giovedì 29 dicembre 2011

2011: l'anno degli squali?

Forse è troppo dire che il 2011 è stato l'anno degli squali. Questi animali sono ancora costantemente sotto attacco in tutto il mondo, e il loro sterminio continua. Ma possiamo dire che il 2011 è stato un anno con ottime iniziative per la conservazione degli squali. 
A segnare in maniera indelebile questi sviluppi, la nascita di alcuni Santuari dove le pesca agli squali è proibita. Queste aree coprono ora un territorio di oltre 4,7 milioni di chilometri quadrati, più del doppio della superficie della Groenlandia.
Al di là dell'effettivo valore di queste iniziative, decisamente positivo, ci sono anche alcune perplessità: ad esempio come fare rispettare i divieti di pesca, in aree marine così ampie che sono praticamente impossibili da controllare. Ma tant'è, meglio un'iniziativa con qualche oggettiva difficoltà, che niente.
Vediamo dunque questi santuari nati nell'anno che sta per finire:
- giugno: la Micronesia inizia il processo per la creazione di santuario regionale di protezione per gli squali
- giugno: il Presidente dell'Honduras dichiara le acque nazionali della nazione, Santuario degli squali dove la pesca è proibita (si tratta di un territorio pari a due volte il Regno Unito)
- settembre: Tokelau, un piccolo territorio che comprende tre atolli al largo della Nuova Zelanda, dichiara il proprio territorio Santuario per squali, cetacei e tartarughe
- ottobre: come abbiamo già visto, le Isole Marshall dichiarano la nascita del più grande Santuario al mondo, per la protezione degli squali

In tutto questo va riconosciuto il ruolo fondamentale che ha avuto il Pew Environment Group.
Sono, in definitiva, poche iniziative rispetto al tanto che si dovrebbe fare, ma vogliamo interpretarli come segnali di un cambiamento.

Buon anno nuovo! 

martedì 27 dicembre 2011

Il Santuario degli squali

La notizia non è nuovissima, ma mi pare ci stia benissimo in questo clima di festa: il 2 ottobre scorso, il presidente delle Isole Marshall Jurelang Zedkaia, ha proclamato la nascita del Santuario degli squali delle Isole Marshall.
In pratica, il parlamento di questa repubblica presidenziale - diventata indipendente nel 1979 dopo essere stata una colonia degli Stati Uniti - ha vietato la pesca commerciale degli squali in un territorio di ben 2 milioni di chilometri quadrati, attorno alle isole stesse (vedi cartina).
La nascita del santuario non ha solamente un valore simbolico. Il territorio protetto è molto ampio, e il divieto totale di pesca commerciale di squali è una delle misure più forti che siano state adottate da uno stato, a livello mondiale.

Molto interessanti anche le motivazioni che stanno alla base di questa misura. Esse sono infatti un misto di interesse economico, legate alle caratteristiche ecologiche e biologiche dell'ambiente marino delle Marshall, unitamente a una dichiarazione implicita dell'importanza degli squali per gli ecosistemi marini.
Il ragionamento è questo. L'economia delle isole Marshall è basata prevalentemente sul turismo, sull'artigianato locale e sulla pesca. Gli squali, in cima alla catena alimentare, tengono sotto controllo il numero dei pesci che vivono attorno agli atolli. Senza gli squali, i pesci più grandi proliferano e riducono, predandoli attivamente, i pesci più piccoli. Ma questi ultimi sono essenziali per il mantenimento in salute della barriera corallina. Ad esempio senza i pesci che raschiano le alghe incrostanti, i coralli vengono soffocati dalle alghe stesse. Ancora, i pesci che mangiano plancton mantengono la catena alimentare in equilibrio, evitando esplosioni algali che metterebbero a rischio la vita dei coralli.
Infine, i pesci piccoli, che diminuirebbero senza il controllo che gli squali effettuano sui pesci più grandi, sono anche i preferiti... dai turisti nei ristoranti locali.

Insomma, la provata importanza degli squali per gli ecosistemi marini, si ripercuote anche sull'economia. Comprendere questo ruolo, e metterlo al riparo con norme adeguate, è un modo intelligente e lungimirante di amministrare il territorio e salvaguardare l'ambiente.

Le isole Marshall sono un punto nell'oceano. Applaudiamo all'iniziativa che hanno voluto intraprendere, senza dimenticare che nel resto del mondo, la strage continua.

giovedì 15 dicembre 2011

L'assassinio del mare

Ieri sera verso le 23,30 ho acceso la tv dopo una settimana in cui ho dimenticato di averla in casa. Mi trovo la faccia dello scrittore Mauro Corona che parla, stranamente, di vongole e cozze. Il personaggio mi piace e vedo di capire dove vuole andare a parare. La trasmissione si chiama Tracce e scopro che le parole di Corona sono solo il preambolo a un documentario del giornalista Roberto Pozzan, dal titolo "L'assassinio del mare".

Resto a guardare e capisco ben presto che il mare ucciso di cui si parla è proprio il "mio" Adriatico. Sono rimasto incollato allo schermo fino a quasi l'una, con lo stomaco sempre più stretto, e la tristezza e la rabbia che si alternavano facendo precipitare il mio umore sempre più nel nero.
Servizi e interviste da Venezia, Chioggia, Bellaria, San Benedetto del Tronto e poi anche Mazara del Vallo, in un altro mare. Testimonianze drammatiche di quello che so da anni, di quello che tutti, pescatori, politici, appassionati, biologi, sanno da anni. Il mare sventrato, svuotato, saccheggiato, in mille modi, legali e illegali. Un crescendo pauroso, di barche sempre più grandi, di motori sempre più potenti, di strumenti sempre più distruttivi. Il mare che muore sotto i colpi ciechi di una società costruita sui soldi, grassa, indifferente, brutta, insensibile.
Il mare che non ce la fa a riprendersi, perché viene violentato di continuo, mille volte al giorno, e che morendo si trascina dietro i suoi assassini, i pescatori. Che consumano sempre più la loro vita dietro a un mare che non dà più niente. Costretti a stare fuori sempre più ore, a volte giorni interi, per pescare una frazione di quello che una volta pescavano in un giorno. Pesci sempre meno vari, di taglia sempre più piccola, che non rende nulla. Vite devastate, che vivono alla giornata, che tirano avanti a stento, andando a raschiare il fondo di un barile svuotato da tempo. Costretti a pescare sempre più vicini a riva, dove non si potrebbe, scappando al largo solo all'alba, quando è possibile venire beccati da Finanza e Capitaneria.
Tutto sotto gli occhi compiacenti di burocrati e politici che hanno concesso licenze anche quando non si poteva; che sanno ma "non devono sapere". Che dicono al giornalista, testimone di un illecito: "almeno non me lo dica...".
L'Adriatico è moribondo, ma la follia non si fermerà, non illudiamoci. E, come dice il vecchio pescatore di Bellaria: "Cosa resterà dell'Adriatico? Solo l'acqua".

mercoledì 7 dicembre 2011

Altri quattro zifii morti

Alexandros Frantzis, del Pelagos Cetacean Research Institute, in Grecia, fa sapere che fra ieri e oggi sono stati trovati, nella stessa zona degli spiaggiamenti del 30 novembre, altri 4 zifii, stavolta tutti già morti. Lo stato di decomposizione indica che la morte è avvenuta praticamente in contemporanea con quelli dei precedenti animali spiaggiati.
Si tratta quindi dello stesso fenomeno, che ha coinvolto anche i due esemplari spiaggiati in Italia. Il piccolo, di questi due, non è più stato ritrovato, mentre sulla femmina adulta sono stati fatti alcuni campionamenti, sia da personale del posto, sia da membri della Task Force nazionale, che da Padova hanno raggiunto la Calabria, venerdì scorso.
Salgono così a 9 gli esemplari coinvolti. 

venerdì 2 dicembre 2011

Aggiornamento sugli zifii

Aggiornamento al post di ieri

Sulla lista di discussione MARMAM, oggi si legge che:
"Dal 27 novembre fino ad oggi, 2 dicembre, la Marina militare italiana ha condotto esercitazioni nel Tirreno centro-meridionale, nello Ionio, e nell'Adriatico meridionale. L'operazione è nota come "Mare Aperto". Le esercitazioni icludono sorveglianza marittima e force projection
Negli anni passati l'operazione Mare Aperto ha coinvolto almeno 12 navi.
Almeno una delle navi partecipanti alla esercitazione di quest'anno, la fregata Scirocco, è equipaggiata con due potenti sistemi sonar."

giovedì 1 dicembre 2011

5 zifii spiaggiati nello Ionio

E' di stamattina la notizia dello spiaggiamento, ieri 30 novembre, di tre zifii (Ziphius cavirostris) all'Isola di Corfù, nella Grecia ionica. Tutti e tre gli animali erano ancora vivi. Purtroppo soccorritori improvvisati li hanno spinti al largo. Uno è morto subito dopo, un altro si è rispiaggiato e più spinto nuovamente fuori. Il terzo animale non si è più visto dopo essere stato "salvato".

