venerdì 29 dicembre 2006

Un anno di blog



Oggi, 29 dicembre, il blog compie un anno!!

Auguri, auguri!!
Grazie a tutti quelli che sono passati a trovarmi, a quello che si sono fermati a leggere e a quelli che hanno commentato.

martedì 26 dicembre 2006

Un delfino poco… comune

E’ di pochi giorni fa la notizia dell’estinzione di una specie di delfino, di acqua dolce, che viveva nel fiume Giallo in Cina. E’ la prima estinzione di una specie di Cetaceo causata dichiaratamente dall’uomo. Una pessima notizia, dunque.
Il delfino di cui parliamo oggi, il delfino comune (Delphinus delphis), comune non lo è affatto, nonostante il nome, e non rischia l’estinzione, perlomeno a livello globale, mentre è la popolazione mediterranea di questa specie che sta rischiando, mentre quella adriatica… non esiste più.
Il Delfino comune è un animale estremamente grazioso; piccolo, non supera i 2,3 m, affusolato, agile e scattante, ha un bel disegno sui fianchi che ricorda una clessidra, parte della quale ha un particolare color crema, senape o ocra. E’ una specie che vive in gruppi anche molto numerosi.
Una volta diffuso in tutto il bacino mediterraneo, la sua popolazione negli ultimi 30-40 anni si è come… ritirata. Ne sono rimasti infatti ormai solo dei gruppi in alcune aree: nel mare di Alboran, nel Tirreno meridionale fino al canale di Sicilia, nella Grecia ionica e nell’Egeo.
Ci sono foto e documenti che dimostrano come il Delfino comune fosse, fino a qualche decade fa, il cetaceo più comune nelle acque adriatiche.
Il declino, che poi è diventata scomparsa, del piccolo cetaceo dalla acque nord-adriatiche è iniziato e si è compiuto a metà del secolo scorso, fino agli anni ’60 circa, quando un’intensa campagna di “caccia” a questi animali (in competizione con la pesca), supportata da leggi dello stato, è stata portata a termine. Non solo: il delfino comune è specie molto meno robusta e resistente, anche ai cambiamenti ambientali, rispetto per esempio al tursiope, delfino costiero grosso e tenace. E infatti proprio il tursiope ha oggi in qualche modo, preso il sopravvento prima, e sostituito poi, il Delfino comune nel nostro mare, risultandone oggi l’unico cetaceo regolarmente presente.
In effetti, oltre alla campagna di catture di cui si parlava sopra, altre cause pare abbiano allontanato il Delfino comune da queste acque: cambiamenti (leggi degrado) ambientali, diminuzione delle prede, forme di inquinamento chimico hanno progressivamente cancellato il delicato cetaceo dall’Adriatico.
Come abbiamo visto comunque, tutta la popolazione mediterranea di questi delfini ha subito lo stesso destino, al punto che nel novembre 2003, tale popolazione di Defino comune è stata inserita nella Lista Rossa delle specie minacciate, come endangered, cioè in pericolo.

Nella foto: Adria, un delfino comune recuperato dalla Fondazione Cetacea, spiaggiato il 13 ottobre 2000, a Lido degli Estensi (FE)

mercoledì 13 dicembre 2006

Squali Adriatici

E’ stato pubblicato di recente un libro sugli squali dell’Adriatico (Sharks of the Adriatic Sea [Knjiznica Annales Majora, 2004]). Vi sono elencate 28 specie diverse. Non tantissime, forse, anche tenendo conto del fatto che in tutto il Mediterraneo le specie di squali presenti dovrebbe essere circa una cinquantina.
Eppure sono convinto che sapere che nel nostro mare vivono quasi trenta specie diverse di squali possa effettivamente colpire e stupire qualcuno, e magari, perché no, spaventare qualcun altro. A volte è ridicolo, ma capita di sentir dire che è meglio non parlare di squali in riviera, soprattutto d’estate. Ma fa parte sempre di una visione distorta, sia degli squali stessi, “feroci predatori senza cervello”, sia del nostro mare, bagnarola per turisti e mai culla di biodiversità e ricchezza biologica.
Invece gli squali adriatici sono un patrimonio, come i delfini, le tartarughe, i tonni, il pesce azzurro e le vongole.
Le specie presenti in Adriatico sono molto diverse, sia ecologicamente, cioè per il tipo di ambiente che prediligono e quindi di vita che conducono, sia anche dal punto di vista morfologico con forme e dimensioni molto differenti.
Chiaramente molte di queste specie sono di piccole, o relativamente piccole, dimensioni e in genere vivono in prossimità del fondo. Sono squaletti che siamo più abituati a vedere sui banchi del marcato che non nei documentari sui grandi predatori del mare… Specie come il palombo, lo spinarolo, il gattuccio sono molto comuni e spesso sono anche battezzate con lo stesso nome comune di “cagnetti”.
Ma non mancano affatto anche squali di dimensioni di tutto rispetto, dai 2 metri e mezzo dello squalo grigio ai tre metri del curioso squalo “ronco” e ai quasi quattro dello smeriglio (molto spesso confuso con lo squalo bianco). Per poi arrivare ai bestioni di oltre quattro metri come lo squalo capopiatto (detto anche squalo vacca), lo squalo toro (che si ammira in tutti gli acquari del mondo, per il suo aspetto truce, i suoi denti appuntiti e la sua indole invece pacifica e lenta), lo squalo mako, velocissimo predatore dal muso appuntito, lo squalo martello comune.
Fra i grandi pelagici che frequentano le nostre acque ricche di cibo ci sono anche la verdesca, il bellissimo squalo blu, oramai decimato dalla pesca sportiva, così come l’altrettanto elegante squalo volpe dalla coda lunghissima (può raggiungere i sei metri totali, di cui tre solo di coda). Queste due specie, come anche il più raro squalo grigio, scelgono l’alto Adriatico come vera e propria culla dove partorire i piccoli.
Ricordiamo inoltre che occasionali sono gli avvistamenti di un vero e proprio gigante, lo squalo elefante o cetorino, enorme pesce filtratore che può arrivare a nove metri di placida eleganza. Specie che nel 2001 è stata protagonista di una vera e propria invasione con più di sessanta segnalazioni in un mese circa… (nella foto un esemplare di circa 8,5 m fotografato al largo di Cesenatico)
Infine sporadici oramai sono gli avvistamenti dello squalo bianco che all’inizio del secolo frequentava regolarmente le tonnare del golfo di Trieste. Ora, a quanto pare, con il diminuire delle prede, il grande bianco appare oramai solo occasionalmente, e ogni volta con gran clamore. Ma forse non ama la pubblicità…

giovedì 7 dicembre 2006

La Nuova Zelanda protegge il "grande bianco"

Lo squalo bianco sarà protetto, a partire da aprile 2007, nelle acque della Nuova Zelanda. Una nuova legge vieterà di cacciare, uccidere o danneggiare il grande squalo nelle acque comprese in una fascia fino a 350 km dalle coste dello stato neozelandese. Sarà anche illegale possedere o commerciare parti dello squalo stesso.
Lo squalo bianco viene infatti ucciso per poterne vendere le mandibole come trofeo o squallido souvenir, al prezzo di oltre 9.000 euro per un "set" completo o 8-900 euro per un dente.
Le pene previste arrivano fino a 130.000 euro di multa e sei mesi di reclusione.
Bella idea!
Sarà cretino uccidere una bestia del genere per esporne i denti sul caminetto di casa?

lunedì 27 novembre 2006

Delfini adriatici in pericolo

ACCOBAMS è una sigla lunghissima che sta grosso modo per “Accordo per la conservazione dei Cetacei del Mediterraneo e del Mar Nero”. L’ACCOBAMS è un insieme di ricercatori e enti di ricerca di diverse nazioni affacciate su questi due mari, che lavora per la conservazione di balene e delfini, e che produce ottime documentazioni sullo stato di salute di questi mammiferi marini.
A marzo ha pubblicato un aggiornatissimo report sulle condizioni delle popolazioni di delfini e balene del Mediterraneo, e quindi anche del nostro Adriatico. E i risultati non sono particolarmente incoraggianti. Delle otto specie regolarmente presenti in Mediterraneo, due sono classificate come in altissimo pericolo di estinzione, altre due come vulnerabili (alto pericolo di estinzione) e di ben quattro non ci sono dati sufficienti per decidere.
In Adriatico l’unica specie regolarmente presente è il tursiope (Tursiops truncatus), cioè il delfino più conosciuto, il classico flipper dei telefilm e di tanti delfinari. La popolazione di tursiopi in Mediterraneo è considerata vulnerabile, cioè come detto ad alto rischio di esntizione. E in Adriatico la situazione è ancora peggiore. Infatti i compilatori del report sottolineano che se la popolazione di delfini tursiopi dell’Adriatico fosse considerata separatamente essa sarebbe catalogata come Endangered, cioè ad altissimo rischio di estinzione.
I dati infatti mostrano un declino dei delfini in Adriatico, intenso e rapido: si parla di una riduzione del 50%, negli ultimi 50 anni.
A rendere il quadro un po’ meno preoccupante è l’idea che il declino sia stato causato anche, almeno fino agli ’70-80 da una vera e propria “caccia al delfino”. Questo mammifero veniva infatti visto come un competitore che predava le stesse specie di pesci che noi mangiamo, così veniva attivamente cacciato e ucciso come si fa per le specie “infestanti”. Al punto che nel 1939 il Ministero per l'Agricoltura e le Foreste emanò il Decreto di cui vi ho parlato in un vecchio post. Questo Decreto ora non esiste più e i Cetacei sono tutti, a diversi livelli, specie protette. Ma ancora molte minacce ne mettono in pericolo la sopravvivenza: la riduzione delle loro prede a causa di una pesca eccessiva, il progressivo degradarsi dei loro ambienti naturali (inquinamento, cambiamenti climatici), le catture accidentali in attrezzi da pesca.
Molto lavoro c’è ancora da fare, per salvaguardare questi nostri amici adriatici.

