venerdì 22 gennaio 2010

5000 tartarughe

Mentre pare ormai giunto al termine il disastroso evento che ha colpito le tartarughe marine in Florida, si fanno i conti. Sembra che l'ondata di freddo che ha causato lo spiaggiamento delle tartarughe in stato semi-comatoso a causa di un rapido abbassamento della temperatura, abbia colpito qualcosa come 5000 esemplari.
Tutti o quasi destinati a morire senza l'intervento dei centri, delle autorità e dei volontari impegnati in questa impresa titanica.
Un precedente fenomeno simile, sulle coste della Florida, risale al 2001, ma allora erano 400 le tartarughe colpite. Un numero che fa impressione, ma che impallidisce a confronto con quanto avvenuto quest'anno.
Essendo dipendente dalla temperatura e dalle condizioni meteorologiche, il fenomeno del cold-stun è naturale. E verrebbe da chiedersi come le popolazioni di tartarughe, in condizioni naturali, possano sopportare questi "morie".
In realtà eventi di questo tipo sono rari, e in condizioni "normali" si equilibrano nel tempo, senza incidere pesantemente sulle popolazioni di tartarughe colpite.
Non è così purtroppo allo stato attuale delle cose. Tutte le specie di tartarughe marine sono in pericolo o almeno minacciate e le loro popolazioni sono solo una frazione di quelle originarie, che abitavano gli oceani prima dell'impatto dell'uomo su di essi. Basta vedere nel grafico che riporto, come sia in calo, proprio in Florida, il numero di nidi di Caretta caretta per anno.
Ecco che a causa degli equilibri profondamente alterati dall'uomo, questi eventi possono invece incidere drammaticamente sul numero di tartarughe che vivono nell'area interessata. Ed è curioso, anzi significativo, come sia l'uomo stesso a rendere questi fenomeni meno gravi, intervenendo a salvare le tartarughe colpite dal freddo. Una mano prende e l'altra dà...

lunedì 18 gennaio 2010

L'emergenza tartarughe in Florida

Nelle prime settimane del nuovo anno, le coste della Florida, USA, sono state teatro di un fenomeno vasto e grave. Più di 3000 tartarughe marine sono giunte sulle spiaggie della penisola, in gravi condizioni.
Il fenomeno è conosciuto come "cold stunned turtles", cioè tartarughe in pratica "intontite" dal freddo. Succede quando la temperatura dell'acqua scende molto rapidamente, a causa evidentemente di avverse condizioni atmosferiche, sotto i 15-16 gradi. Le tartarughe marine sono animali a sangue freddo (eterotermi) e la loro temperatura corporea è simile a quella esterna. Questi rettili eventualmente possono adattarsi per brevi periodi a temperature così basse, ma rimangono colpite duramente da repentini crolli di calore.
Un fenomeno analogo, ma con numeri molto inferiori, si è verificato anche in Italia, nei giorni a cavallo fra il 2001 e il 2002. Allora 55 esemplari si spiaggiarono lungo le coste settentrionali della penisola del Gargano (più o meno dove si sono spiaggiati i capodogli, un mesetto fa).

Tutti i centri della Florida che si occupano di fauna selvatica si sono attivati per fronteggiare l'emergenza. Si tratta soprattutto di tartarughe verdi (Chelonia mydas) e qualche Caretta caretta.
Fortunatamente il recupero di questi animali si presenta non troppo complicato e include l'immersione in vasche con acqua calda e ossigeno-terapia. Già moltissime sono tornate in mare in aree dove la temperatura lo consente, ma altre, anche se con minore frequenza, stanno ancora arrivando.

Le organizzazioni no-profit coinvolte hanno lanciato appelli che mi risuonano molto familiari. Il Loggerhead (è il nome inglese della Caretta caretta) Marine Life Centre proclama: "Abbiamo bisogno di aiuto. Dall'inizio dell'emergenza il centro ha ricoverato circa 70 tartarughe, il doppio di quante ne abbiamo di solito in un anno. Servono soldi, medicinali e strumenti..."
Da un altro centro fanno sapere che in quindici giorni di emergenza hanno praticamente speso tutto il budget di un anno.