Quasi contemporaneamente, cioè la scorsa notte, altri due zifii si sono spiaggiati in Italia, a Capo Rizzuto, sulla costa ionica della Calabria. Erano un adulto (una femmina di oltre 5 metri) e un cucciolo. L'adulto è morto, mentre il cucciolo, anche in questo caso, purtroppo, è stato spinto in mare da persone di sicuro bene intenzionate, ma di certo inesperte e non competenti. Al momento non si hanno notizie del piccolo.

In genere gli spiaggiamenti in massa di zifii sono associati a disturbi, diciamo così, sonori. In genere ad esempio accadono in presenza di navi che effettuano esercitazioni militari o prospezioni geologiche alla ricerca di giacimenti di gas o petrolio.
Uno strano suono, "fischio" o "emissione", così è stato descritto, è stato sentito nell'area dello spiaggiamento greco. Questo suono si ripeteva a intervalli di 10-15 secondi. I soccorritori pensavano fosse uno degli zifii ad emetterlo, ma il suono è continuato anche dopo la morte dell'esemplare, per ore. Era questo suono collegato alle cause che hanno provocato lo spiaggiamento. Impossibile dirlo. I soccorritori non hanno visto navi nelle vicinanze, ma un pescatore ha detto di avere visto in quella zona, quel giorno, una "strana" nave che secondo lui "stava cercando petrolio".

Nel 2004 l'ACCOBAMS (Agreement on the Conservation of Cetaceans of the Black Sea, Mediterranean Sea and Contiguous Atlantic Area) ha adottato una risoluzione in cui si raccomandava che attivtià antropiche che prevedono rumori di alta intensità devono essere evitate nelle aree dove sono possibili concentrazioni di zifii.

lunedì 28 novembre 2011

Petrolio in Adriatico

Ospito molto volentieri uno scritto di Guido Pietroluongo, che riporta gli ultimi aggiornamenti sulla questione petrolio in Adriatico e più in generale in Mediterraneo. 

"E' di qualche settimana fa la notizia dell'arrivo di tre navi, Princess, Thor Guardian e Thor Server provenienti da Malta, a largo delle coste tra Monopoli e Brindisi. Queste due navi sono state incaricate di effettuare prospezioni geosismiche 2D e 3D per conto della società inglese Nothern Petroleum. Questi permessi risalgono al 2007 quando "nessuno" ancora sapeva nulla e quando nessuno ancora aveva iniziato la campagna di informazione e sensibilizzazione per cercare di intervenire e contrastare queste attività, come spetta ai cittadini per diritto.
Ora noi sappiamo che l'area individuata per tali attività è una zona strategicamente scelta, per le caratteristiche dei fondali, da una popolazione di Zifi e altre specie appartenenti all'Ordine Cetacea. Si riesce quindi ad immaginare cosa potrebbe accadere a breve e lungo termine su questi mammiferi marini e sull'intero ecosistema come conseguenza di queste attività ad alto impatto ambientale.

Numerosi esponenti del mondo politico si sono "prontamente" esposti insieme ad altrettante Associazioni ambientaliste. La notte dell'inizio di tali propsezioni alcuni politici e comuni cittadini partendo dal porto di Monopoli hanno navigato per 10 ore al fine di documentare l'arrivo delle navi da prospezione. A breve (20 Gennaio) si sta organizzando una manifestazione che coinvolga tutta la Regione Puglia e chiunque interessato per mostrare la volontà della comunità locale in contrasto con le decisioni antidemocratiche rilasciate a queste compagnie petrolifere straniere. Durante diversi consigli regionali e incontri tematici della politica e dell'associazionismo si è arrivati alla decisione di contrarietà dell'intera Regione Puglia verso tali attività, anche con un interrogazione ed un coinvolgimento del neoMinistro dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare Clini e del Parlamento Europeo.

Appare singolare: da un lato ignorare tale questione per tempo quando si potrebbe intervenire fattivamente e concretamente, e dall'altro l''allarmismo di massa a tratti fanatico che non fa altro che alzare polveroni ai quali non si pone rimedio spesso per mancanza di compoetenze e conoscenze. Non si riesce a comprendere infatti ancora una volta che sarebbe preferibile documentarsi accuratamente coinvolgendo esperti del settore mare e avvocati qualificati per ricercare mancanze e scorrettezze nei progetti di Valutazione di Impatto Ambientale o per effettuare controlli durante le operazioni al fine di presentare eventuali ricorsi al TAR o alle istituzioni addette al controllo e monitoraggio della correttezza e legalità di queste operazioni. Infatti spesso accade che, proprio per mancanza di questi controlli e di interesse concreto verso una soluzione pratica, si permette che queste attività si svolgano: senza il rispetto ambientale previsto da norme e leggi nazionali ed internazionali; senza Marine Mammals Observers a bordo e attrazzatura adeguata e necessaria all'individuazione di presenze di Cetacei; senza il rispetto di norme nazionali ed internazionali per la mitigazione delle emissioni sonore necessaria alla tutela dell'ecosistema; senza una conformità delle attrezzature e degli addetti ai lavori; senza il rispetto delle rotte previste e dei limiti di sicurezza dalla costa etc. etc.

L'allarmismo della Regione Puglia oggi nei confronti di decisioni prese nel 2007 non è stato lo stesso che alcuni mesi fa doveva essere mostrato nei confronti del rilascio di permessi che si sarebbe dovuto trasformare nell'invio di Osservazioni ai Ministeri, che in realtà sono state soltanto un centinaio.
Il lavoro estenuante della Prof.ssa D'Orsogna per coinvolgere e informare i cittadini, che segue giustamente ed intelligentemente un principio precauzionale che preferisce prevenire invece che curare, nonostante il coinvolgimento e l'informazione diffusa non ha ricevuto la risposta necessaria. Il tutto naturalmente appare ridicolo specie quando invece di urlare e sbandierare un "impegno" che in realtà rimane fine a se stesso, non si agisce in maniera preventiva quando si è in tempo e quando sarebbe utile ad ottenere risultati concreti. Qualcuno commenta: "This is Italy!".

La Prof.ssa D'Orsogna sarà in Italia per un ciclo di incontri con i cittadini di Pantelleria, Matera, Trani e Foggia il prossimo Gennaio. Le date e gli sviluppi sono ancora da definire, l'invito è naturalmente aperto a chiunque fosse interessato ad intervenire.

Nell'attesa di futuri (si spera positivi) sviluppi, si prega di condividere tali informazioni per una maggiore attenzione della Comunità Scientifica, anche al fine di trovarsi pronti nel caso in cui dovesse disgraziatamente accadere un episodio di spiaggiamento. 
Guido Pietroluongo."

domenica 27 novembre 2011

Due storie da film e da libro

Nel febbraio 2012 uscirà nei cinema il film "Qualcosa di straordinario", che si basa sulla storia di tre balene intrappolate nei ghiacci, nel 1988. Questa storia è quella che racconto nel capitolo 10 del libro che uscirà l'anno prossimo.
Sempre nel 2012 uscirà anche la versione italiana del film "The whale", che è il racconto delle vicende dell'orca Luna, rimasta solitaria per molti mesi, nelle acque del Canada occidentale, qualche anno fa. Bene, questa storia è il capitolo 6 del suddetto libro.

Insomma, mentre io sono qui che smanio e scalpito per vedere il mio libro pubblicato, e so che fino a settembre prossimo non se ne parla, vedo che due delle undici storie che ho scelto di raccontare sono state "raccolte" dal mercato hollywoodiano. Il che, da una parte mi fa piacere, perché significa che sono storie valide, accattivanti, solide. Dall'altra mi dispiace perché... arrivano prima loro.

Sono curioso di vedere come il cinema ha cercato di "rendere" queste due vicende, dentro le quali io mi sono calato per diverso tempo, per metterle nero su bianco. Sperando che non guastino troppo la sorpresa dei miei futuri lettori.

giovedì 17 novembre 2011

Io e Il Quinto Giorno

Sto leggendo il romanzo "Il quinto giorno", che è praticamente un thriller ma legato e ambientato negli oceani. "Nelle profondità del mare è cominciata la caccia al più pericoloso essere vivente mai apparso sulla Terra: l'uomo.": c0sì recita in quarta di copertina. Non potevo non leggerlo.

A un certo punto, descrivendo uno dei protagonisti, Anawak, un biologo marino inuit, si legge così: "si faceva vanto di trattare la scienza con misura. Anzi tutta la sua vita era improntata al senso della misura: lui non beveva, non andava alle feste e non si metteva mai in mostra, sostenendo tesi azzardate, solo per creare scompiglio. Non credeva in Dio e non accettava neppure nessun comportamento improntato alla religiosità. Provava avversione per ogni forma di esoterismo. Evitava di proiettare valori tipicamente umani sugli animali, quando gli era possibile. I delfini, per esempio, erano diventati le vittime di un'idea romantica non meno pericolosa dell'odio e dell'arroganza: venivano considerati migliori degli uomini e alcuni credevano persino che l'emulazione dei delfini fosse un modo attraverso il quale gli esseri umani potevano migliorare se stessi. Quella sfrenata idolatria verso i delfini era figlia dello stesso fanatismo che li perseguitava: o erano tormentati a morte o amati a morte."