martedì 21 novembre 2006

Risorge Sole

Il 31 luglio è arrivata al nostro Ospedale delle Tartarughe una tartaruga ferita, di circa 50 cm, che è stata chiamata Sole. Era stata trovata agonizzante a Ravenna, colpita alla testa da un'elica o da una chiglia di una barca. Aveva il cranio orribilmente fratturato, con una ferita molto profonda che passava trasversalmente dietro agli occhi. Le condizioni, al di là della ferita stessa, erano pietose ed erano evidenti i danni neurologici causati dal colpo. Sole si lasciava galleggiare in acqua, con le zampe paralizzate, non mangiava, non nuotava, non faceva niente, tranne degli spasmi che le prendevano alla testa e alle zampe quando stimolata. Il veterinario che le ha fatto la TAC suggeriva di praticarle l'eutanasia; io ero d'accordo. Solo il nostro veterinario responsabile, Giordano Nardini, non mollava. Ha cominciato per Sole una terapia di applicazioni laser. Per farla mangiare, ogni giorno la catturavamo e tenendola ferma (all'inizio con poca fatica) le mandavamo giù, con un tubo, del pesce frullato. I giorni passavano e Sole resisteva e ogni tanto qualcosa cambiava. In meglio. Era sempre più difficile tenerla ferma per intubarla, cioè acquistava forza. Poi ha cominciato a mangiare pesci interi, pur sempre catturandola e spingedogli a forza nell'esofago: ma almeno li ingoiava. Ha cominciato a fare piccoli movimenti con le zampe anteriori, poi timidi tentativi di immersione, sgraziati e inefficaci, ma almeno ci provava. Poi sempre di più e sempre meglio fino a riuscire a stazionare sul fondo della vasca, quando voleva. Anche nel mangiare era sempre più autonoma, ma sempre se imboccata. Mentre la ferita si è ormai, grazie al laser, riemarginata. E ieri la sorpresa... ha mangiato da sola!!
Non riesco con le parole (e con la memoria) ha ripercorrere esattamente il percorso compiuto da Sole, fatto di piccoli passi, giorno dopo giorno, sotto gli occhi attenti e caritatevoli dei nostri volontari. Ma è stata una lenta e costante risalita, un risorgere.
Non sappiamo se Sole potrà tornare in mare, la TAC (nella foto mentre le fanno l'anestesia) non è bellissima e quasi sicuramente ha i nervi olfattivi tranciati (cioè non sente gli odori). Ma vederla attivamente mangiare e nuotare, che spettacolo e che soddisfazione.
E che smacco per l'insensibile e pratico biologo che le avrebbe praticato l'eutanasia senza troppi ripensamenti...

mercoledì 1 novembre 2006

E convegno fu

E così il convegno è arrivato, ed è passato. Ora sono a casa, a ricaricare le pile e ci torno col pensiero, a freddo. E rivivo la grande soddisfazione e le belle sensazioni provate. Settimane e settimane di lavoro, di contatti, di telefonate, di ore al computer, di budget da limare, di cose da stampare, di programmi da stendere, di modifiche, di arrabbiature, di colpi messi a segno. E alla fine posso dire di avere realizzato il convegno che volevo, come lo volevo. Duecento giovani, studenti soprattutto, in platea; e i ricercatori che di solito si occupano di squali, delfini e tartarughe di questo mare, erano qui. Abbiamo parlato, discusso, mangiato e bevuto insieme, abbamo appianato vecchi dissapoti, aperto nuove collaborazioni, ci siamo fatti promesse e raccontato pettegolezzi. Ci sono state presentazioni interessanti e altre meno, stimolanti o "di routine". C'era la stampa, i media, i curiosi e gli invidiosi. Ho avuto tanti complimenti per quello che ho/che abbiamo fatto. Adesso, tranquillo, a casa mia, comincio già a dimenticare la fatica e ricordo solo le soddisfazioni.
Bene così, mi serviva questa boccata di ottimismo, questo infuso di fiducia; una scossa professionale molto forte per ritrovare motivazioni ultimamente un po' smarrite. A gennaio compirò dieci anni di questo lavoro. Il convegno di Cattolica è stato uno dei punti più alti di questa avventura. Grazie a chi c'era e se passate di qui, fatemi avere le vostre impressioni.

venerdì 20 ottobre 2006

Ci siamo quasi...

Ancora una lunga assenza. L'ultimo post è di due settimane fa, lo so. Ottobre è stato ed è ancora un mese frenetico. Ma ormai ci siamo, venerdì prossimo quasi 200 persone convoglieranno a Cattolica per il Convegno sui Cetacei, Tartarughe e Squali dell'Adriatico. Una faticaccia, ma la soddisfazione di avere coinvolto così tante persone è grande. Adesso, via col rush finale...

Nel frattempo vi segnalo una pubblicazione bellissima. Si intitola "The status and Distribution of Cetaceans in the Black Sea and Mediterranean Sea", è un libro di 142 pagine sullo stato delle popolazioni dei Cetacei in Mediterraneo e nel Mar Nero (come dice il titolo), aggiornatissimo e veramente ben fatto. Ed è scaricabile on-line (pesa 2,4 Mega), gratuitamente. Lo trovate qua.

P.S.: se venite al convegno e siete lettori di questo blog, cercatemi e fatevi riconoscere, mi fa piacere incontrarvi di persona.

giovedì 5 ottobre 2006

Delfino ti odio/ti amo

Ritorno dopo lunga assenza, l'organizzazione del convegno di cui vi ho parlato nel post precedente mi sta assorbendo moltissimo tempo. Proprio preparando il programma del convegno ho visto che ci sarà una presentazione del CNR di Ancona che si intitola: Competizione uomo-delfino per piccoli pesci pelagici dell'Adriatico. Proprio così, competizione uomo-delfino.
Per quanto adesso ci sia un amore quasi incondizionato dell'uomo verso i delfini, sostenuto da un certo quale fantomatico "legame" fra queste due specie, e forse anche da un senso di colpa per quello che l'uomo ha fatto per anni ai Cetacei, nonostante questo amore dicevo, il delfino è un nostro competitore per le risorse ittiche, e mangia in realtà più o meno lo stesso pesce che noi peschiamo. Così tutte le campagne e i movimenti di opinione attuali, verso gli amici/fratelli delfini, erano veramente poco probabili nemmeno tanti anni fa. Al punto che nel 1939 il Ministero per l'Agricoltura e le Foreste emanò un Decreto che stabiliva una taglia di 50 lire (cioè una settimana di paga di un operaio...) per ogni delfino ucciso; il premio saliva a 100 lire per ogni femmina gravida. Per "certificare" la cattura bisognava consegnare alle autorità la testa e la coda...
Per qualcuno questo diventò persino un mestiere. E' famoso il caso di un pescatore di Cesenatico, detto Brigella, che andava letteralmente a caccia di delfini. Usciva con la sua barca a vela, che metteva all'ancora nelle zone propizie all'avvistamento delfini. Si legava poi una corda in vita e quando il delfino era a tiro vi si lanciava sopra, lo abbracciava in una stretta mortale e lo uccideva a colpi di baionetta militare. Come cambiano i tempi, eh?

mercoledì 20 settembre 2006

Un convegno per voi

Spesso, soprattutto gli studenti, ma non solo, mi chiedono come avere la possibilità di partecipare a iniziative riguardanti i delfini o gli altri animali marini: conferenze, convegni, incontri. Normalmente ci sono ad esempio due convegni europei all'anno sui Cetacei, uno sugli squali, etc. Questi convegni sono ottime occasioni per tastare il polso alle attività che si svolgono su questi animali, ma anche e soprattutto per entrare in contatto con persone "del settore", che in genere sono anche molto alla mano e disponibili a chiacchierare, soprattutto durante i coffee-breaks, momenti cruciali di ogni convegno. A volte queste iniziative si svolgono in Italia, ma è raro perchè ogni anno si spostano in una nazione europea diversa.
Ecco quindi una ghiotta occasione per partecipare a un convegno molto interessante, per di più che si svolge in Italia, e che ho voluto (in qualità di organizzatore) gratuito e accessibile.
Qui a fianco vedete la locandina (cliccandoci si apre una versione in grande), si intitola "Cetacei, tartarughe marine e squali dell'Adriatico". Si svolge a Cattolica (RN) presso l'Acquario al parco Le Navi, il 27 e 28 ottobre prossimi. E' necessario iscriversi. Il modulo lo trovate qui.
A tutti gli studenti che si lamentano sempre che "in Italia non si fa mai niente del genere": stavolta qualcosa c'è. E' gratis, è in Italia, e se non sapete l'inglese c'è pure la traduzione simultanea. Non mancate e... passate parola!!