Questi eventi possono davvero mettere in ginocchio una piccola associazione o un centro di recupero, ecco perchè le affermazioni di queste associazioni mi suonano così familiari. Ricordate l'emergenza dell'estate scorsa (vedi questo post e i seguenti)? Le enormi spese che abbiamo sostenuto sono ancora lì che lampeggiano di rosso nel nostro budget. Le istituzioni? Stiamo ancora aspettando notizie...


giovedì 7 gennaio 2010

E buon 2010

Iniziamo il 2010 con un bel desiderio: non leggere più articoli grossolani, superficiali e in definitiva sciocchi come quello che segue. A volte mi viene il sospetto che la colpa non sia dei giornalisti ma di noi che facciamo o dovremmo fare divulgazione e sensibilizzazione, poi ci ripenso e dico che ne abbiamo invece parlato abbastanza, che lo abbiamo ripetuto in ogni modo e ai quattro venti. Che ormai tutti dovrebbero averne abbastanza di questo idea dello squalo = mostro. E invece...
Rigrazio il lettore anonimo che me lo ha segnalato, come commento a questo post.

Catturato squalo bianco di due metri
il Centro — 23 settembre 2009
TERMOLI. Poco più di due metri di lunghezza, circa 120 chili di peso, la pinna inconfondibile sul dorso grigio chiaro e quel “ghigno”, che sa di terrore, anche se è soltanto un cucciolo. “Lui” è uno squalo bianco pescato a 13 miglia al largo di Ortona. A tirare su questo raro ospite dell’Adriatico è stato un pescatore di Monopoli del peschereccio Sandokan III, della marineria di Termoli. Lo squalo appartiene alla specie più “cattiva”, quella resa ancora più crudele dal film di Spielberg.
Cattiva? Ah è tra virgolette, allora va bene. E comunque, il film di Spielberg ha reso lo squalo bianco ancora più crudele? Forse vuol dire che gli squali vedendo il film si sono arrabbiati moltissimo e sono diventato crudeli.

«L’ho preso a tredici miglia al largo di Ortona», ripete il pescatore, Francesco Comes , subito in posa sulla sua preda, quasi a confortare coloro che avranno ancora il tempo di fare il bagno a riva.
Ma ci rendiamo conto? "Quasi a confortare coloro che avranno ancora il tempo di fare il bagno"...
Tredici miglia sono quasi 24 chilometri, tanti in mare, e poco più in là delle acque internazionali. Tutto ciò comunque non basta per smorzare un fenomeno che si sta diffondendo, complice anche il cambiamento del clima e della temperatura del mare: la presenza degli squali nell’Adriatico.
A parte che come si fa a definire la presenza degli squali in Adriatico "un fenomeno"?
Ma magari i cambiamenti climatici potessero RI-portare in Adriatico gli squali. Tutte le verdesche e gli squali volpe e i gattucci che fino a quindici anni fa c'erano e adesso sono ormai ridotti a poche sporadiche apparizioni. E mica per colpa del clima! Per colpa di chi ha pescato loro e soprattutto le loro prede. E di chi ha reso il nostro Adriatico un ambiente sempre meno adatto.

Quello pescato ieri mattina è un “cucciolo” di un quintale e venti chili e lascia quindi intendere che da qualche parte ci devono pur essere i genitori.

Sì, che lo staranno cercando, poverino. E chissà come sono grossi e cattivi.

Lo squalo bianco è della famiglia dei Lamnidi, i pesci predatori più grandi della Terra. E’ diffuso in acque fredde o temperate, con concentrazioni al largo delle coste meridionali dell’Australia, del Sudafrica, della California e nel Mediterraneo centrale. «A me è capitato di prenderne uno anni fa, ed è sempre una bella soddisfazione»,
Immagino...

afferma il comandante del Sandokan III che racconta la pesca: «Appena l’ho visto impigliato ad un amo mentre si dibatteva non credevo ai miei occhi. All’inizio», ammette, «c’è stato qualche attimo di panico perché è difficile e pericoloso catturare un animale del genere, poi, assieme ai miei compagni lo abbiamo infilzato con un arpione e tirato su grazie a due ganci».
Eh sì, infilzato a un arpione sono sicuro che facesse molta meno paura.

Quella di ieri è stata tra l’altro una pesca super fortunata perché oltre allo squalo nelle reti c’erano diversi esemplari di varia grandezza di pescespada e verdesche.
Evviva!

Il motopeschereccio ha attraccato di pomeriggio nel porto di Termoli e, appena ha scaricato lo squalo, è stato circondato da curiosi. Il comandante Francesco Comes e i marinai hanno quindi passato la notte a Termoli in attesa di uscire di nuovo in mare, lo squalo è stato invece portato a Polignano a Mare, che dista una decina di chilometri da Monopoli. Lì un grossista lo ha già fatto a pezzi e venduto alle pescherie.

