenze con fervore."
E se vi sembra un povero pazzo, sappiate che i suoi libri hanno venduto 8 milioni di copie, nel mondo. Chiamalo scemo...
Io comunque, nonostante tutto, resto un seguace...

venerdì 22 gennaio 2010

5000 tartarughe

Mentre pare ormai giunto al termine il disastroso evento che ha colpito le tartarughe marine in Florida, si fanno i conti. Sembra che l'ondata di freddo che ha causato lo spiaggiamento delle tartarughe in stato semi-comatoso a causa di un rapido abbassamento della temperatura, abbia colpito qualcosa come 5000 esemplari.
Tutti o quasi destinati a morire senza l'intervento dei centri, delle autorità e dei volontari impegnati in questa impresa titanica.
Un precedente fenomeno simile, sulle coste della Florida, risale al 2001, ma allora erano 400 le tartarughe colpite. Un numero che fa impressione, ma che impallidisce a confronto con quanto avvenuto quest'anno.
Essendo dipendente dalla temperatura e dalle condizioni meteorologiche, il fenomeno del cold-stun è naturale. E verrebbe da chiedersi come le popolazioni di tartarughe, in condizioni naturali, possano sopportare questi "morie".
In realtà eventi di questo tipo sono rari, e in condizioni "normali" si equilibrano nel tempo, senza incidere pesantemente sulle popolazioni di tartarughe colpite.
Non è così purtroppo allo stato attuale delle cose. Tutte le specie di tartarughe marine sono in pericolo o almeno minacciate e le loro popolazioni sono solo una frazione di quelle originarie, che abitavano gli oceani prima dell'impatto dell'uomo su di essi. Basta vedere nel grafico che riporto, come sia in calo, proprio in Florida, il numero di nidi di Caretta caretta per anno.
Ecco che a causa degli equilibri profondamente alterati dall'uomo, questi eventi possono invece incidere drammaticamente sul numero di tartarughe che vivono nell'area interessata. Ed è curioso, anzi significativo, come sia l'uomo stesso a rendere questi fenomeni meno gravi, intervenendo a salvare le tartarughe colpite dal freddo. Una mano prende e l'altra dà...

lunedì 18 gennaio 2010

L'emergenza tartarughe in Florida

Nelle prime settimane del nuovo anno, le coste della Florida, USA, sono state teatro di un fenomeno vasto e grave. Più di 3000 tartarughe marine sono giunte sulle spiaggie della penisola, in gravi condizioni.
Il fenomeno è conosciuto come "cold stunned turtles", cioè tartarughe in pratica "intontite" dal freddo. Succede quando la temperatura dell'acqua scende molto rapidamente, a causa evidentemente di avverse condizioni atmosferiche, sotto i 15-16 gradi. Le tartarughe marine sono animali a sangue freddo (eterotermi) e la loro temperatura corporea è simile a quella esterna. Questi rettili eventualmente possono adattarsi per brevi periodi a temperature così basse, ma rimangono colpite duramente da repentini crolli di calore.
Un fenomeno analogo, ma con numeri molto inferiori, si è verificato anche in Italia, nei giorni a cavallo fra il 2001 e il 2002. Allora 55 esemplari si spiaggiarono lungo le coste settentrionali della penisola del Gargano (più o meno dove si sono spiaggiati i capodogli, un mesetto fa).

Tutti i centri della Florida che si occupano di fauna selvatica si sono attivati per fronteggiare l'emergenza. Si tratta soprattutto di tartarughe verdi (Chelonia mydas) e qualche Caretta caretta.
Fortunatamente il recupero di questi animali si presenta non troppo complicato e include l'immersione in vasche con acqua calda e ossigeno-terapia. Già moltissime sono tornate in mare in aree dove la temperatura lo consente, ma altre, anche se con minore frequenza, stanno ancora arrivando.

Le organizzazioni no-profit coinvolte hanno lanciato appelli che mi risuonano molto familiari. Il Loggerhead (è il nome inglese della Caretta caretta) Marine Life Centre proclama: "Abbiamo bisogno di aiuto. Dall'inizio dell'emergenza il centro ha ricoverato circa 70 tartarughe, il doppio di quante ne abbiamo di solito in un anno. Servono soldi, medicinali e strumenti..."
Da un altro centro fanno sapere che in quindici giorni di emergenza hanno praticamente speso tutto il budget di un anno.