Caspita, ho pensato, praticamente... parla di me. Sì è vero, io non vado alle feste, ma solo perché non ho inviti, e accetto i comportamenti improntati alla religiosità, basta che non interferiscano con la mia vita. Ma per il resto, tutto concorda. Proseguo la lettura con ancora più interesse...

La ripassata e le meraviglie del mare

Nell'ultimo mese sono stato impegnato in un corso di formazione in Biologia Marina, per ragazzi che poi si occuperanno della bella Aula del Mare, al porto di Ancona. Sono 20 ore di lezione, e terminerò la settimana prossima, quando racconterò ai "miei studenti" di squali, tartarughe e cetacei: insomma, roba mia.
Invece le 15 ore di lezione che ho fatto finora ho dovuto ributtarmi su tutto il resto: fisica e chimica del mare, i movimenti, i fondali, le placche e le dorsali. E poi gli adattamenti alla vita acquatica, il plancton, il benthos, eccetera.
Sebbene non abbia mai veramente smesso di studiare e leggere, la ripassata che ho fatto in questo mese è stata davvero intensa e le ho dovuto dedicare tantissime ore, anche per preparare i powerpoint (trascurando il blog, tra l'altro). 
Lavorando da 15 anni sui grandi Vertebrati, le mie conoscenze su tutto il resto scivolavano sempre più indietro agli anni dell'università, rinverdite solo a sprazzi da letture o incontri occasionali. Beh, ributtarmici dentro è stato faticoso ma molto bello.
Ho ritrovato lo stupore e la meraviglia nel leggere di mille e mille specie diverse e degli incredibili, fantasiosi, ispirati, geniali adattamenti di cui madre natura ha dotato ogni piccolo e grande essere vivente, per adattarsi al proprio ambiente. Quante sono, davvero, le meraviglie del mare! Forme, colori, strumenti, invenzioni, associazioni, strategie, espedienti, opportunismi, ci sarebbe da leggere per secoli, mentre io ho solo "grattato" la superficie.
Ma ho visto lo stupore, la meraviglia e il divertimento sulle facce di chi mi ascoltava. Si dimenticheranno presto della gran parte delle informazioni che ho passato loro, ma credo il mare gli sia un pochino entrato dentro. Missione compiuta.

Nella foto in alto, due Spirografi, vermi che vivono in un tubo che essi stessi costruiscono, e con i tentacoli a spirale che filtrano il cibo dall'acqua e lo convogliano alla bocca.
Qui sotto il granchio talpa, che tanto è piaciuto agli studenti.



mercoledì 9 novembre 2011

Il delfino "salvato"

Lunedì mattina mi ha chiamato un amico biologo di Manfredonia, perchè gli era stato segnalato un delfino, ancora vivo, impigliato in una rete da pesca. Ho allertato i responsabili della neonata National Emergency Task Force, di cui faccio parte, e ho poi messo in contatto l'amico biologo con un veterinario. Volevo che gli dicesse cosa guardare e come capire se l'animale avesse sofferto per la cattura, e se fosse immediatamente rilasciabile in mare. Quando il veterinario ha chiamato ha saputo che l'animale era stato legato per la coda (aaaargh!) e portato al largo, dove "sembrava stare bene".
Purtroppo oggi mi sono imbattuto in questo video, da cui si vede che:
- il delfino non era impigliato a una rete, ma incastrato sugli scogli
- l'hanno veramente legato per la coda e trainato
Trainare un delfino per la coda è una cosa da non fare assolutamente, si rischia di procurargli danni davvero seri.
La notizia viene riportata sul web come "salvataggio del delfino", unitamente all'appello per creare un centro recuperi cetacei nella zona della Puglia settentrionale. Dubito che il delfino sia stato salvato, me lo auguro, ma non ci scommetterei. E credo che sia inutile qualunque centro o gruppo di pronto soccorso cetacei, se chi interviene decide e agisce senza attendere il parere degli esperti (parlo in linea generale, non conosco bene come sia andata in questa occasione).

La National Emergency Task Force, nata con l'imprimatur e con i fondi (pochi e già finiti) del Ministero dell'Ambiente, sebbene sia già operativa, è ancora in fase di definitiva costituzione e acquisto delle attrezzature. Io credo che dovrà, come primissima cosa, effettuare un'azione di informazione eclatante prima (conferenza stampa, comunicato stampa) e capillare poi per informare tutto il territorio italiano della sua esistenza.

lunedì 31 ottobre 2011

Il Beluga non balla

Nel post precedente si parlava di dignità degli animali. O anche, più semplicemente, dei loro diritti. Qualunque Cetaceo in vasca, i diritti se li è dovuti presto scordare.
"Ogni animale che appartiene a una specie selvaggia ha il diritto di vivere libero nel suo ambiente naturale terrestre, aereo o acquatico e ha il diritto di riprodursi; ogni privazione di libertà anche se a fini educativi, è contraria a questo diritto. Nessun animale deve essere usato per il divertimento dell’uomo; le esibizioni di animali e gli spettacoli che utilizzano degli animali sono incompatibili con la dignità dell’animale” recita la Dichiarazione Universale dei Diritti degli Animali, ma è roba del 1978 e chi se la ricorda più (è mai stata ricordata da qualcuno?)?
Penso a diritti e dignità degli animali e leggo un articolo di Dan Mathews su Huffington Post; Dan è vice presidente della People for Ethical Treatment of Animals e racconta di essersi trovato a una festival gay pride, che si teneva al Georgia Aquarium, ad Atlanta. Una parte della festa si svolgeva alla Ocean Ballroom, che contiene fino a 1600 persone; una parete di questa sala dà direttamente, tramite finestroni, sulla vasca dei Beluga (vedi foto).
Nella sala si ballava e la musica era ad altissimo volume. Dan si chiedeva come i Beluga, col loro udito finissimo potessero "sopportare" il baccano. E in effetti quando Dan chiede a una guida se la musica disturba gli animali lei timidamente risponde "Beh, sì". E aggiunge "Soprattutto i maschi. Appena la musica inizia "a martellare" loro impazziscono e attaccano le foche che sono in vasca con loro. Oppure iniziano a combattere."
Della serie, lo sappiamo che la musica li infastidisce, ma chissenefrega, e d'altro canto, dove mai possono scappare?
Ah, a proposito, uno dei Beluga si chiama Beethoven. Ma non ama comunque la musica. Diritti e dignità, appunto.

giovedì 27 ottobre 2011

Il makeup delle orche

Su Biology Letters è stato pubblicato un articolo che si basa su una ricerca condotta utilizzando dei trasmettitori satellitari, per studiare movimenti migratori delle orche dell'Antartide. Il risultato, molto interessante, è che alcune di queste orche (5 su 12), sono state viste partire per un lunga migrazione che le portava a nord, in acque sub-tropicali (Uruguay e Brasile).
Queste partivano in maniera decisa e diretta, con velocità sostenuta (oltre 12 km/h), per raggiungere queste acque più calde, per poi ripartire verso sud, quasi senza soluzione di continuità. Nelle acque calde sub-tropicali le orche nuotavano più lentamente, ma non si fermavano e presto appunto ritornavano a sud. Si pensa dunque che il "motivo del viaggio" non fosse né riproduttivo né alimentare.
In uno di questi viaggi un esemplare ha viaggiato per 9400 km in 42 giorni.
I ricercatori spiegano queste "incursioni" in acque calde con la necessità che questi animali hanno di rinnovare la pelle; farlo in acque calde ha un dispendio energetico molto minore, rispetto a quanto costerebbe farlo nelle gelide acque antartiche.
L'articolo completo vale una lettura e potete trovarlo per intero qui.

Ora, volete sapere come la notizia è stata ripresa dall'Ansa italiana? Così: "Orca viaggia 10 mila km per trattamento bellezza". Ok, nei titoli bisogna sempre enfatizzare per attirare l'attenzione dei lettori. Ma poi l'articolo comincia con la frase "Per la bellezza si farebbe qualunque sacrificio, ma mai quanto quelli fatti dalle orche..."