Finale in bellezza! Primo, lo squalo bianco è protetto dalla Cites e non può (non potrebbe) essere venduto; secondo, dal momento che sono convinto che nessuno comprerebbe un trancio di squalo bianco da mangiare, sotto quale nome sarà stato venduto? Verdesca? Palombo? Smeriglio?

mercoledì 23 dicembre 2009

Buone feste


Auguro a tutti voi di trascorrere delle feste
dolci come il pandoro,
serene come un bimbo che dorme,
calde come la vostra poltrona preferita,
appassionate come la persona che vi fa battere il cuore,
preziose come la sapienza di un nonno,
amorevoli come la mano di una mamma,
intense come le parole di un amico vero,
divertenti come l'ultima volta che vi siete lasciati andare.
Praticamente perfette, come madre natura.

Auguri

Marco

sabato 19 dicembre 2009

Capodogli e mosche

E così dopo internet, i quotidiani, e dopo i quotidiani la televisione: adirittura il TG1! Tutti a riprendere la storiella che i capodogli sono morti a causa delle buste di plastica che avevano ingerito. Anzi che il capobranco aveva ingerito, e gli altri dietro a lui, fedeli, lo hanno seguito, fino alla fine, fino alla morte. E venivano addirittura dall'Atlantico. Che storia!
Peccato sia una bufala, un'invenzione. Qualcuno in cerca dei suoi cinque minuti di notorietà l'ha confezionata, e tutti pronti a cascarci dentro con le mani e con i piedi.
I sacchetti negli stomaci c'erano, ma non aveano causato danni, e NON sono la causa dello spiaggiamento. Dubito fortemente che quel gruppo avesse un "capobranco"; andiamo, basta con queste storielle sugli animali sempre uguali. Ma che schifo.
Ma non si poteva aspettare che chi ha fatto le autopsie comunicasse ufficialmente cosa aveva trovato (Sandro, se mi leggi, fallo presto, serve chiarezza in questa vicenda)? Bisogna cavalcare la notizia ancora fresca, approfittando delle intense emozioni (questa sì, una bella novità) che questo spiaggiamento ha suscitato negli italiani, per far parlare magari più di sè. E vai poi di opinionisti, di corsivi sui quotidiani, tutti già sicuri, senza nemmeno un dubbio: li ha uccisi la plastica. Non lo diaciamo sempre, che i nostri rifiuti in mare uccidono gli animali marini? Ecco la dimosrazione, semplice no?
Mi direte, ma con chi ce l'hai? C'è l'ho con chi approfitta del clamore di questa storia. Ce l'ho con chi vuole una risposta, subito, per cui prende la prima che gli passa davanti, magari ben confezionata (ma neanche poi tanto).
Le cause di questo spiaggiamento vanno indagate, e magari scopriremo che c'entra davvero l'uomo, e non ci stupiremmo più tanto, ma è un fenomeno complesso e non si può improvvisare nel tirare le conclusioni (tra l'altro pare che uno dei capodogli sia stato identificato come un esemplare fotografato per otto anni consecutivi nelle acque della Grecia ionica, altro che Atlantico!).
Questi capodogli, con il loro dramma, queste figure totemiche, quasi mitologiche che finiscono a morire insieme su una spiaggia pugliese, sono come miele per le tante mosche che vi ronzano attorno. Alcune si occupano di cetacei e di spiaggiamenti da anni, altre si sono imporvvisate esperti.
Sono come le mosche, quelle vere stavolta, che adesso ronzano attorno a quelle carcasse smembrate e putrescenti, a quegli scheletri dal valore scientifico/educativo inestimabile, ma che forse finiranno male, persi per incuria e intempestività, come rifiuti in qualche discarica. E qualcuno ci guadagnerà pure, e non poco.
Fondazione Cetacea nel suo piccolo ha subito presentato alla regione Puglia il suo grande progetto, per recuperare tutti e sette gli scheletri, lasciandoli pulire in mare, con una tecnica già sperimentata: pulita, rapida, persino economica. Di più, noi proponevamo poi di lasciare lì i reperti finali, montati ed esposti, lì in Puglia, senza mandarli in giro per diversi musei in Italia. L'avevamo chiamato "La spiaggia dei Capodogli". Il progetto è piaciuto a molti, ma non a chi si vedeva sottrarre l'osso succulento (metafora azeccata, no?) e dunque non passerà.
E va beh, tanto sai quanti ne capitano di spiaggiamenti del genere...

lunedì 14 dicembre 2009

Inumano

Sul caso dei capodogli il Ministro Stefania Prestigiacomo dice "Era stato deciso di abbreviare l’agonia dei capodogli morenti con una forma di eutanasia medica, ma purtroppo non sono disponibili in Italia dosi del farmaco indicato. Ho ritenuto e continuo a ritenere inumano farli uccidere a colpi di armi da fuoco pesanti".
Inumano mettere fine alle sofferenze di quelle bestie con un colpo di fucile?
E' stato dunque più umano lasciarli agonizzare per 48 ore, coricati su un fianco, impossibilitati a muoversi, schiacciati dal loro stesso peso, lottando per ogni respiro?