lunedì 11 settembre 2006

Basket e squali

La mia passione professionale sono gli squali (non solo...). La mia passione extra-professionale è il basket. C'è un collegamento fra le due cose? A volte capita...
E' dei giorni scorsi la notizia che Tracy McGrady, grande campione americano che gioca negli Houston Rockets, è stato "beccato" durante un viaggio promozionale dell'adidas, a mangiare zuppa di pinne di squalo ad Honk Kong.
Gli squali vengono pescati per la loro carne, per la pelle, per l’olio e altre sostanze che hanno nel fegato, per i denti (squallidi souvenirs) e per tante altre cose ancora. Quelli che scampano alla pesca mirata, magari perché hanno scarso valore commerciale, restano intrappolati e uccisi dalle reti e dagli ami che hanno altri obiettivi (tonni, pesci spada, altre specie commerciabili). Come se non bastasse negli ultimi decenni è arrivato il colpo di grazia del maledetto finning. Il finning è una pratica che consiste nel pescare gli squali per ottenerne solo le pinne. E’ una pesca stupida e insensata (pesco un animale da 200 kg e ne butto via 190…), crudele (agli squali vengono amputate le pinne e poi rigettati in mare a morire sul fondo), e devastante (basta una piccola barca per fare una strage: prendendo solo le pinne la barca non “si riempie” e si possono uccidere decine di esemplari ad ogni battuta). Che fine fanno poi le pinne? Vengono spedite sul mercato orientale dove, seccate, servono a preparare la zuppa di pinne di pescecane, un piatto tipico tradizionale servito in tutti i banchetti importanti: matrimoni, cerimonie, ecc… E’ una piaga difficilissima da combattere e estirpare, da una parte c’è un’elevata richiesta che proviene da un mercato che considera questo piatto come facente parti delle proprie tradizioni, e contro le tradizioni è sempre dura andare (ma si può fare! noi abbiamo smesso di mangiare carne di delfino e di bere brodo di tartaruga), dall’altra parte ci sono paesi poverissimi che vedono nella pesca delle pinne di squalo un’opportunità di ottimo e relativamente facile guadagno. Nel mezzo gli squali, ancora una volta.
Ecco perchè il gesto di McGrady ha fatto il giro del mondo ed è stato criticato dalle maggiori associazioni ambientaliste. Da notare, paradossalmente, che in squadra con McGrady gioca il gigantesco Yao Ming (226 cm.), un atleta cinese che invece si fa spesso portavoce della campagna anti-finning...

sabato 2 settembre 2006

L'elogio del volontario

Qualche tempo fa mi ha scritto una signora. Sua figlia aspirava a fare un tirocinio presso la Fondazione Cetacea, ma dopo vari contatti "non ci siamo presi" e la cosa non si è fatta. La madre, nel chiedermi chiarimenti per questo nulla di fatto, amareggiata per l'andamento della cosa buttava lì una frase, che non mi è piaciuta affatto. Scriveva: La sua [quella della figlia] non sarebbe stata un'esperienza per il puro capriccio di accarezzare un delfino come penso di tanti che a questo punto mi viene da dire "le sono passati davanti".
Io le ho risposto, dopo averle spigato come erano andate le cose con sua figlia, di non fare però l'errore di giudicare chi non conosce, e non parlavo di me. In effetti sono pochissimi, fra i tanti che ci chiedono di poter fare volontariato o un tirocinio, i ragazzi che vengono qui per un capriccio, "per accarezzare un delfino", e si riconoscono lontano un chilometro e non passano avanti proprio a nessuno.
Quelli che vedo invece quasi ogni giorno, che mi scrivono, che vengono a parlare con me, sono ragazzi motivati, che arrivano da ogni parte di Italia, disposti a fare sacrifici, che non si fermano alle prime difficoltà e che non storcono la bocca davanti a proposte di attività meno intriganti e forse noiose (sistemare un archivio o una biblioteca, non è come lavorare con un delfino o una tartaruga, ma da noi si fa anche questo e anche questo è utile al nostro lavoro).
Ogni anno prendiamo, fra volontari e tirocinanti, circa 15 persone, fra le oltre 100 richieste che abbiamo. Anni fa ne prendevamo di più, per periodi più brevi, solo ed esclusivamente per dare a qualcuno in più la possibilità di fare questa esperienza. Lo facevamo a scapito del nostro lavoro e delle nostre energie. E ancora oggi seguire i volontari è un lavoro impegnativo e di cui sento forte la responsabilità. Li devo tenere attivi e coinvolti e a volte devo "inventarmi" qualcosa da fargli fare... nei momenti di stanca. A volte mi siedo anche con loro solo a fare due chiacchiere e mia accorgo che anche questi momenti sono importanti, per loro e per me.
E spero che alla fine della loro esperienza, ognuno di loro se ne vada con qualcosa di più di quando sono arrivati; non solo quello che hanno imparato, ma anche quello che hanno vissuto.

sabato 26 agosto 2006

L'occasione fa lo scienziato ladro

Sto leggendo un libro che la mia amica Irene Bianchi mi ha regalato qualche anno fa e che ho ri-preso in mano solo adesso. Si chiama "Le bugie della scienza" di Federico Di Trocchio. Il libro è l'analisi di decine e decine di casi di truffe scientifiche. Gli scienziati e i ricercatori, per motivi diversi, barano, truccano e imbrogliano. La sequenza è impressionante: dati falsificati o inventati, esperimenti truccati o addirittura mai eseguiti, falsificazioni, invenzioni, persino autori di articoli scientifici mai esistiti (nomi inventati da un autore per mostrare di avere lavorato insieme ad altri); ce n'è per tutti i gusti!
La cosa che mi colpisce di più non è tanto la faccia tosta di queste persone quanto la facilità con cui è facile imbrogliare, nella ricerca. E' una cosa che mi ronza in testa da tanto e ne ho parlato spesso anche con altri colleghi. Nel chiuso di un laboratorio, nell'isolamento di una ricerca sul campo, non ci sono "controlli" ed è facilissimo spingere una ricerca verso la direzione voluta, a volte magari anche in totale buona fede. Gli articoli pubblicati su riviste scientifiche hanno di solito l'unico filtro dei referee, cioè normalmente due ricercatori (specializzati nello stesso ambito di ricerca, e che resteranno anonimi all'autore dell'articolo stesso) a cui viene inviata la bozza di un articolo da correggere e rivedere. Punto. Se le condizioni in cui è stato eseguito l'esperimento o la ricerca non sono proprio del tutto ortodosse, se i dati presentati sono un po' "drogati" (basta per esempio togliere quelli che non corrispondono alle attese...), chi potrà mai saperlo?
Allora credo che il primo requisito di un bravo scienziato, prima ancora della passione, della curiosità, dell'intuito, dell'intelligenza, della rigorosità, sia... l'onestà. Non mentire e non barare con se stessi prima di tutto. L'occasione fa l'uomo ladro ma la persona onesta non ne approfitta. E io spero che la prossima volta che leggerò un articolo scientifico... non mi ritroverò a chiedermi "ma sarà tutto vero?".

giovedì 17 agosto 2006

Riflessioni: il post di Estefania

E' agosto, e mentre per noi è un mese di lavoro come e più degli altri, molta gente è in vacanza, e lo vedo anche dai contatti al blog, che dopo i picchi dei mesi scorsi, ora vanno a rilento. Così in questo clima rilassato mi permetto di parlare del blog stesso, cioè mi parlo addosso...
In questo blog c'è un post che vive di vita propria e che è sfuggito anche al suo "creatore", cioè io. Il post si chiama "Riflessioni: passioni", l'ho pubblicato il 15 gennaio 2006 riportando semplicemente una mail di una studentessa, Estefania appunto, che mi aveva colpito particolarmente (ricevo molte mail da studenti). Evidentemente quello che ha suscitato il mio interesse nel messaggio di Estefania ha colpito anche molti altri. E così quel post ha cominciato a vivere di vita propria ed è diventato una specie di forum che ha, a tutt'oggi, superato i 200 commenti. Io stesso ne avevo pronosticato la fine qualche mese fa ma, niente, va avanti imperterrito e... vive, appunto. Mi piace questa cosa, mi diverte vedere che qualcosa che ho fatto nascere adesso sta in piedi da solo e molta gente viene a leggerlo e partecipa; e anche se gli altri post sono meno commentati forse anche "per colpa" di questo, va bene. Andiamo, anzi andate, avanti!
A proposito, molti continuano a volere dare un volto alla ormai mitica Estefania, e visto che lei in questo periodo è proprio qua alla Fondazione Cetacea per un periodo di volontariato, posso finalmente, e col suo permesso, mostrare la sua foto! (E' la prima da sinistra)

sabato 5 agosto 2006

Riflessioni: soddisfazioni

Vi ho già parlato del progetto Adria-Watch, in un altro post. Ho lavorato quasi un anno per preparare questo progetto: scriverlo, aggiustarlo, limarlo, adattarlo al budget. Poi l'abbiamo "messo in gara" per partecipare al bando di fondi europei Interreg IIIA: ed è già stata una grande soddisfazione. Dopo qualche mese, mentre ero in Svezia per un convegno sui Cetacei, mi è arivato un sms: il progetto era passato! Vittoria. A settembre del 2004 Adria-Watch è partito, e dalla Provincia di Rimini, capofila del progetto, sono stato nominato Direttore Scientifico. Altra grande soddisfazione.
Il progetto è andato avanti, e ha continuato a darmi tanto lavoro e tante gratificazioni, abbattimenti e vittorie. Ho conosciuto colleghi coi quali si sono instaurati rapporti che andranno oltre la fine di Adria-Watch, come la slovena Darja Ribaric.
Ora Adria-Watch si sta avviando alla conclusione con alcune attività finali, veramente ad effetto. Una di queste è una cosa che sogno di fare sin da quando ho cominciato questo lavoro.
In questi giorni vengono rilasciate in mare cinque tartarughe marine, tutte con un trasmettitore satellitare sul dorso, che permetterà di seguirne costantemente la posizione in mare. Abbiamo cominciato noi rilasciando la tartaruga Liberty al largo di Rimini (potete seguire i suoi movimenti on-line, qui - selezionate "I Accept" e cliccate sul tasto Submit), seguiranno gli altri partner di progetto, con rilasci da Porto Garibaldi, Numana, Slovenia e Croazia.
La liberazione di Liberty è stata un evento, con la partecipazione di ben 6 imbarcazioni, di cui una con 200 persone a bordo, compresi tanti bambini. Tra l'altro la maestra che accompagnava questi bimbi ha anche dedicato una pagina web a Liberty con tanto di photogallery e video!!
Una bella giornata, un grande evento, che meritava un tuffo liberatorio!