Io trovo odioso, al di là della volontà di attirare l'attenzione, questa messa in ridicolo di un comportamento animale, che secondo me ha dello straordinario, e ha motivi ecologici e fisiologici importanti. Mi sembra il solito modo di vedere gli animali sempre e solo come dei pet, che ci fanno ridere quando "scimmiottano" gli esseri umani.
Invece, la ricerca a tutti i costi della bellezza esteriore, anche contro i segni naturali del tempo, è prerogativa degli esseri umani, facciamocene una ragione. Semmai siamo noi disposti a viaggiare per molti chilometri (o a spendere migliaia di euro) e a "fare qualunque sacrificio, per la bellezza".

lunedì 24 ottobre 2011

Viaggio Adriatico: non solo Ebook, ecco il libro

L'avete voluto voi! "Viaggio Adriatico" nasce come ebook, non l'ho mai pensato su carta e non ho voluto, per lui, fare la trafila degli editori. Così ecco la soluzione ebook, semplice e pratica, per i motivi che ho spiegato qui.
Ma poi molti mi hanno scritto dicendo "Bello l'Ebook, però... sai com'è, io sono affezionato alla carta... Ma non è prevista la stampa tradizionale?" E via discorrendo.
Allora, pur lasciando disponibile l'ebook (ci mancherebbe) ho reimpaginato tutto e mi sono affidato a un sito di Print-on-demand. Il risultato è stato inaspettatamente buono. Ed ecco pronto il libro!
Il libro è in vendita a 14€, ha 233 pagine, il formato è A5 (lo stesso de "Il mare che non ti aspetti" per intenderci.
Adesso non avete più scuse, e potete ordinarlo qui.

mercoledì 19 ottobre 2011

Gli squali fanno festa, parte Sharklife

Lunedì scorso, il 17 ottobre, ho partecipato alla prima riunione del progetto Lifeshark. Un progetto, interamente dedicato agli squali e ai loro parenti più stretti, razze e trigoni, finanziato con fondi della Comunità Europea, e con il cofinanziamento, tra l’altro, del Ministero dell’Ambiente.
I fondi fanno parte dei bandi Life, e questo è il primo progetto Life mai approvato e finanziato sugli squali. Una bella novità davvero.
Sharklife contiene azioni molto importanti e alcune veramente innovative. Ad esempio la sperimentazione di strumenti che, applicati alle reti da posta, cioè quelle lasciate fisse in mare e non controllate continuamente dal pescatore, possano avvisare con un segnale via radio della presenza di uno squalo elefante impigliato (ma ci si immagina che possa funzionare anche per altre specie, come le tartarughe marine).
Poi si promuoverà la diffusione degli ami circolari, invece che quelli più diffusi a forma di U, perchè consentono di abbassare notevolmente il numero di Trigoni viola (e di tartarughe marine) che vi restano allamati. Tutta una parte sarà rivolta ai pescatori sportivi e alla promozione e diffusione della pratica del “tag and release”: cioè gli squali catturati durante le gare di pesca sportive devono necessariamente essere rilasciati, possibilmente dopo essere stati marcati.
Verrà anche redatto il piano di azione nazionale per la conservazione degli squali e molte iniziative sono rivolte all’educazione e alla sensibilizzazione.
Fondazione Cetacea è, insieme a molti altri enti, partner del progetto, il quale durerà fino alla fine del 2014.
Un ottimo segnale e un bel messaggio a favore dei più bistrattati e ignorati fra i signori del mare.

giovedì 13 ottobre 2011

Appunti

Sto aggiornando e seguendo poco il blog, mi spiace per chi mi segue regolarmente. Oltre alle varie cosette che sto, diciamo così, sperimentando, martedì scorso ho iniziato un corso di Biologia Marina per i ragazzi della Coop. Zanzibar che gestiscono l'Aula del Mare di Ancona. La preparazione delle lezioni mi impegna molto, anche perché devo rispolverare ricordi di almeno venti anni fa, ai tempi dell'Università. 

Mentre vi ricordo che è in vendita sul suo sito dedicato, l'ebook "Viaggio Adriatico. Delfini, squali, tartarughe e altre storie: vita di un mare molto particolare" vorrei dire a tutti quelli che mi hanno scritto dicendo "io lo comprerei, però... l'ebook... io vorrei il classico libro di carta". Ebbene, sto pensando anche a voi. Viaggio Adriatico nasce come ebook, e non passerà la trafila degli editori, questo è certo, ma non è detto che non potrete, magari presto, averlo comunque, fisicamente, in mano. In carta e inchiostro. Fate finta che non vi ho detto niente, se son rose...

Migaloo è una celebre megattera, che viene spesso avvistata al largo dell'Australia ed è facilmente riconoscibile visto che è... completamente bianca. Gli avvistamenti di Migaloo, che è un maschio, cominciano dal 1991 e si sono poi ripetuti, negli anni, decine di volte. Anche quest'anno, pochi giorni fa, Migaloo è stato visto a 800 chilometri da Sidney. Ma, pochi giorni dopo, più a sud, ecco l'eccezionale scoperta: un cucciolo, bianchissimo anche lui. Chi può essere se non il figlio di Migaloo? Qui e qui foto e filmato.

Vi segnalo, infine, la conferenza sulle Tartarughe marine del Mediterraneo, che quest'anno si terrà a Napoli. E' un evento da non perdere, per tutti gli appassionati, perché raccoglie insieme ricercatori da tutto il Mediterraneo e non solo, per un programma ricchissimo di presentazioni e altro.

giovedì 6 ottobre 2011

Tartarughe in prima pagina

Oggi, per merito della infaticabile Beatrice Jann, che ormai non so più come ringraziare, si parla di tartarughe marine sulla prima pagina del Corriere del Ticino (Svizzera) e all'interno c'è una mia intervista. Cliccate sull'articolo per poterlo leggere.

Un "riassunto" dell'articolo lo trovate qui.


mercoledì 5 ottobre 2011

Tartarughe: minacce a colori

Tutte e sette le specie di tartarughe marine esistenti sono protette. Si trovano tutte elencate nell'Appendice I, la più restrittiva, della Convenzione di Washington (Cites). E' un po' la filosofia del "non saper nè leggere nè scrivere". Non sappiamo esattamente in che condizioni siano tutte le popolazioni di tartarughe marine mondiali, alcune male o malissimo, altre meglio, ma per star nel sicuro, proteggiamole tutte. Bene così, le poche volte che questo succede, non c'è da lamentarsi.
Ma il fatto che le tartarughe abbiano una vita molto lunga, che si muovano molto e che occupino areali molto ampi, rende effettivamente difficile stabilire lo stato di conservazione, e di conseguenza pianificare le strategie adeguate, per le differenti popolazioni.
Così, un folto gruppo di ricercatori ha deciso di studiare un metodo per valutare dal punto di vista biologico e spaziale le distinte popolazioni di tartarughe, così da evidenziare meglio, perché su scala più piccola, le minacce, lo stato di salute e eventualmente la mancanza di dati scientifici.
Hanno così individuato 58 distinti gruppi, chiamati RMU (Regional Management Unit) in tutto il pianeta. Undici di questi gruppi sono stati poi identificati come quelli maggiormente a rischio - 5 nell'Oceano Indiano, 4 nel Pacifico e 2 nell'Atlantico (Mediterraneo compreso).
Interessante allora andare a vedere la situazione delle tre specie che regolarmente frequentano il Mediterraneo. Vediamo.

Tartaruga liuto (Dermochelys coriacea)
Il Mediterraneo è colorato di verde, che corrisponde a Low Risk-Low Threats che significa un'area dove questa specie è abbondante, è stabile (Low risk) e si trova sotto minacce basse o moderate (Low threats). 

Tartaruga verde (Chelonia mydas)
High risk-High Treaths. Qui le cose vanno decisamente peggio: non ci sono molte tartarughe verdi in questo bacino (sono concentrate tutte a oriente come si vede nella cartina) e queste sono sottoposte a elevate minacce.

Tartaruga comune (Caretta caretta)
Il blu indica Low Risk-High Threats, quindi popolazione ampia e stabile, sebbene sotto consistenti minacce. In effetti la popolazione mediterranea di Caretta caretta è (ancora) abbondante. E le minacce... beh,  sappiamo che ne vengono pescate, accidentalmente, 132.000 all'anno!

venerdì 30 settembre 2011

Buon Viaggio Adriatico!

L'ebook "Viaggio Adriatico. Delfini, squali, tartarughe e altre storie: vita di un mare molto particolare." è finalmente pronto!
Lo trovate già in vendita a 7,99€ sul sito dedicato, dove potete anche leggere l'indice del libro e l'Introduzione. Fra qualche giorno sarà in vendita anche nelle librerie on-line, a 9,99€.

Viaggio Adriatico è la versione ebook del libro che uscirà a settembre 2012? 
No, quello di settembre prossimo è un altro libro, in versione cartacea, il cui titolo, ancora provvisorio è: "Cosa non farei per te. Storie vere di delfini, uomini e balene"

Perché un ebook?
Questo ebook nasce come una raccolta di scritti, che ho prodotto negli ultimi anni, adeguatamente rivisti e aggiornati, a quali ho voluto dare una veste più consona, un contesto più maturo. L'ebook, che lo si voglia o no, è l'editoria del futuro. Pubblicarlo in ebook mi ha consentito di farlo in tempi brevi (ci tenevo che uscisse prima del libro nuovo) e di renderlo disponibile a un prezzo decisamente accessibile.