sabato 12 dicembre 2009

I capodogli morenti

Giovedì sera, due giorni fa, mentre ero a cena ho ricevuto la telefonata del mio amico Giovanni, del Centro Recupero Tartarughe Marine di Manfredonia. Mi informava di quella che poi sarebbe stata la notizia del giorno dopo: un gruppo di capodogli, 6, 10, 9, all’inizio i numeri erano confusi, si stava spiaggiando sulla costa settentrionale del promontorio del Gargano, nei pressi del lago di Lesina.
La notizia è eccezionale dal momento che l’unico altro spiaggiamento del genere in Italia risale al 1938, a Marzocca (7 esemplari).
Ho contattato Sandro Mazzariol dell’Università di Padova, che fra le altre cose è a capo di un gruppo di intervento che lavora sui grandi Cetacei, soprattutto praticando accurate autopsie, quando se ne presenta l’occasione. Sandro mi dice che è al corrente della cosa. La mattina dopo i grandi cetacei sono ancora lì, sono sette in tutto (a quanto pare due sono stati visti allontanarsi) e tre sono già morti.
Sento di nuovo Sandro che mi dice che sul posto è intervenuto il Centro Studi Cetacei a coordinare le operazioni e che lui sta partendo per raggiungere il Gargano.
Pur non essendo a questo punto richiesta la nostra presenza, alle 11 decidiamo che il fenomeno è troppo straordinario per non andare a dare un’occhiata. In quattro e quattr’otto siamo in macchina, destinazione Gargano.
Arriviamo là verso le 16, piove e il cielo è tutto coperto, la luce sta scemando velocemente. Ci mettiamo un po’ a trovare il posto, poi un assembramento di auto indica chiaramente dove si sta svolgendo la tragedia. Scendiamo lungo il sentiero in mezzo alla pineta e siamo sulla spiaggia, alla nostra destra, un mezzo chilometro più in giù, un folto gruppo di gente e tante auto con i lampeggianti. Ci incamminiamo verso quella direzione, e poco dopo siamo in grado di vedere in acqua una sagoma scura. E’ il primo dei capodogli ancora in vita. Agonizzante in pochi centimetri d’acqua, fa male al cuore vedere la coda che ogni tanto si solleva, e stancamente ricade giù. E’ ovviamente coricato su un lato, quello destro, e la pettorale sinistra ogni tanto si muove e punta verso l’alto, quasi a implorare pietà. A volte le onde che si ritraggono scoprono totalmente l’enorme testone. Tutt’attorno, sulla spiaggia, gente e famiglie con bambini che assistono al tremendo spettacolo della morte in diretta.
Proseguiamo ancora ed ecco un secondo esemplare. Stessa scena di prima, ma questa volta ci sono dei veterinari che cercano di prendergli un campione di sangue dalla coda, apparentemente senza successo. La Capitaneria vede i loghi sulle nostre felpe e si avvicina. Chiacchieriamo un po’, non sembrano sapere assolutamente che fare. Non che si sia molto da fare.
Avanti ancora, fino a un terzo individuo. Questo sembra più piccolo ma anche meno stremato. Ogni tanto solleva addirittura la testa. Da lontano scorgiamo un quarto capodoglio, ma ne abbiamo abbastanza e decidiamo di tornare indietro.
Una troupe televisiva ci vede e ci ferma “E’ un’ora che camminiamo su e giù sulla spiaggia” ci dicono “qui non c’è nessun responsabile con cui parlare, possiamo intervistarvi?”. Dico di sì ma chiarisco che non siamo noi a gestire le operazioni e che da lì poco ce ne andremo.
Molta gente è imbufalita perchè nessuno fa niente per salvare gli animali. Ma hanno ragione solo a metà, perchè non si può far niente per salvare quei cetacei. Ma si potrebbe fare qualcosa per evitare che agonizzino per ore davanti alla gente. Infatti più tardi saprò che è stato chiesto al Ministero il permesso di praticare l’eutanasia sui capodogli sopravvissuti. Sono d’accordo, sarebbe la cosa migliore, ma so anche che stamattina (sabato) il permesso ancora non c’era e dunque uno dei tre è morto durante la notte e gli altri due agonizzano ancora dopo quasi 48 ore. Una tortura.
Noi ripartiamo quando si è fatto buio già da un’ora. Seguiremo la cosa a distanza e nel frattempo facciamo subito richiesta ufficiale per potere avere una carcassa dalla quale ricavare lo scheletro intero. Sarebbe un reperto di importanza scientifica e soprattutto educativa, fondamentale.
Il resto della storia è su tutti i giornali.