Questi eventi possono davvero mettere in ginocchio una piccola associazione o un centro di recupero, ecco perchè le affermazioni di queste associazioni mi suonano così familiari. Ricordate l'emergenza dell'estate scorsa (vedi questo post e i seguenti)? Le enormi spese che abbiamo sostenuto sono ancora lì che lampeggiano di rosso nel nostro budget. Le istituzioni? Stiamo ancora aspettando notizie...


giovedì 7 gennaio 2010

E buon 2010

Iniziamo il 2010 con un bel desiderio: non leggere più articoli grossolani, superficiali e in definitiva sciocchi come quello che segue. A volte mi viene il sospetto che la colpa non sia dei giornalisti ma di noi che facciamo o dovremmo fare divulgazione e sensibilizzazione, poi ci ripenso e dico che ne abbiamo invece parlato abbastanza, che lo abbiamo ripetuto in ogni modo e ai quattro venti. Che ormai tutti dovrebbero averne abbastanza di questo idea dello squalo = mostro. E invece...
Rigrazio il lettore anonimo che me lo ha segnalato, come commento a questo post.

Catturato squalo bianco di due metri
il Centro — 23 settembre 2009
TERMOLI. Poco più di due metri di lunghezza, circa 120 chili di peso, la pinna inconfondibile sul dorso grigio chiaro e quel “ghigno”, che sa di terrore, anche se è soltanto un cucciolo. “Lui” è uno squalo bianco pescato a 13 miglia al largo di Ortona. A tirare su questo raro ospite dell’Adriatico è stato un pescatore di Monopoli del peschereccio Sandokan III, della marineria di Termoli. Lo squalo appartiene alla specie più “cattiva”, quella resa ancora più crudele dal film di Spielberg.
Cattiva? Ah è tra virgolette, allora va bene. E comunque, il film di Spielberg ha reso lo squalo bianco ancora più crudele? Forse vuol dire che gli squali vedendo il film si sono arrabbiati moltissimo e sono diventato crudeli.

«L’ho preso a tredici miglia al largo di Ortona», ripete il pescatore, Francesco Comes , subito in posa sulla sua preda, quasi a confortare coloro che avranno ancora il tempo di fare il bagno a riva.
Ma ci rendiamo conto? "Quasi a confortare coloro che avranno ancora il tempo di fare il bagno"...
Tredici miglia sono quasi 24 chilometri, tanti in mare, e poco più in là delle acque internazionali. Tutto ciò comunque non basta per smorzare un fenomeno che si sta diffondendo, complice anche il cambiamento del clima e della temperatura del mare: la presenza degli squali nell’Adriatico.
A parte che come si fa a definire la presenza degli squali in Adriatico "un fenomeno"?
Ma magari i cambiamenti climatici potessero RI-portare in Adriatico gli squali. Tutte le verdesche e gli squali volpe e i gattucci che fino a quindici anni fa c'erano e adesso sono ormai ridotti a poche sporadiche apparizioni. E mica per colpa del clima! Per colpa di chi ha pescato loro e soprattutto le loro prede. E di chi ha reso il nostro Adriatico un ambiente sempre meno adatto.

Quello pescato ieri mattina è un “cucciolo” di un quintale e venti chili e lascia quindi intendere che da qualche parte ci devono pur essere i genitori.

Sì, che lo staranno cercando, poverino. E chissà come sono grossi e cattivi.

Lo squalo bianco è della famiglia dei Lamnidi, i pesci predatori più grandi della Terra. E’ diffuso in acque fredde o temperate, con concentrazioni al largo delle coste meridionali dell’Australia, del Sudafrica, della California e nel Mediterraneo centrale. «A me è capitato di prenderne uno anni fa, ed è sempre una bella soddisfazione»,
Immagino...

afferma il comandante del Sandokan III che racconta la pesca: «Appena l’ho visto impigliato ad un amo mentre si dibatteva non credevo ai miei occhi. All’inizio», ammette, «c’è stato qualche attimo di panico perché è difficile e pericoloso catturare un animale del genere, poi, assieme ai miei compagni lo abbiamo infilzato con un arpione e tirato su grazie a due ganci».
Eh sì, infilzato a un arpione sono sicuro che facesse molta meno paura.

Quella di ieri è stata tra l’altro una pesca super fortunata perché oltre allo squalo nelle reti c’erano diversi esemplari di varia grandezza di pescespada e verdesche.
Evviva!

Il motopeschereccio ha attraccato di pomeriggio nel porto di Termoli e, appena ha scaricato lo squalo, è stato circondato da curiosi. Il comandante Francesco Comes e i marinai hanno quindi passato la notte a Termoli in attesa di uscire di nuovo in mare, lo squalo è stato invece portato a Polignano a Mare, che dista una decina di chilometri da Monopoli. Lì un grossista lo ha già fatto a pezzi e venduto alle pescherie.

Finale in bellezza! Primo, lo squalo bianco è protetto dalla Cites e non può (non potrebbe) essere venduto; secondo, dal momento che sono convinto che nessuno comprerebbe un trancio di squalo bianco da mangiare, sotto quale nome sarà stato venduto? Verdesca? Palombo? Smeriglio?