Come si legge un ebook?
Viaggio Adriatico è disponibile in due formati: pdf e epub. Un file PDF lo puoi leggere direttamente dal tuo pc, scaricando il programma gratuito Adobe Reader. Un file EPUB lo puoi leggere con praticamente con tutti i lettori elettronici (eReader) in commercio, oppure direttamente dal tuo pc, scaricando il programma gratuito Adobe Digital Editions.

Di cosa parla Viaggio Adriatico?
Per molti l'Adriatico è un mare minore: acque troppo basse, spesso torbide, fondali limacciosi. Un mare per turisti che ne amano soprattutto le spiagge e le rive che degradano dolcemente. Pochi ne apprezzano la biologia e la varietà di vita; pochissimi lo conoscono per davvero. Questo è un libro sull’altro Adriatico, quello “sotto”, quello vivo e a volte dimenticato. Appunti, notizie, storie, raccontano di delfini, balene, tartarughe, pesci luna, squali, tonni, pesci, molluschi e crostacei che lo popolano così come riempiono le oltre 160 pagine di questo libro. Un mare che è come una culla. Le acque basse sono un rifugio, e se poi sono anche ricche di cibo ecco che diventano un ambiente accogliente e florido. Ma anche un mare fragile e delicato, messo in pericolo ogni giorno dagli scarichi di mille città, da una pesca intensiva, dalla maleducazione o l’incuria di chi non sa, per ignoranza o per pigrizia, apprezzarne le qualità oltre alle belle coste e ai porti accessibili. Buon Viaggio Adriatico.

giovedì 22 settembre 2011

Delfini vicino a riva

L'amica Simona Clò del CTS per l'Ambiente mi gira questa mail:
"Sono giorni che si vedono delfini in branchi molto nummerosi qui in adriatico vicinissimi alla costa (poche centinaia di metri) nel mare antistante senigallia.
Siamo usciti in barca in decine per vederli!!!!!!
Non mi era mai capitato vedere dei delfini a poche centinaia di metri dalla spiaggia!!!
Una perplessità:nessun giornale locale ne ha parlato!!!!Come se fosse un fatto di ordinaria routine.
Ho 66 anni,vado in barca da 55 ed è la prima volta che vivo un esperienza così emozionante."

Quest'estate non l'ho passata in Fondazione Cetacea (per la prima volta in 15 anni) e dunque non ho avuto notizie e segnalazioni di prima mano "dal mare", ma non è vero, come dice chi scrive, che nessun giornale ne ha parlato. Anzi, direi che una costante dell'estate 2011 è stata proprio il susseguirsi di segnalazioni e racconti di delfini sotto costa.
So di avvistamenti a Ravenna, in Abruzzo (con video), nelle Marche, per esempio a San Benedetto del Tronto e a Pesaro. La mia amica Christina mi dice che a Porto San Giorgio si sono visti per diversi giorni a 100 metri dalla riva ("Non ti ho raccontato che i delfini (tursiopi) poi li ho visti. Erano in branco e sono riuscita a contarne 6/7. Emergevano appena dietro la scogliera e solo per respirare. Alcuni, spuntavano fuori col rostro per non piu' di una 10 di secondi poi, tornavano sotto. Inutile raccontarti l'emozione!").

Insomma davvero una costante, soprattutto alla fine dell'estate, fine agosto-settembre. Difficile dire che cosa li porti così vicino. C'è chi dice che, siccome mai come quest'anno è risultato evidente il calo di pesce in Adriatico, i delfini vengono a cercarlo più vicino alla riva. E' un'ipotesi come un'altra, ma che può non essere così campata per aria.

Se è vero che i delfini sono affamati, allora forse si spiega anche quest'altra notizia: alle Eolie pescatori disperati dichiarano guerra ai delfini - che "non fanno altro che mangiare il pesce che finisce in rete e soprattutto danneggiano la stessa rete" -  e indicono una raccolta di firme per chiedere lo stato di calamità naturale ai governi nazionali e regionale. Un caso evidente di competizione alimentare?

venerdì 16 settembre 2011

Strage di tartarughe in Mediterraneo

Mentre da una parte leggo pessime notizie per le tartarughe marine in Mediterraneo (Casale P. "Sea turtle by-catch in the Mediterranean"), da un'altra parte mi fa piacere che i dati e i numeri siano molto più incoraggianti.
Nell'articolo di Paolo Casale si legge che ogni anno in Mediterraneo vengono catturate accidentalmente, dagli attrezzi da pesca, oltre 132.000 tartarughe marine. Un numero spaventoso, aggravato dalla stima che 44.000 di esse muoiono a seguito della cattura. Una strage.
L'altro articolo invece, pubblicato su Biological Conservation ci informa che nelle acque degli Stati Uniti, circa 20 anni fa, le tartarughe catturate erano qualcosa come 300.000, e 70.000 di queste trovavano la morte. Ripeto, venti anni fa. Eh sì, perché oggi invece le tartarughe che muoiono ogni anno a causa della pesca nelle acque statunitensi sono diventate "solo" 4.600, mentre le catture totali si sono ridotte del 60%.
Riassumendo, se ne catturano molte meno, e di queste una bassa percentuale trova la morte.
Come sono arrivati a questo? Con l'introduzione di diverse misure, ad esempio:
- l'utilizzo di ami circolari e del kit per slamare la tartaruga, per le barche che pescano con il palamito (lunga lenza con migliaia di ami);
- l'uso dei TED (Turtle Excluder Device) nelle reti che pescano gamberetti. I TED sono griglie metalliche che applicate alla rete consentono alla tartaruga catturata di fuggire via;
- la chiusura della pesca per certi periodi e in certe aree in cui è più frequente che vi si trovino le tartarughe.

Passare da 70.000 a 4.600 tartarughe morte all'anno io lo chiamo un successo. Ottenuto con misure e politiche della pesca che mettono insieme gli interessi della pesca con quelli della conservazione. Ancora molto si può fare, ma in Mediterraneo e in Italia in particolare mi accontenterei di un inizio simile.
Gli ami circolari (è più difficile che le tartarughe li ingoino, rispetto ai classici ami a forma di J) sono stati testati e distribuiti in Italia, durante il progetto Life "Tartanet": i risultati furono interessanti ma non so dire che diffusione abbiano attualmente questi ami.
Nello stesso progetto, su mia proposta, fu inserita le sperimentazione dei TED nelle reti a strascico dell'Adriatico. Ci lavorammo insieme a CTS per l'Ambiente e soprattutto al CNR-Ismar di Ancona e i risultati sono stati molto incoraggianti, ma incompleti. Purtroppo servirebbe un'ulteriore tranche di sperimentazioni, ma non si è mai più riusciti a trovare i fondi necessari.
I passi sarebbero: 1. finire la sperimentazione e, in caso di esiti positivi, 2. spingerne, a livello istituzionale, l'applicazione su tutte le reti a strascico. Sarebbe un passo strepitoso: in una mossa salveremmo più tartarughe marine di quante ne possano rimettere in mare in un anno tutti i centri di recupero di Italia messi insieme. Ma mancano i soldi (e la volontà?).

domenica 11 settembre 2011

Il mio "Manifesto Futurista Della Nuova Umanità"

L’evoluzione non è un processo continuo che “dà origine a specie sempre più evolute”, per giungere “all’essere più evoluto di tutti: l’uomo”. L’evoluzione è un processo fondamentalmente casuale, che si basa sulla selezione naturale, e che origina nuove specie, non in linea retta, ma a cespuglio. Un cespuglio vario, ramificatissimo, intricato. L’esistenza dell’essere umano, come quella di ogni altra specie, è frutto di un caso. L’uomo soprattutto non è il fine dell’evoluzione, nè il culmine.

Dire che l’essere umano, o che qualunque altra specie, è la specie più evoluta, non ha alcun senso. Il risultato dell’evoluzione è l’adattamento (in genere momentaneo) a un dato ambiente. Gli squali, i pesci, i delfini sono molto più adattati alla vita nell’acqua, di quanto non sia l’uomo. Il lombrico è molto più adattato di noi a vivere sotto terra, e così via più o meno per qualunque specie. E se invece la misura del grado di evoluzione è la capacità a sopravvivere ed adattarsi a più ambienti diversi, allora non c’è dubbio che molto più evoluti di noi sono i batteri, capaci di vivere e prosperare a valori di temperatura, pressione, pH, per esempio, assolutamente pazzeschi (per l’essere umano, si intende).