martedì 1 agosto 2006

News: gli effetti collaterali della guerra

In Libano ci sono diversi siti di deposizione di Tartaruga comune e Tartaruga verde. I più importanti di essi si trovano a sud, un'area che è ora uno dei punti in cui maggiormente infuria la guerra. Il villaggio di Abbassiye, che è uno dei più maggiori siti per la nidificazione delle tartarughe marine, è stato bombardato.
Il 13 e il 15 luglio la centrale elettrica di Jieh che si trova sulla costa, circa 30 km a sud di Beirut è stata colpita dalle bombe israeliane. Una parte dei container contenenti nafta (carburante per la centrale) hanno preso fuoco (e il fumo sta inquinando l'aria), gli altri hanno riversato il loro contenuto nelle acque del Mediterraneo. Secondo il Ministero dell'Ambiente libanese già 10.000 tonnellate di carburante sono state riversate sulle coste libanesi, e altre 15.000 ne arriveranno. A cauda dei venti e delle correnti "favorevoli" una parte di questo materiale è stato disperso in mare e una parte ha raggiunto le coste. Al momento 70-80 km di coste rocciose e sabbiose sono state colpite dalla marea nera, compreso alcuni porti di pescatori e strutture turistiche della regione del Damour.
Il ministro ha illustrato così la gravità della situazione: "La marea nera è della stessa entità di quella della petroliera Erika che colpì le coste francesi e spagnole qualche anno fa"
Trovate alcune foto di questo disastro ambientale - che passa comunque in secondo piano rispetto alle morte di civili, soprattutto bambini, che vengono riportate ogni giorno - nel sito internet del Ministero dell'Ambiente libanese.

mercoledì 19 luglio 2006

News: Hilton? No, grazie.

L’arcipelago di Bimini si trova a circa 50 miglia a est di Miami, all’estremità nord-occidentale delle Bahamas. Queste isole sono la base di un importante ecosistema a mangrovie, l’unico della parte nord-ovest delle Bahamas. Questo ecosistema è una nursery che “rifornisce” di pesci migliaia di kilometri quadrati di mare e di barriera corallina.
Ed è in pericolo, per un progetto folle e scandaloso. Il governo delle Bahamas si è accordato con le società Capo Group e Hilton Hotel Corporation, per costruire, nella Bimini Bay, un mega complesso che comprende un hotel, un casinò, un campo da golf a 18 buche, e una distesa di appartamenti e villaggi turistici. Vedete il progetto qui a lato.
Tutto questo mentre la Hilton Hotel Corporation dichiara nel suo sito internet di “agire eticamente e in maniera ecologicamente responsabile”.
La costruzione, oltre a distruggere un ecosistema di straordinaria bellezza e importanza, ricco di vita, mette in pericolo anche l’economia delle popolazioni locali, basata su pesca e acquicoltura, e la sicurezza delle popolazioni stesse, aumentando il rischio di danni causati da uragani (le mangrovie sono una barriera naturale ed efficace contro questi eventi).
I mangrovieti e le lagune dell’area sono stati studiati da anni dalla Bimini Biological Field Station (BBFS), che chiaramente si oppone al progetto. Lo Sharklab della BBFS condotto dal dr. Samuel Gruber è un dei posti più importanti al mondo per la ricerca sugli squali.
Il primo Studio di Impatto Ambientale del Capo Group è stato duramente criticato dagli esperti della stazione biologica, mentre un secondo studio di impatto e l’analisi costi/benefici sono stati tenuti segreti…
Visitate questi due siti per saperne di più:
www.restrictbiminibayresort.org/ e www.savebimini.org.
Potete anche scaricare qui una lettera da firmare e spedire alla Hilton Hotel Corporation per chiedere di fermare lo scempio.

domenica 16 luglio 2006

News: Allarme rientrato

Forse avrete letto sui giornali, i giorni scorsi, della moria di delfini lungo le coste italiane del nord Adriatico. Solo nell’area di cui si occupa la Fondazione Cetacea, in cinque giorni, sono stati trovati sei delfini (tursiopi) spiaggiati. Altri quattro esemplari (ma forse erano solo due) sono stati segnalati in Veneto. Molti spiaggiamenti in pochi giorni è già un dato preoccupante, ma a questo si aggiunge il fatto che sui sei esemplari da noi recuperati 3 erano dei cuccioli e uno una femmina gravida. Da qui è scattato l’allerta, che poi ha avuto tanto, forse troppo, risalto mediatico.

Le analisi dei campioni biologici prelevati dai delfini trovati morti sulle spiagge adriatiche, sono ancora in corso, e richiederanno ancora diversi giorni prima di poter dare qualche risposta. Ma la Fondazione Cetacea, proprio perché responsabile del procurato allarme, non è rimasta inattiva. E venerdì mattina sono salito su un elicottero capitanato dal comandante Antonio Di Lizia, messo a disposizione dal Corpo Forestale dello Stato di Pescara. Lo scopo del volo era proprio quello di cercare di verificare l’eventuale presenza di altre carcasse di delfini, anche con lo scopo di recuperare, nel caso, nuovi campioni da analizzare.
Il survey compiuto dal mezzo della Forestale ha sorvolato un’area molto ampia. Partendo dall’Aeroporto F. Fellini di Rimini, l’elicottero si è diretto verso Ravenna, spostandosi ancora verso nord a un punto a circa 5 miglia al largo. Da lì il mezzo è sceso verso Rimini, seguendo un percorso a zig-zag, coprendo così un’area compresa fra le 2 e le 10 miglia circa. L’elicottero ha volato a circa 200 metri di quota, proprio per permettere un buona visuale della superficie del mare. E’ stata un’esperienza esaltante. Non ero mai salito su un elicottero prima e mi è piaciuto tantissimo. Prima di raggiungere il mare abbiamo volato per un po’ sulla mia Rimini. Che spettacolo il ponte di Tiberio visto dall’alto! E il Grand Hotel!
In tutta l’area esaminata, per un percorso di volo di circa due ore, non ci sono stati avvistamenti. Ed è un po’ quello che speravamo. A questo punto, il dato negativo di questo sopralluogo, insieme al fatto che da ormai otto giorni non si sono più riscontrati spiaggiamenti, permette quanto meno di abbassare il livello di allarme. Il fenomeno anomalo, se di questo si è trattato e non solo di una coincidenza negli spiaggiamenti, resta circoscritto alla settimana scorsa e, in attesa comunque del risultato delle analisi biologiche, si può per il momento tirare un grosso sospiro di sollievo.

venerdì 30 giugno 2006

News: tira una brutta aria, per le balene

Brutte notizie per le balene. Si è riunita nei giorni scorsi la IWC (International Whaling Commission) cioè la commissione che ogni anno discute del "futuro" delle balene. Nata nel 1946 come organo per regolamentare la caccia alle balene, nel 1986 ha aprrovato la moratoria, cioè i pratica il divieto di praticare la baleneria. Tale divieto prevede però anche l'assegnazione di "quote" di balene che possono essere cacciate, di norma per motivi legati alla tradizione di un paese, oppure a scopi di ricerca. Spesso quella degli "scopi scientifici" è proprio però la scusa messa in atto da gli unici tre paesi che ancora praticano un'attività baleniera: Giappone (dal 1986, anno dell’entrata in vigore della moratoria, il Giappone ha ucciso più di 6.800 balenottere minori per "scopi scientifici"...), la Norvegia, che ha sospeso la moratoria nel 1994 e ha ripreso la caccia per scopi commerciali e infine, solo dal 2004, l'Islanda.
Ogni anno il Giappone cerca di abbattere il muro del divieto alla caccia alle balene, ma per farlo servono i voti di almeno il 75% dei paesi che fanno parte della commissione. Ma il risultato di queste votazione non è così scontato come sembra, infatti ogni anno il Giappone compra il voto di paesi molto piccoli e molto poveri (come il Mali e la Mongolia, che nemmeno si affacciano al mare...) facendoli votare contro la moratoria. Ma da vent'anni non ha mai vinto...
Però quest'anno, ed ecco perchè tira una brutta aria per le balene, con 33 voti a favore e 32 contro è passata una risoluzione che dichiara che la moratoria contro la baleneria era da intendere come temporanea e potrebbe non essere più necessaria. Inoltre la risoluzione fa sì che l'IWC, come riporta il WWF, "ritorni ad avere lo stesso mandato originale del 1946, ovvero, di semplice regolamentazione della caccia alle balene senza alcuna istanza di conservazione dei cetacei, a dispetto dell’avanzamento della ricerca e nonostante le informazioni scientifiche ampiamente disponibili indichino come i cetacei siano in sofferenza ed in grave pericolo nell’intero pianeta. La dichiarazione infatti tenta di smontare i presupposti scientifici che hanno portato al bando della caccia alle balene nel 1986 e attacca le organizzazioni ambientaliste che si sono battute per anni al fine di mantenere salde le basi scientifiche in supporto a tale decisione".
Vale la pena ricordare ancora che sia il Giappone che l'Islanda cacciano balene a "scopo scientifico" e poi ne vendono le carcasse al mercato della carne di balena, mentre la Norvegia ignora la moratoria e caccia apertamente le balene a scopo commerciale.
Ma l'assurdità è che anche il gusto dei giapponesi verso la carne di balena sta cambiando: negli ultimi cinque anni i prezzi di questa "prelibatezza" sono scesi di un terzo e attualmente 2700 tonnellate di carne di balena rimangono inutilizzate nei frigoriferi industriali. Eppure la mattanza continua...
Ed ora, tanto per essere chiari, ecco i buoni e i cattivi, cioè l'elenco dei 32 paesi che hanno votato NO alla risoluzione (i buoni) e i 33 che hanno votato SI' (i cattivi):