L’intelligenza non è l’elemento che caratterizza la nostra “massima evoluzione”. Come visto sopra, non siamo più evoluti (perchè non ha senso affermarlo) perchè siamo più intelligenti. L’intelligenza è una conseguenza della nostra particolare storia evolutiva, una caratteristica acquisita nel tempo, e rivelatasi adattativa. Le pinne dei pesci, le ali degli uccelli, il senso elettro-magnetico degli squali, l’esoscheletro dei crostacei, l’intelligenza dell’uomo: tutti caratteri evolutivi, utili e preziosi alle specie che li portano. Il fatto che l’intelligenza ci permetta (unica specie, probabilmente, a farlo) di ragionare sui noi stessi, e sulle altre specie, non ci mette al di sopra di queste, non a livello evolutivo, nè tanto meno di superiorità o dominanza.

L’idea che l’uomo sia il fine ultimo dell’evoluzione, o la massima espressione della stessa, produce spesso l’idea terribile che il mondo e le sue creature siano al nostro servizio. Se tutto il processo evolutivo mirava ad arrivare a noi, allora tutto è lì per noi. Questa idea, dalle conseguenze devastanti, è stata perpetrata per millenni. Ne sono, in grandissima parte, responsabili le religioni, in particolare quella cristiana-cattolica, che hanno rappresentato l’essere umano “a immagine e somiglianza di dio”, o come essere speciale agli occhi di dio. Non solo, le sacre scritture riportano molte volte il concetto che il mondo è a nostro uso e consumo, e che noi dobbiamo comandare “sui pesci del mare e sugli uccelli dell'aria, sul bestiame e su tutta la terra, e su ogni cosa che striscia sul terreno”.

L’essere umano non è il centro dell’universo. Una volta lo si credeva in senso letterale. L’uomo come specie dominante sulla Terra, che era al centro dell’universo. Ora sappiamo che la Terra è un piccolo pianeta di uno dei miliardi di sistemi solari dell’universo. Neppure il Sole gira intorno a noi, ma è la Terra che ruota attorno alla sua stella di secondaria importanza (e la Chiesa ha fatto pagare duramente questa rivelazione a Galileo). E non siamo che una delle milioni di specie che la abitano. Come dice Gould, siamo “un effimero accidente cosmico che non si verificherebbe di nuovo neppure se si ripiantasse l’albero della vita dallo stesso seme e lo si facesse crescere nelle stesse condizioni.”

Il nostro grande cervello, e dunque la nostra intelligenza, ci ha dato la capacità di occupare ampie aree e ambienti molto diversi del pianeta, e anche di sfruttarne, in una maniera mai vista prima e mai eguagliata, le risorse. L’animale uomo è una specie fortemente adattabile, grazie alla capacità che un cervello sviluppato ci ha fornito, e il nostro ecosistema è il pianeta stesso. Ma dobbiamo ricordarci chi siamo specie fra le specie, ospite fra gli ospiti.
Se una specie non si integra in un ecosistema, non entra nell’equilibrio che quell’ecosistema sottende e regola, alla fine deve soccombere. Le regole che governano i sistemi naturali, che pure abbiamo studiato e appreso, non ci mettono al di sopra di esse. La nostra tecnologia, che ci ha permesso di prosperare sempre di più, anche e soprattutto a spese delle risorse globali, può causare la nostra distruzione, probabilmente per esaurimento delle risorse stesse.

L’intelligenza, che ci ha fornito la tecnologia con la quale abbiamo “conquistato il pianeta” deve ora farci comprendere come fermarci e come reinventarci, per essere parte di un equilibrio, e non distruttori e sfruttatori dello stesso. Il nostro cervello, la nostra capacità di coscienza, ci consentono, unici fra le specie, di preoccuparci del nostro pianeta e di prendere decisioni per agire per un “bene comune”, nostro e degli altri coinquilini della Terra. Ora o mai più, è il momento di farlo.

lunedì 5 settembre 2011

Assalto agli oceani

Vi segnalo un articolo che ho scritto per il nuovissimo Blog del CCPB (Consorzio per il controllo dei prodotti biologici).

"L’assalto sistematico agli oceani è partito subito dopo la seconda guerra mondiale. La pesca è sempre stata un’attività che l’uomo ha praticato, con difficoltà e con caparbietà. La pesca tradizionale vedeva impegnati uomini..." continua a leggere l'articolo

venerdì 2 settembre 2011

Delfino morto, e polemiche

Vorrei invitarvi, se avete qualche minuto di tempo, a leggere questa sequenza di articoli, tutti relativi allo spiaggiamento e alla morte di un cucciolo di delfino (tusiope), in Toscana:

Qualche considerazione, così, come viene:
- il delfino era un cucciolo, solo, malato. Era condannato. Questo non cambia la sostanza delle cose nè della polemica che ne è seguita, ma va tenuto presente soprattutto per non farsi condizionare nel giudizio nel momento in cui si pensa: facendo questo, facendo quello, lo si poteva salvare;
- mi sembra una situazione in cui tutti hanno ragione: i bagnanti che sono intervenuti, per non aver voluto restare con le mani in mano (umanamente impossibile) e per la loro legittima lamentela sul fatto che le autorità o gli esperti non sono intervenuti in tempo; gli esperti che, come ha spiegato la dr.ssa Marsili, non hanno avuto il tempo di farlo (conosco personalmente Letizia, e spero che il mio giudizio non sia influenzato da questo, ma le sue spiegazioni mi paiono convincenti);
- c'è stato un "interventismo" esagerato nei bagnanti? Dai racconti, sembra di sì, anche se pienamente giustificabile. Ma forse, trovandoti alla prese con qualcosa di più grande di te, e di cui non sei esperto, è meglio stare sul "meno fai, meglio è". Insomma, fai il minimo indispensabile (si racconta invece, non so se sia vero, del delfino trattenuto contro la sua volontà, di respirazione bocca-sfiatatoio...), metti la situazione in sicurezza per quanto possibile, poi aspetta l'arrivo di chi è competente. Il quale non sempre però, è bene saperlo, arriva in tempo
- c'è, in Italia, una carenza di personale, enti, strutture, autorità autorizzate e competenti a intervenire in questi casi? Oh sì. Anche se, stranamente, la Toscana, essendosi dotata di una sua rete regionale, dovrebbe essere una regione fra quelle messe meglio. Ma i gruppi che possono e sanno intervenire sui vivi sono davvero pochi. Speriamo che, quando sarà a regime, la task force voluta dal Ministero dell'Ambiente, la prima del suo genere di questo tipo, cioè con dotazioni tecniche e di personale davvero di alto livello, possa ben presto ripianare questa mancanza. Ma non illudiamoci, casi come questo ricapiteranno. 

Letizia Marsili, in un lungo commento su Facebook scrive: "Per quel che riguarda i fatti, avevo appena iniziato a cenare quando ho ricevuto la chiamata e alle 23 ho fatto la dissezione. Neppure con un aereo sarei potuta intervenire in tempo visto che Carbonifera si trova a circa 1 ora e mezzo da Siena e l'animale è deceduto alle 21." Nonostante ciò, la polemica si è accesa. Perchè l'animale comunque è morto. E anche se non sta alla "gente comune" essere preparata su come si interviene su un Cetaceo spiaggiata, forse una migliore è più completa "cultura della natura" dovrebbe contemplare anche la morte come un fatto spesso inevitabile. Naturale.

sabato 27 agosto 2011

Ci vediamo ad Ancona

Sabato prossimo, 3 settembre, si svolgerà ad Ancona, presso il Ridotto del Teatro delle Muse, il convegno: "Sulla scia della tartaruga marina... per conoscere la biodiversità dei nostri mari". Io sono fra i relatori, dunque mi farebbe piacere vedervi lì. Ecco il programma:


Il giorno dopo, per chi fosse interessato, liberazione di due tartarughe:



martedì 23 agosto 2011

10 Cetacei che rischiamo di perdere

Nel 2007 il Baiji (Lipotes vexillifer), delfino che viveva nel Fiume giallo, in Cina, è stato ufficialmente dichiarato estinto. Il traffico navale e lo sfruttamento eccessivo delle risorse del fiume sono le cause imputate della scomparsa dei Lipotes. E’ la prima specie di cetaceo estintasi a causa dell’uomo. Un bel primato, non c’è che dire. Altre ne seguiranno? E’ possibile.
Ormai da anni si ripetono gli appelli per salvare un altro cetaceo, la Vaquita o focena del Golfo di California (Phocoena sinus), ne ho parlato qualche anno fa. E’ un piccolo delfino che vive nel mare di Cortèz, la parte settentrionale del Golfo di California, ed è stato classificato come Critically Endangered fin dal 1996. Questo dimostra come a volte queste “etichette” non siano altro che, appunto, etichette se non seguono azioni di tutela adeguate. Per intenderci, Critically Endangered significa “che sta fronteggiano un rischio estremamente alto di estinzione in natura”.
A quanto pare, il numero di nuovi nati ogni anno, non riesce a bilanciare gli animali morti, impigliati accidentalmente nelle reti da pesca, soprattutto da posta. E sono rimaste solo 250 Vaquita (c’è chi dice 150). Quanto manca prima di registrarla come seconda specie estinta a causa dell’uomo?

E ci sono altre specie di Cetacei a rischio? Sicuramente sì. Secondo Thomas A. Jefferson, del Southwest Fisheries Science Center di La Jolla, in California, ecco la (triste) top ten:
1.  Vaquita (Phocoena sinus)
2.  Balena franca nordpacifica (Eubalaena japonica)
3.  Balena franca nordatlantica (Eubalaena glacialis)
4.  Platanista (Platanista gangetica)
5.  Susa atlantica (Sousa teuszii)
6.  Cefalorinco di Hector (Cephalorhynchus hectori)
7.  Cefalorinco eutropia (Cephalorhynchus eutropia)
8.  Pontoporia (Pontoporia blainvillei)
9.  Orcella australiana (Orcaella heinsohni)
10. Susa indopacifica (Sousa chinensis)

Da notare che, mentre in genere si pensa alla scomparsa delle grandi balene, decimate il secolo scorso dalla baleneria, in realtà, a parte le due balene franche, che faticano a riprendersi, le restanti specie di questa poco simpatica classifica sono tutti delfini, in genere di piccole dimensioni.

L’idea di questo post mi è venuta proprio leggendo l’annuncio di un workshop che si terrà il prossimo 27 novembre in Florida, in occasione della Conferenza biennale sui Mammiferi marini, e che si intitola: salvare la Vaquita, stiamo facendo il possibile? Nell’introduzione si legge: “La maggior parte dei cetologi lavora principalmente su specie che sono relativamente abbondanti, e non spendono molto del loro tempo svolgendo lavoro di educazione e sensibilizzazione sulle specie in pericolo”. Che abbiano ragione?

venerdì 19 agosto 2011

Se sei bello ti proteggo

Sulla lista di discussione C-turtle qualcuno ha recentemente segnalato due articoli simili (questo e questo), per la verità nemmeno troppo interessanti, ma che sollevano un problema direi noto: gli animali più "belli", quelli rappresentativi e carismatici, sono meglio protetti degli altri? Cioè, nella nostra ansia (giustificata) di conservazione, tendiamo a concentrare di più i nostri sforzi sulle specie che "ci piacciono di più"?
La risposta mi pare chiaramente affermativa, e ve lo dice uno che lavora principalmente per la conservazione di delfini, tartarughe e squali, mica coleotteri e gamberetti (sebbene il mio rispetto per gamberetti e coleotteri sia pari a quello che cerco di dare a ogni altra specie animale). Non a caso, uno dei due articoli poi mette un link alle foto di "10 specie vicine all'estinzione" e 9 di queste sono mammiferi (e che mammiferi! orso bianco, gorilla, panda, rinoceronte, tigre... insomma, carisma a volontà) e una è un pesce (ma... gigante!).
Gli articoli partono dal fatto che nella lista delle specie in pericolo degli Stati Uniti pare stia per entrare la Caretta caretta (Tartaruga comune), mentre è stato negato l'accesso del verme gigante di Palouse. Insomma la tartaruga sì perchè è carina, il vermone invece no.
Dunque la risposta alla domanda con cui ho iniziato è chiaramente sì, proteggiamo meglio e di più le specie che ci colpiscono, ci affascinano, ci piacciono (è un po' meno così, va detto, per gli addetti ai lavori, i quali forse riescono meglio a comprendere tutte le sfaccettature della conservazione di specie e ambienti, qualunque essi siano). Ma perchè?
Forse perchè le motivazioni delle nostre campagne di protezione sono anche distorte, per esempio dando alla Natura un valore estetico per noi esseri umani, e che dunque ci porta logicamente verso le specie che meglio rappresentano questo concetto? O magari ricerchiamo nelle specie da proteggere caratteristiche simili a quelle umane, siano esse fisiche - ad esempio la capacità di mostrare espressioni diverse - o comportamentali (comportamenti di gruppo, socialità, legami familiari)?
Wikipedia, alla voce "Charismatic megafauna", se la cava dicendo che queste sono "grandi specie animali con un largo appeal che gli attivisti ambientali usano per raggiungere obbiettivi di conservazione che vanno oltre le specie stesse". Ad esempio, il panda sta scomparendo a causa della riduzione del suo habitat, e dunque per proteggere il panda dobbiamo per forza proteggere anche l'ambiente in cui vive. Ma sappiamo che non è sempre così: i tantissimi centri di recupero tartarughe marine in Italia e nel mondo, poco portano alla salvaguardia dell'ambiente marino, se non restituendo al mare le tartarughe curate. Così come l'applicazione di strumenti alle reti da pesca, come i TED, per ridurre le catture di tartarughe marine, sebbene importantissimi, sono solo ed esclusivamente mirati alla salvaguardia delle tartarughe stesse (anche se, incidentalmente, possono salvare anche pesci abbastanza grandi).
Ma forse la risposta è in definitiva semplicissima: c'è talmente tanto da fare che, dovendo scegliere, cominciamo da quello che ci piace di più. Non che questo sia giusto.

martedì 16 agosto 2011

Disegni

C'è stato un tempo in cui mi dilettavo a disegnare. Venti anni fa. Ecco sei disegni di allora, che ieri finalmente ho digitalizzato, così dureranno nel tempo... come fossero capolavori :-).

venerdì 12 agosto 2011

Per gli squali

Ci siamo. Anche quest'anno è ora di fare vedere che abbiamo a cuore la conservazione e la tutela degli squali, sempre più sul baratro della scomparsa dai nostri mari, colpiti dalla pesca eccessiva, dalle catture accidentali e dalla tremenda pratica del finning, cioè la cattura degli squali per taglire loro le pinne e venderle sul fiorente mercato orientale (per farci la "zuppa di pinne").
Il recente Piano d'Azione europeo per la protezione degli squali non affronta alcune questioni invece fondamentali: il divieto europeo sul finning contiene ancora possibili scappatoie al Regolamento, non tutela diverse specie in pericolo e non pone ai pescherecci europei limiti di cattura per diverse specie target.
Dal 15 al 23 ottobre si svolgerà anche quest'anno la Settimana Europea dello Squalo, a cura della Shark Alliance. A questa è collegata una petizione per sollecitare i Ministri della Pesca affinché proteggano gli squali dalla pesca eccessiva e dal finning.
Ecco, concretamente, cosa puoi fare:
1. firma la petizione e spargi la voce
2. informati e fai circolare le informazioni
3. raccogli altre firme
4. partecipa agli eventi della Settimana Europea dello Squalo

lunedì 8 agosto 2011

Le bugie di Oltremare

Con un comunicato stampa Oltremare si prende il merito di un'operazione che non ha mai compiuto.

E' uscito due giorni fa, sul sito Newsrimini.it, un articolo su Mary G. su uno studio condotto su di lei presso il parco Oltremare. Non mi interessa l'argomento dell'articolo, non qui. Se non sapete chi è Mary G. fate una ricerca all'interno del blog e troverete molte informazioni.
Quello che vorrei far notare è la parte intitolata "La storia di Mary G.". Contiene menzogne. Ho pensato a una interpretazione errata della redazione di Newsrimini. Allora li ho contattati, ecco la loro risposta: "La parte dell'articolo inerente "La storia di Mary G" e la parte titolata "C'è delfino e delfino" è stata riportata dal comunicato stampa diffuso da Oltremare." Vuol dire che era stata già scritta così da Oltremare.

Tutta la parte è scritta in modo impersonale, "si decide, si procede..." e lascia pensare che Oltremare ha deciso, ha proceduto, eccetera. E' una menzogna. Oltremare non ha deciso nulla.
Ma il peggio è dopo (il grassetto è mio): "Inizia così la storia dell’adozione del cucciolo rimasto orfano: grazie ad una serie di contributi esterni in supporto allo staff dei biologi di Oltremare s’inizia con l’allattamento artificiale – la piccola non è ancora autonoma per alimentarsi da sé...". E' una menzogna. Tutta l'operazione Mary G. è stata condotta dal personale della Fondazione Cetacea e dai 130 volontari che Cetacea stessa ha chiamato a raccolta da tutta Italia. Sono questi i collaboratori esterni? A tale operazione ha partecipato qualche persona dello staff di Oltremare (staff di biologi? Ma per favore!), e non certo il contrario.
Tutta l'operazione del salvataggio di Mary G. ha risvolti etici che io stesso ho spesso messo in discussione, successivamente, ma resta uno sforzo enorme e una impresa straordinaria compiuta da Fondazione Cetacea e dai suoi volontari. Oltremare ha collaborato, come lo hanno fatto in tanti, niente di più.