1. Antigua and Barbuda - SI
2. Argentina - NO
3. Australia - NO
4. Austria - NO
5. Belgio - NO
6. Belize - NO
7. Benin - SI
8. Brazil - NO
9. Cambogia - SI
10. Camerun - SI
11. Chile - NO
12. Cina - ASTENUTO
13. Costa Rica - ASSENTE
14. Costa d'Avorio - SI
15. Repubblica ceca - NO
16. Danimarca - SI
17. Dominica - SI
18. Finlandia - NO
19. Francia - NO
20. Gabon - SI
21. Gambia - SI
22. Germania - NO
23. Granada - SI
24. Guatemala - ASSENTE
25. Guinea - SI
26. Hungary - NO
27. Islanda- SI
28. India - NO
29. Irlanda - NO
30. Israele - NO
31. Italia - NO
32. Giappone - SI
33. Kenya - ASSENTE
34. Kiribati - SI
35. Corea - SI
36. Lussemburgo - NO
37. Mali - SI
38. Marshal Islands - SI
39. Mauritania - SI
40. Messico - NO
41. Monaco - NO
42. Mongolia - SI
43. Marocco - SI
44. Nauru - SI
45. Olanda - NO
46. Nuova Zelanda - NO
47. Nicaragua - SI
48. Norvegia - SI
49. Oman - NO
50. Palau - SI
51. Panama - NO
52. Perù - ASSENTE
53. Portogallo - NO
54. Russia - SI
55. St. Kitts e Nevis - SI
56. St. Lucia - SI
57. St. Vincent and the Grenadines - SI
58. San Marino - NO
59. Senegal - SI
60. Repubblica slovacca - NO
61. Isole Solomon - SI
62. S. Africa - NO
63. Spagna - NO
64. Suriname - SI
65. Svezia - NO
66. Svizzera - NO
67. Togo - SI
68. Tuvalu - SI
69. USA - NO
70. GB - NO

giovedì 15 giugno 2006

Riflessioni: allora si può!

Allora si può! Ma cosa? Collaborare. Sì, è possibile, e funziona pure. Cominciando anni fa a occuparmi di delfini, tartarughe e squali ho scoperto una cosa, che nell'ambiente sanno tutti, e cioè che se l'animale di cui ti occupi è un animale che attira l'attenzione del "grande pubblico" (e delfini e tartarughe lo fanno eccome), beh allora gelosie, dispetti e rancori fra i ricercatori, sono all'ordine de giorno. Triste, stupido, ma è così. Se ti occupi invece, che ne so, di lombrichi o di rane delle Patagonia (se esistono...) allora tutto va molto meglio. Lavori insieme ad altri quattro gatti in tutto il mondo, nessuno ti si fila e la collaborazione è al massimo, e dà buoni frutti.
Perchè la collaborazione è importante, fondamentale. E si possono ottenere risultati che non sono semplicemente la somma dei risultati dei singoli, ma semmai il prodotto.
Un piccolo esempio di una bella collaborazione (e non ve ne parlo solo perchè io ne sono il Direttore Scientifico, noooo) è il progetto Adria-Watch. Che non si occupa di lombrichi, ma proprio di delfini, tartarughe e squali dell'alto Adriatico. Il sito, ancora da completare, lo trovate qui. Dateci un'occhiata.

lunedì 5 giugno 2006

Scusate l'assenza...

Mi scuso per la prolungata assenza, che continuerà ancora. Sono a casa con la polmonite... Scrivere cose interessanti e intelligenti in queste condizioni non è molto semplice, per cui lascio perdere.
A presto. Ciao a tutti.

martedì 23 maggio 2006

News: la fine del Baiji

Il Baiji (Lipotes vexillifer) è un delfino di fiume, vive solo nello Yangtze, il Fiume Giallo, in Cina. Ed è il Cetaceo più vicino all'estinzione. Il fiume giallo viene definito ormai "una trafficata e inquinata autostrada" a causa del traffico navale che la percorre.
Si pensa che siano ormai meno di 100 i delfini rimasti nel fiume. L'ultima spiaggia è cercare di catturarli e spostarli in un posto più sicuro, la Shishou reserve, un braccio laterale (lungo 20 km) dello Yangtze. Ma prima di fare questo bisogna effettivamente contarli.
Un gruppo di ricercatori cercherà di contare quanti delfini di fiume sono effettivamente rimasti nei 1700 km dello Yangtze, il prossimo novembre. Ma in uno studio pilota di nove giorni, condotto a marzo, non ne hanno trovato neanche uno. E' comunque difficile avvistare questi animali (anche perchè sono talmente pochi...) e quindi li cercheranno utilizzano strumenti acustici. Cioè cercheranno di sentirne i suoni (si fa anche in mare, questo tipo di ricerca bioacustica). Ma non sarà facile, anche a causa della rumorosità del fiume stesso. Se anche a novembre non ne troveranno più, la specie sarà considerata estinta.

martedì 9 maggio 2006

News: red list 2006

E' stata pubblica la Lista Rossa dell'IUCN delle specie minacciate. Premetto che sono semppre un po' scettico e poco interessato a questi lavori di compilazione di liste rosse, proposal di atti di conservazione e quant'altro, che spesso richiedono montagne di soldi solo per fare incontrare i ricercatori-compilatori in vari posti nel mondo. soldi che magari potrebbero essere spesi meglio e in maniera più concreta.
Comunque...
Chiaramente si parla sia di piante che di animali. Sono 784 le specie uffcialmente estinte (e questa qualcuno me la dovrebbe spiegare. Che significa? Quelle estinte a causa dell'uomo? O estinte da quando abbiamo cominciate a contarle? Perchè nella storia del mondo altro che 784...) mentre altre 65 vivono solo in cattività o coltivate.
Delle 40177 specie esaminate sono 16119 quelle catalogate come minacciate di estinzione. Ci sono dentro orsi polari, ippopotami, squali oceanici, pesci d'acqua dolce e fiori del Mediterraneo.
Squali e razze sono stati sistematicamente esaminati e su 547 specie, il 20% sono minacciati di estinzione. "Le specie marine stanno dimostrando di essere molto più a rischio di estinzione rispetto alle loro corrispettive terrestri: la situazione disperata di squali e razze è solo la punta di un iceberg" dice Craig Hilton dell'IUCN Red List Unit.
Il documento che potete leggere qua, continua con qualche dato più generale e interessante:
- il numero totale di specie esistenti dovrebbe essere attorno ai 15 milioni. Quelle conosciute oggi sono 1,7 - 1,8 milioni
- l'uomo, sia direttamente che indirettamente, è la causa principale per il declino della gran parte delle specie. Distruzione e degradazione degli habitat sono il problema principale insieme all'introduzione di specie invasive, prelievo insostenibile, inquinamento, etc. I cambiamenti climatici sono sempre più riconosciuti come un serio pericolo.

venerdì 28 aprile 2006

Riflessioni: ancora squali

Esistono circa 75 specie di Cetacei. Tutte sono protette (si trovano nell'appendice I o II della Cites). Esistono 7 specie di tartarughe marine. Tutte sono protette (appendice I della Cites). Esistono circa 400-450 specie diverse di squali. Ne vengono pescati circa 100 milioni all'anno, nel mondo. Quante specie di squali sono protette? Tre. Lo squalo bianco, lo squalo elefante e lo squalo balena. Sono nell'appendice II della Cites, nemmeno quella più restrittiva. L'appendice II prevede che "le specie che vi appaiono non sono ancora minacciate di estinzione, ma lo diventeranno se il commercio di queste specie o di loro parti, non saranno soggette da una forte regolamentazione."
Meditate, e informatevi, se volete, leggendo qua e qua.

mercoledì 19 aprile 2006

Riflessioni: stupidaggini

Fra l'immondizia che si trova su internet, vince un premio speciale il sito http://www.sharkattackphotos.com/ che, come dice il nome, mostra foto di gente che ha avuto la sfortuna di essere, in qualche modo, attaccata da uno squalo. Non so a chi possa interessare (o meglio, purtroppo lo so!) vedere quella roba, ma sta di fatto che da sempre gli attacchi di squali contiuano a suscitare l'attenzione morbosa di parecchia gente. Molta più attenzione di quanto il fenomeno in sè meriterebbe, in effetti.
Il numero di attacchi ogni anno nel mondo è talmente ridicolo da rientrare pienamente nella categoria "la sfiga del secolo". Gli squali non vivono nel nostro ambiente e noi non viviamo nel loro. Esistono più di 400 specie di squali, e quelle pericolose non sono più di 5. E l'uomo, anche per queste cinque, non è una preda ambita: siamo magri, ossuti e pure terrestri!
E in effetti i dati ufficiali di attacchi da squalo alle persone riportano numeri risibili, e se me lo consentite, pur parlando in qualche caso di persone che ci hanno rimesso la pelle, trascurabili. Non esiste un “pericolo squali” anche per un mero discorso di probabilità; volete un esempio? Dal 1959 al 2003 sulle coste degli Stati Uniti sono morte 1857 persone colpite da… fulmini; nello stesso periodo le morti per attacchi da squali sono 22. Insomma essere colpiti da un fulmine è qualcosa come la “sfiga delle sfighe”, il colpo alla Fantozzi eppure la probabilità di essere colpiti da un fulmine è più alta dell’8440 % rispetto a quella di essere uccisi da uno squalo.
Leggetevi dati e statistiche serie su questo fenomeno sul sito dell'International Shark Attack File.
E pensate al perchè molte specie di squali sono seriamente minacciate di estinzione, eppure solo negli ultimi anni si è cominciato a fare qualcosa (poco poco, in verità) per loro. Se leggete l'inglese, date anche un'occhiata qua.

venerdì 7 aprile 2006

News: saluti da Creta

Ciao a tutti. Scrivo da Creta, siamo all'ultimo giorno di convegno, grandioso come sempre. Più di 700 iscritti, decine e decine di presentazioni orali o poster, e tutto il mondo tartarugologo riunito a parlare di questi affascinanti e minacciati Rettili. Ogni tanto fa bene ricordarsi che non c'è solo il nostro piccolo orticello, ma un mondo di persone che lavorano e studiano e si danno da fare per conoscere, e cercare di salvare le tartarughe marine dall'estinzione (vicina per la più grande di loro, la Tartaruga Liuto...).
P.S.: siamo quasi arrivati al millesimo lettore di questo blog! Un bel risultato. Chi di voi sarà il numero 1000?

lunedì 3 aprile 2006

News: sono a Creta

Da domani fino a sabato sono a Creta per il simposio mondiale sulle Tartarughe Marine. Non solo difficilmente riuscirò a scrivere nuovi post, ma può darsi che anche i vostri commenti possano impiegare qualche tempo per essere pubblicati. Abbiate pazienza e... ci si sente la settimana prossima!

giovedì 30 marzo 2006

Riflessioni: Se Mary fosse un tonno

Una commissione di esperti si è riunita ed ha espresso il suo parere sull’eventuale tentativo di ritorno di Mary G. in mare. Il verdetto, per niente inaspettato, è stato che Mary dovrebbe restare in vasca. Ha perso la madre troppo presto, ed è stata, giovanissima, inserita in un contesto estraneo e artificiale. Presumibilmente non sa cacciare, non sa difendersi, non sa nemmeno come “inserirsi” in un gruppo sociale di altri grampi, ammesso che se ne trovi uno e che questi la accettino. Tante, forse troppe incognite.

Ma qualunque sia il destino di Mary, in mare o in vasca, questo non deve intaccare il valore di quanto è stato fatto. Tutte le esperienze del genere vissute in passato, ci hanno insegnato che un delfino che si spiaggia o che cerca un rifugio inusuale come un porto o un canale, ha infinitesime possibilità di cavarsela. Con Mary abbiamo visto che quell’infinitesima possibilità vale comunque la pena di giocarsela. Nel senso che ce la si può fare.

Anche se, forse, almeno per quanto mi riguarda, il senso di queste operazioni andrebbe rivisto, e ri-valutato con attenzione. Ecco cosa mi ha lasciato dentro tutta la storia Mary. Il dubbio, lo scricchiolare di alcune convinzioni. Ha senso davvero, spendere montagne di ore, fatica e tanti, tanti soldi per salvare chi la natura aveva deciso di escludere? Non ho una risposta chiara, ma almeno adesso la sto cercando e non mi sembra più così scontata.

Non mi sembra più così scontato ed indiscutibile che se si trova un delfino morente su una spiaggia, si deve fare di tutto, a tutti i costi, perché questo sopravviva. In passato ho cercato di mettere in fila le motivazioni che spingono a questo gesto, pensando che trovarne una valida o almeno plausibile risolvesse la questione. Ma non è così. La motivazione può essere ottima, ma subito dopo bisogna anche darle un senso: le due cose sono facce della stessa ma non sono identiche, e la seconda non deriva strettamente e automaticamente dalla prima.

Le motivazioni che spingono verso un intervento di recupero mi pare si possano ricondurre a tre categorie: motivi legati alla tutela e alla conservazione, motivi scientifici e motivi etici.

Il tentativo di salvare un esemplare di Cetaceo in difficoltà può apparire direttamente collegato con la conservazione, in realtà lo è, ma solo in maniera indiretta. Un esemplare spiaggiato non ha, dal punto di vista ecologico, nessun valore. Da una parte esso è stato, in qualche modo, rifiutato, eliminato dal suo ambiente naturale. Paradossalmente, intervenire per restituirlo al suo ambiente, può in questo senso apparire quasi come un intervento “contro natura”. In seconda battuta, a livello di conservazione della specie, o anche solo di una popolazione, il restituire al suo ambiente un solo esemplare non ha nessun effetto per la sopravvivenza della popolazione interessate, tanto meno della specie. Indirettamente però, l’emozione, l’interesse che questi interventi suscitano, possono avere importanti ripercussioni a livello di sensibilizzazione del pubblico verso certe tematiche. Quindi un apporto indiretto, appunto, alla causa della tutela delle specie.

Non troppo disgiunto da questo è il fatto che esemplari che forzatamente restano per periodi più o meno lunghi sotto l’osservazione del team, rappresentano una possibilità per ottenere informazioni (di tipo fisiologico, anatomico, comportamentale, eccetera) su essi stessi e sulla specie cui appartengono. Lo studio degli animali marini in genere, e anche dei Cetacei, è un’impresa difficoltosa anche e soprattutto per la mancanza di materiale su cui fare ricerca. E la ricerca scientifica, cioè la necessità di conoscere a fondo ogni caratteristica delle specie studiate, è un presupposto fondamentale per l’elaborazione e la strutturazione di progetti di conservazione solidi.

A tutto ciò si aggiungono le motivazioni etiche degli interventi sui Cetacei in difficoltà. In primo luogo ci si riferisce al fatto che, anche se in maniera molto indiretta, anche se in modo spesso nascosto e difficilmente indagabile, può succedere che lo spiaggiamento di un Cetaceo sia il risultato, magari indiretto si diceva, dell’interazione con una attività antropica (inquinamento di ogni tipo, interazioni con strumenti da pesca, disturbi in senso lato, collisioni, e altro). Ancora più forte è una motivazione morale semplicemente di compassione umana. Come esseri umani, e anche come persone che lavorano per la tutela di specie ed ambienti naturali, può risultare impossibile non intervenire cercando di fare il possibile affinché un animale sofferente non sia lasciato al proprio destino.

Riassumendo e semplificando in maniera forse brutale, diciamo allora che si interviene su un delfino spiaggiato per

1) ottenere un indiretto, e anche poco quantificabile per la verità, effetto per la causa della conservazione delle specie (tramite ricerca scientifica e sensibilizzazione) e

2) rispondere alla parte umana e compassionevole della nostra natura

3) Non nascondiamoci dietro a un dito e aggiungiamo pure che un terzo obbiettivo è molto meno etico ma pur sempre fondamentale. L’esposizione mediatica che un intervento come quello su Mary può regalare a un ente come la Fondazione Cetacea, rappresenta linfa vitale per ottenere l’attenzione da parte del pubblico e soprattutto di possibili sostenitori, finanziatori, sponsor.

Non è di poco conto ora cercare di capire in quale misura queste tre spinte all’azione agiscono nella scelta “interventista”. Perché un intervento di lunga degenza, e di successo, come quello della piccola Mary G., costa qualche decina di migliaia di euro, per non parlare dell’investimento di tempo, energie, oltrechè emozionale, che richiede. E si deve, brutalizzando ancora la questione, praticare la mai superata analisi costi/benefici. Restituire un delfino al mare, o anche solo alla vita, “vale” questo investimento? Ha senso spendere e spendersi tanto, per la vita di un essere vivente (vita che secondo natura sarebbe già cessata)?

Attenzione alla risposta, che non deve essere così scontata come può apparire. “Una vita non ha prezzo” è una risposta troppo semplicistica e manca di riflessione. Spendereste 30.000 euro per salvare un ratto, un pappagallo, un cervo volante? Perché è anche questo il problema: ci sono animali che valgono più di altri?

Mi ricordo quando nel 2002 siamo intervenuti su un grande pesce luna spiaggiato vivo a Riccione. Era un animale splendido, un enorme creatura che non sapevamo come aiutare. L’abbiamo spinto al largo dove è morto due giorni dopo, rispiaggiandosi. Abbiamo cercato di aiutarlo come potevamo, ma non ci è mai passato per l’anticamera del cervello di allestire una vasca di fortuna, o di riattivare un delfinario in disuso per provare a salvarlo. E allora, dove sta la discriminante? Perché un delfino sì e un pesce luna no?

Se Mary fosse stata un tonno avremmo mosso tutto la macchina che abbiamo avviato per Mary? E i tonni sono molto più minacciati in Adriatico e in Mediterraneo che non i grampi. Perché conservazione indiretta e sensibilizzazione qui non sono più argomenti validi? Per il pesce luna la “molla” della ricerca scientifica e delle importanti informazioni che avremmo potuto ottenere non è scattata (eppure di pesce luna ne sappiamo proprio poco), come mai?