E stendo un velo pietoso sulla parte disneyana in cui Pelè "per istinto, le fa da mamma con dedizione e amore". Per chi vuole sapere come stanno realmente le cose, mi mandi una mail e gli spedisco questo articolo "Furlati S., Affronte M. (2010). Observations of a young female Risso's dolphin (Grampus griseus) in a community of bottlenose dolphins (Tursiops truncatus)", presentato a Lisbona nel 2010, al congresso dell'EAAM.

martedì 2 agosto 2011

L'urlo dei pesci

Ho sentito dire spesso, e sono d'accordo, che se i pesci urlassero, ci sarebbero meno pescatori. Magari non quelli professionali, ma quelli sportivi, senz'altro. In effetti, mordere con convinzione un boccone prelibato (l'esca) e trovarsi con la bocca trafitta da un arpione di metallo (l'amo), non deve essere molto piacevole. E nemmeno essere sollevati dall'acqua proprio appesi per questo arpione, provare un senso di soffocamento per trovarsi in ambiente aereo (i pesci respirano in acqua, che lo dico a fare?), essere afferrati da mani troppo calde e che stringono, e sentirsi strappare via la bocca per togliere l'amo, deve esserlo. E se questo fosse condito da urla strazianti?
In effetti, molto spesso l'alibi dei pescatori (e dei consumatori) è rappresentato dall'affermazione che i pesci non provano dolore, nel senso che ne sono fisiologicamente incapaci. L'idea era, e sottolineo era, che gli animali con una struttura cerebrale meno complessa, non provassero dolore. Ma è proprio così?
Sembra proprio di no, e ormai sono diversi gli studi che dimostrano proprio il contrario. Nel 2003, un celebre articolo, risultato di uno studio pubblicato dalla Royal Society, rivelava la presenza di recettori del dolore nella testa e attorno alla bocca delle trote. Non solo, lo stimolo di questi recettori provocava nelle trote comportamenti come movimenti agitati, e lo sfregamento delle labbra sulle rocce e sul fondo. Inoltre, ci mettevano il doppio del tempo a riprendere ad alimentarsi, rispetto a pesci usati come controllo. Lo studio concludeva che le reazioni sono coerenti con i criteri che identificano il dolore animale.
Uno studio ancora precedente mostrava che le carpe pescate all'amo, rimanevano, una volta rilasciate, per molto tempo senza mangiare. In pratica, superato il dolore e le ferite, rimaneva la paura di ripetere, mangiando, la stessa brutta esperienza.
E per quelli pescati con le reti? Beh, se la capacità provare dolore esiste, allora essere pescato in una rete deve essere senz'altro un'esperienza dolorosa. I pesci sono schiacciati gli uni contro gli altri, sottoposti a grande pressione. Quando la rete viene issata, lo sbalzo di pressione dalla profondità alla superficie può provocare rotture degli organi interni, fuoriuscita degli occhi e dello stomaco...
Vogliamo parlare dei crostacei bolliti vivi?
Basta, basta.

Ho scritto questo post perchè vorrei diventare vegetariano (soprattutto dopo aver letto Liberazione animale), ma ancora non ce l'ho fatta. Mi manca di eliminare gli affettati, il pollo, qualche sugo di carne e... il pesce. La verità? Ne ho ancora di strada, ma ce la devo fare.

giovedì 28 luglio 2011

I delfini come gli squali?

Mi crolla un mito. Sono uno strenuo difensore della superiorità degli squali sui troppo "simpatici, carini, intelligenti" delfini, e fino ad oggi potevo basarmi almeno su una caratteristica esclusiva: la capacità degli squali di percepire campi elettro-magnetici.
A parte gli scherzi su presunte superiorità, in effetti gli squali possiedo un senso molto particolare, grazie alle Ampolle del Lorenzini distribuite sul muso, che consente loro di captare appunto piccoli campi elettromagnetici, come quelli normalmente emessi da qualunque essere vivente (magari nascosto sotto alla sabbia).
Per quanto se ne sa non si conosce nulla del genere nei mammiferi, ad esclusione dell'ornitorinco (che è comunque un mammifero particolare, dal momento che depone le uova). Ed ecco invece uno studio effettuato su un delfino che vive lungo le coste orientali del Sudamerica, la Sotalia guianensis, che rivela invece come questi delfini riescano effettivamente a captare deboli campi elettrici (sebbene non con la stessa efficacia di squali e razze).
In effetti questi delfini vivono in acque che possono essere molto torbide, a causa di fango e sedimenti in sospensione, e ovviamente usano l'ecolocalizzazione (il cosiddetto biosonar) per cacciare, in genere vicino al fondo. A brevissime distanze, il biosonar è inutilizzabile, ed ecco entrare in campo il senso elettrico.

Lo studio è stato effettuato sull'unico esemplare di Sotalia che vive presso lo zoo di Muenster, in Germania. Sul rostro di questa specie esistono delle piccole depressioni, dette cripte, nelle quali, in fase embrionale, si trovano delle vibrisse, che poi cadono. Alla morte di uno degli esemplari di Sotalia del parco, sono state analizzate, in fase di necropsia queste aree anatomiche.
Poi si è passati alla fase di sperimentazione sull'esemplare vivo. Il quale è stato addestrato a nuotare via quando in acqua veniva emesso un debole campo elettrico, e a restare fermo se questo non avveniva. L'animale rispondeva correttamente. Poi è stato "isolato" il rostro del delfino, con uno scudo di plastica (vedi foto), ed ecco che allora il delfino rimaneva sempre fermo: non "sentiva" più i campi elettrici.
Il passo successivo sarà andare a studiare le Sotalia in natura, e poi, eventualmente, cercare qualcosa di simile anche in altre specie di Cetacei.
Gli squali, che captano campi elettrici da circa 400 milioni di anni, osservano con aria di sufficienza. 

lunedì 25 luglio 2011

Aiutatemi a capire

Leggete questo post, e guardate bene anche le foto. E poi aiutatemi a capire. Perchè io non ci posso credere che sia stato un gesto crudele, una ingegnosa e tremenda tortura. Non posso pensare che qualcuno, per infliggere dolore, sofferenza e morte a un animale, si sia messo lì con il polistirolo, il nastro adesivo, il legno e abbia congegnato e lavorato e realizzato quella "cosa".
Deve essere qualcosa d'altro. Forse, come scrivono gli amici di Brancaleone, un rudimentale attrezzo da pesca? Non lo so. Aiutatemi a capire.

venerdì 22 luglio 2011

Il temibile squalo tagliabiscotti

Quando tengo lezioni o conferenze sugli squali, una dei momenti che più colpiscono e sorprendono è quando mostro il Cookiecutter shark, letteralmente lo squalo tagliabiscotti. Ne parlo nella parte che riguarda le dimensioni. Faccio notare che non tutti gli squali sono enormi, e che ce ne sono invece alcuni lunghi poche decine di centimetri. Fra questi proprio il famigerato cookiecutter.
Questo piccolo squaletto ha una dentatura molto particolare, come si vede dalla foto, che anche usa in maniera molto particolare. La bocca è circondata da una muscolatura molto potente che gli consente, quando morde, di creare un effetto ventosa, mentre contemporaneamente, affonda i denti nella carne della preda. A questo punto, ecco la tecnica del tagliabiscotti: con la coda dà un colpo che lo fa ruotare su sè stesso, in modo che i denti taglino in maniera circolare un boccone di carne, che viene quindi staccata via dalla preda.
Le prede colpite dallo squaletto, in genere di grandi dimensioni come grossi pesci e delfini, non muoiono ma portano sul corpo tonde ferite, e poi cicatrici, che ricordano lo sfortunato incontro (vedi foto del delfino qui a fianco). Questi “crateri” vanno dai 5 ai 7 cm di diametro.
Questo piccolo squalo (Isistius brasiliensis) vive in acque tropicali e caldo-temperate, sia nel bacino Atlantico che in quello Pacifico, in genere nei pressi delle isole. Di giorno scende a profondità molto elevate, da 1 fino a 3,7 km, mentre di notte risale in superficie, a caccia. Su animali lenti e in difficoltà, magari perchè malati, gi attacchi possono essere numerosissimi. In alcune aree in particolare, possono essere davvero invasivi: ad esempio alle Hawaii praticamente tutte le Stenelle longirostris (delfini) adulte ne portano i segni.
Se già così questo piccolo squalo vi sembra cattivello, pensate che non è tutto: il cookiecutter ha capacità bioluminescenti, cioè il suo corpo riluce nell’oscurità, come quello dei calamari. E probabilmente usa questa caratteristica proprio per nascondersi dentro ai branchi di calamari, aspettando che per esempio un tonno, vi si butti dentro per mangiare, e lui rapido, colpisce.
Se vi è passata la voglia di fare il bagno alle Hawaii sappiate che le notizie riguardanti casi di attacchi a umani sono pochissime. Due casi sono registrati nell’International Shark Attack File, ma sono casi di morsi dati post-mortem (insomma su cadaveri). Il 16 marzo 2009, un nuotatore, proprio alle Hawaii, è stato morso prima al petto e poi, mentre risaliva sulla barca, a un polpaccio. Altri attacchi, sebbene non verificati, sono stati riportati in casi di naufragi, così come un fotografo subacqueo racconta di essere stato attaccato da “pesci lunghi 30 centimetri dal muso tozzo”.
Altro che squalo bianco, occhio al tagliabiscotti!