Perché si legge spesso di mobilitazione di massa, si task force che intervengono (pensate al caso dell’iperodonte del Tamigi di qualche mese fa) solo quando si parla di Cetacei? La vita di un delfino vale più di quella di un branzino? Perché per alcune specie lasciamo che la “natura faccia il suo corso” e per altre no? Non sono certo qui per dare delle risposte, ma per fare in modo che certe domande vengano almeno poste.

All’ultimo convegno dell’European Association for Aquatic Mammals ci è stata raccontata la bella storia di Clyde, il grampo adulto curato per mesi in Florida e finalmente rilasciato in mare nel febbraio scorso. E non ho potuto fare a meno di notare, forse proprio a seguito di queste riflessioni che dal dopo Mary mi rincorrono, allo sproposito fra le forze e i mezzi messi in campo e il risultato ottenuto. Soldi, fatica, lavoro e impegno enormi, per un delfino in più in mare. E scusatemi se per il momento, non sono sicuro che ne valga la pena.

martedì 21 marzo 2006

News: il parere degli esperti sul rilascio di Mary G.

Domenica scorsa, nel tardo pomeriggio, si è svolta la tavola rotonda per valutare il futuro di Mary G., la piccola delfina (grampo) recuperata il 19 giugno scorso nel porto di Ancona con la mamma, che poi è morta dopo due giorni, e che è stata "salvata" dalla Fondazione Cetacea. La riunione è stata addirittura più breve di quanto pensassimo, in quanto tutti gli esperti convocati, tra cui Sam Ridgway (Università di San Diego California USA), Joseph Geraci (Università del Maryland USA), Paul Nachigall (Università delle Hawaii USA), Charles Manire (Mote Lab Sarasota Florida USA) erano unanimi nel ritenere quanto segue:

Dopo attenta valutazione all'unanimità si ritiene nel suo interesse che Mary G. non possa ritornare in mare.

Tale parere è dovuto alle seguenti motivazioni:

  • L'esemplare è considerato non svezzato al momento dell'inizio della riabilitazione.
  • I Grampi (Grampus griseus), come altre specie di delfini, dipendono dalle cure materne e il processo di apprendimento è complesso e dura diversi anni;
  • L'uomo non può insegnare a Mary G tutto quanto è necessario a garantirne la sopravvivenza;
  • I precedenti rilasci di delfinidi di simile età sono falliti.
Ora queste valutazioni, assieme alla documentazione relativa, verranno inviate al Servizio Conservazione della Natura del Ministero dell'Ambiente che dovrà prendere la decisione finale sul futuro di Mary G. stessa.

martedì 14 marzo 2006

Racconti: la storia di Alba

La Fondazione Cetacea gestisce un Ospedale delle Tartarughe; un centro di recupero per tartarughe marine che necessitano di cure. Nelle vasche di questo ospedale passano ogni anno 15-20 Tartarughe comuni, della specie Caretta caretta, che qui vengono curate e poi una volta ristabilite, restituite al mare. Queste silenziose ospiti arrivano, spesso sofferenti, sebbene il loro dolore sia per noi quasi indecifrabile, stanno in nostra compagnia a volte per poche settimane, a volte anche per parecchi mesi, e alla fine di loro non ci rimane che una scheda in un archivio e delle foto. Ma alcune di loro hanno, loro malgrado, delle storie da raccontare…

Alba, per esempio. Dal 1997 al 2000 Alba era diventata oramai un’istituzione, un punto fisso, la mascotte indiscussa del centro.
Alba era un giovane esemplare di Tartaruga comune con una triste storia che comincia alla fine di luglio del 1997 quando, in una località vicino a Venezia, presso un centro di allevamento di mitili, Alba viene ritrovata, agonizzante per una tremenda ferita che le attraversa il carapace, cioè la parte superiore del guscio. Probabilmente un’elica o la chiglia di un’imbarcazione l’hanno colpita. La ferita è grave e profonda. Viene recuperata dalla Capitaneria di Porto di Venezia e, tramite una staffetta con gli agenti del Corpo Forestale dello Stato di Forlì, consegnata alla Fondazione Cetacea.
La diagnosi non è buona: la ferita è molto ampia e difficilmente potrà cicatrizzare, inoltre è abbastanza profonda da aver raggiunto la colonna vertebrale e infatti Alba ha grosse difficoltà di movimento delle natatoie, cioè le zampe, posteriori. In pratica, è semi-paralizzata.
Va seguita e medicata quotidianamente e costantemente da un veterinario qualificato. La nostra veterinaria di allora, la dott.ssa Carlotta
Gaio, decide quindi di portarsela via con sé, nel suo ambulatorio di Milano. E’ in buone mani ma decisamente non nutriamo molte speranze.
Eppure i giorni passano e l’attesa triste notizia non arriva. Carlotta ci tiene costantemente informati: dopo un preoccupante periodo iniziale, le sue condizioni migliorano ma molto lentamente e la ferita, mantenuta chiusa e soprattutto asciutta tramite una “toppa” di resina e plastica, periodicamente ricambiata, si sta chiudendo. Ci vuole più di un anno, ma alla fine, nel novembre del 1998 Alba rientra a Riccione. La ferita è richiusa, Alba sta bene ma le sue zampe posteriori sono ancora semi-paralizzate. Non sappiamo come se la caverebbe in mare, anche se conosciamo casi di tartarughe marine che sopravvivono anche con le natatoie posteriori amputate. Facciamo delle prove immergendola in un acquario da 8000 litri. La prova non va bene: Alba fatica molto a venire a galla a respirare, si muove con difficoltà. Quando poi uno dei pigri e grassi squali nutrice che stazionano spesso inerti sul fondo della vasca, le nuota dietro cercando di morderle le esanimi zampe posteriori, decidiamo che non è più il caso di insistere. Viene chiesto ed ottenuto l’affidamento permanente all’Ufficio CITES del Corpo Forestale dello Stato (che si occupa della detenzione di specie protette).
Abbiamo ormai realizzato che Alba non potrà più tornare in mare; e diventa così un testimone, un simbolo dei danni che la presenza invadente dell’uomo possono provocare sulle creature marine. Nel 1999 Alba ha una vasca tutta sua, proprio all’interno della mostra sulle tartarughe marine allestita al Delphinarium Riccione. Migliaia di bambini e visitatori la vedono e apprendono la sua storia e, sicuramente, riflettono… Per due anni Alba ha raccontato più di ogni parola che le tartarughe marine sono in pericolo, muoiono e soffrono anche a causa nostra. Ha ricoperto, suo malgrado, un compito importante che dava un po’ un senso alla sua permanenza forzata.
E invece, nel frattempo, quello che sembrava irreparabile lo è diventato sempre meno: le sue zampe posteriori lentamente hanno riacquistato qualche movimento e sembrano almeno aver ripristinato grossolanamente la loro funzione di timoni del nuoto. Dopo ore passate a discutere e a consultare esperti una nuova decisione viene presa: Alba può tornare in mare.
Il 12 ottobre 2000 è il gran giorno. Siamo emozionati e pur avendo assistito a decine di ritorni in mare delle nostre pazienti, mai come in questo caso ci chiediamo come andrà a finire, che fine farà Alba. Ce la farà? Una volta messa in acqua, mentre con un groppo in gola la vediamo allontanarsi, non possiamo fare altro che sperare. Siamo comunque ebbri di gioia, ma alla gioia del ritorno alla vita di un’amica si unisce la triste consapevolezza che quasi mai queste storie finiscono così bene. Alba scompare nelle acque torbide dell’Adriatico, dopo pochi attimi. Dobbiamo rassegnarci al fatto che non ne sapremo mai più nulla, il che ci consente comunque di immaginarla mentre nuota, ormai cresciuta, nel suo mare. Una tartaruga come tante, con una lunga cicatrice sul dorso.

venerdì 3 marzo 2006

News: Clyde è tornato in mare

Il 16 luglio 2005, cinque grampi (Grampus griseus) si erano spiaggiati in una località chiamata Caxambas Pass, in Florida. Uno morì subito, ad altri due fu praticata l'eutanasia per le loro condizioni disperate. Gli ultimi due furono trasportati e ospedalizzati al Mote Marine Laboratory, in Florida. Il tentativo di recuperare un delfino spiaggiato è sempre disperato, e i casi di grampi restituiti al loro ambiente o almeno salvati da morte certa si contano sulle dita della mano. Soltanto altre due volte un grampo adulto è stato recuperato e, dopo mesi di cure, restituito al mare. Mentre il terzo caso di successo è proprio Mary G., la piccola di grampo trovata ad Ancona lo scorso giugno e salvata dalla Fondazione Cetacea, che ancora se ne occupa, nella sua vasca presso il parco Oltremare di Riccione.
A novembre un'ecografia rivelò che Bonnie era incinta. Ma il feto era morto, per lo stress subito dalla madre. Purtroppo anche Bonnie, lo scorso 3 febbraio, è morta. Questo ha accelerato il tentativo di ritorno in mare di Clyde, che infatti è stato rilasciato a 115 miglia al largo di Sarasota, l'11 febbraio.
Attaccato alla pinna dorsale ha un trasmettitore satellitare che comunica la sua posizione momento per momento, il che permette al personale e ai volontari che seguono la delicata operazione di monitorare i movimenti del delfino. Il ritorno in mare non è infatti per niente semplice, dopo mesi di ospedalizzazione.
Il "capo" di tutta l'operazione, Charles Manire, sarà a Riccione a metà marzo per il convegno europeo dell'E.A.A.M. e per la tavola rotonda organizzata dalla Fondazione Cetacea, a cui parteciperanno esperti mondiali che daranno il loro parere sul futuro di Mary G.
Noi intanto teniamo le dita incrociate per Clyde.

venerdì 24 febbraio 2006

News: la passione di Darja

Vi ho già parlato di Darja Ribaric, nel post sul “News: Cetaceo misterioso (3)”. Riprendo il discorso perché, vista la valanga di commenti suscitati dal post “Riflessioni: passioni”, quello che voglio dirvi ha proprio a che fare con la passione, la volontà, la voglia di fare. Darja è una biologa slovena che di mestiere fa l’informatore scientifico del farmaco. E poi spende il suo tempo libero e parte dei soldi che guadagna col suo lavoro “ufficiale”, per studiare i delfini delle acque slovene e croate. Ha fondato un’associazione che si chiama Vivamar. Vivamar è nata nel giugno del 2002, e studia appunto le popolazioni di delfini (tursiopi) residenti nel golfo di Trieste. Ha già presentato un lavoro preliminare sui suoi studi (prima volta della Slovenia) alla conferenza dell’ European Cetacean Society's Conference. Darja fa tutto da sola, con l’aiuto di qualche amico collaboratore, e con la sua energia, la sua passione, la sua voglia di fare quello che le paice e che ama, anche se non le dà da vivere. Una delle iniziative per sostenere la sua Vivamar è stata la produzione di un calendario del 2006, con meravigliose foto di delfini, tutte scattate da lei, in Slovenia ma non solo. Il calendario è di grande formato (46 x 46 cm) e le foto sono 46 x 27 cm, il che significa che dopo averlo usato come calendario, potete fare degli splendidi quadretti. Costa solo 3 euro!! Ai quali vanno aggiunti 7 euro di spedizione, ma mi pare che 10 euro per 13 splendide foto non siano una cifra esagerata.

Se volete avere questo bel regalo e nel contempo aiutare Darja nella sua ricerca e nella sua azione per la salvaguardia dei delfini del nord Adriatico, scrivetele per acquistare il calendario all’indirizzo darja.ribaric[chiocciola]guest.arnes.si

giovedì 16 febbraio 2006

News: Aggiornamento sull'Iperodonte del Tamigi

Sulla lista di discussione ECS-Talk, di cui vi ho già parlato qui, è uscito un report sulla vicenda dell'iperodonte che in gennaio si era perso nel Tamigi. Ecco alcuni punti interessanti:
- l'habitat normale per questi cetacei è rappresentato dai canyons molto profondi, anche oltre i mille metri, come quelli che si trovano molto più a nord, attorno alle Isole Ebridi e Shetland o molto più a sud nella Baia di Biscay. Ma altri tre avvistamenti nel mare del Nord (uno a Southend, e due a Aberdeen) sempre in quei giorni, fanno pensare che ci fosse un gruppo di questi cetacei, da quelle parti;
- sempre in quel periodo, nel Mare del Nord, sono stati visti molti "magiatori di calamari", cioè grampi, stenelle, globicefali e anche due capodogli, facendo pensare a un'inusuale presenza di calamari in zona, che avrebbe attirato gli iperodonti;
- l'esemplare era una femmina immatura di 5,85 m;
- soffriva di una profonda disidratazione, problemi renali e leggeri danni muscolari;
- lo stomaco era pieno di becchi di calamari. Solo becchi cornei, quindi non mangiava da diverso tempo;
- conclusioni, l'esemplare è entrato nel Mare del Nord seguendo i calamari, si è spinto troppo a sud, e non è riuscito a tornare indietro, infilandosi poi per sbaglio, verso ovest, nel Tamigi. Non ha più trovato calamari da mangiare (e da qui anche la grave disidratazione), mentre i problemi muscolari dovrebbero essere dovuti alla lunga permanenza in acque troppo basse.

lunedì 13 febbraio 2006

News: Geo & Geo

Martedì 14 febbraio, alla trasmissione Geo & Geo, in onda su RaiTre alle ore 17:50, ci sarà un servizio su Mary G., la piccola delfina salvata l'estate scorsa dalla Fondazione Cetacea, e ora ospitata presso il parco Oltremare.
P.S.: ci sarà anche una brevissima apparizione del sottoscritto...

venerdì 10 febbraio 2006

News: informazioni sulle tartarughe marine


Come promesso nel post “News: informazioni sui Cetacei” eccoci ora a qualche dritta per entrare nel mondo dei tartarugologi. Sappiate però che intendo solo tartarughe marine. Testuggini terrestri o palustri non sono nei miei campi di interesse, per quelle andate dai miei amici del Tartaclub Italia.

Tartarughe marine

Ogni anno si svolge il grande, eccezionale, mastodontico simposio mondiale sulle Tartarughe marine. E’ un convegno di dimensioni spropositate. Io ci sono stato solo una volta, a Miami, nel 2002. Nel 2006 si svolgerà a Creta (è la prima volta che si tiene in Mediterraneo).

Trovate le informazioni qui.

Poi, a distanza di qualche anno l’uno dall’altro ci sono i convegni Mediterranei sulle tartarughe. Il primo è stato a Roma nel 2001, il secondo l’anno scorso in Turchia.

Poi ci sono le liste di discussione.

Le più importanti:

C-Turtle (Lista mondiale sui mammiferi marini, super-consigliata)
Per iscriversi: scrivere a LISTSERV@lists.ufl.edu con scritto nel corpo del messaggio:
SUBSCRIBE CTURTLE Nome Cognome.

MedTurtle (lista mediterranea, consigliata).
Per iscriversi: mandare una e-mail a medturtle-request@compulink.gr con la parola SUBSCRIBE nel corpo del messaggio

ITART (lista italiana, ve la consiglio ma è un po’ addormentata, ultimamente)
Per iscriversi mandare un messaggio a itart-subscribe@yahoogroups.com oppure andate qua http://groups.yahoo.com/group/itart/

Non è mia intenzione in questi post mettere un elenco di link, ma per le tartarughe marine almeno uno ci vuole. Tutto lo scibile umano su questi Rettili lo trovate su www.seaturtle.org. Un sito eccezionale, dove fra migliaia di cose interessanti, potete anche cliccare su tracking. Vedrete a sinistra una colonna di nomi. Sono i nomi di decine e decine di tartarughe, in varie parti del mondo, marcate con trasmettitori satellitari. Ciccando sui nomi delle tartarughe vi si apre una cartina con il tracciato che quella tartaruga sta compiendo giorno per giorno, in tempo reale. Buon divertimento!

mercoledì 1 febbraio 2006

Riflessioni: passioni (2)

Il post del 15 gennaio “Riflessioni: passioni” ha suscitato diversi commenti. Ospito molto volentieri sul mio blog la discussione che ne è scaturita. Avevo deciso di “stare a guardare”, ma l’ultimo commento di Federica richiede che esprima il mio parere, soprattutto perché è rivolto alle parole di una ragazza (Roberta) di 16 anni. Rispetto l’opinione di Federica, ma credo che in quello che scrive ci sia un risvolto molto triste.

Lavorare nell’ambiente della “natura e degli animali” (scusate l’orribile semplificazione) è difficile perché le opportunità sono molto poche. Se poi si decide di puntare verso la biologia marina, lo spettro di scelte si riduce ancora. Infine se si è interessati ad animali particolari come i Cetacei, ma anche le Tartarughe marine e gli Squali, l’imbuto si restringe ancora a dimensioni infinitesime.

Ciò non toglie che ce la si possa fare. Ciò non toglie che sia giusto provarci, almeno!

Le discipline scientifiche richiedono studi difficili (in realtà né più né meno di tanti altri); e allora? Basta una prima difficoltà per accantonare un sogno, un progetto, una passione?

Scegliere il corso di laurea in base alla facilità di impiego sarà anche comodo e pratico ma per la miseria che tristezza. Gli anni spesi all’università non sono e non devono essere solo il mezzo per arrivare al “pezzo di carta” (ma siamo ancora lì?) e all’impiego ma anche l’opportunità di arricchire le proprie conoscenze personali e di concimare e innaffiare il seme di quello che si vuole diventare poi. Se si ha la passione e un interesse forte per qualcosa, come si può decidere di buttare tre o cinque anni della propria vita in qualcos’altro, per un “lavoro assicurato”?

Roberta hai una probabilità su mille di lavorare in questo campo, ma intanto seguila, e poi vedrai che durante il percorso potrai scoprire tanto di più, magari deciderai da sola di fare delle deviazioni sulla strada della tua formazione.

Il mio consiglio è di iscriverti a una Facoltà che ti dia una buona base scientifica (Scienze Naturali, Scienze Ambientali, Scienze Biologiche, per esempio). Durante gli anni di università, dal momento che nessuna di queste ti prepara a lavorare su ambiti così specifici, datti da fare da sola. Nel post “News: informazioni sui Cetacei” ho già scritto come fare un passettino nell’ambiente dei cetologi.

Inoltre usa le estati per fare volontariato e esperienze nel settore che ti interessa. Nelle liste di discussione che vi ho consigliato ci sono spesso richieste di volontari in giro per il mondo, a lavorare su delfini eccetera.

Accresci le tue conoscenze e il tuo bagaglio di esperienze. Studia, leggi, cerca, tracciati la TUA strada.

A cercare un lavoro di ripiego fai sempre in tempo… In bocca al lupo!