sabato 29 dicembre 2012

7 anni fa

Sette anni fa, il 29 dicembre del 2005, scrivevo questo post, il primo di un blog neonato che si chiamava Storie di Mare.
Sette anni dopo sono ancora a scrivere qui sopra, anche se il blog non si chiama più Storie di Mare, e molte cose sono cambiate da allora. A cominciare dal fatto che non lavoro più per Fondazione Cetacea che è stata la mia casa professionale per 15 anni.

Ho scritto più o meno 450 post, numero che impressiona più me che voi. Alcuni di questi sono poi persino diventati parti dei miei libri.

Ho continuato e continuo a scrivere di mare, raccontando spicchi di notizie, storie, ricerche e lo faccio anche adesso che la vita mi ha portato ad occuparmene un po' di meno. Un po' solo, però!
Infatti, salvo imprevisti, a gennaio ci saranno tre grosse novità e tutte avranno a che fare con il mare, e con me, ovviamente.

Nel frattempo. grazie di essere qui.

martedì 18 dicembre 2012

Spiaggiamenti di balenottere in Adriatico

Le review sono articoli scientifici che, in genere, non comunicano nuovi risultati di ricerche o studi ma, come dice la parola stessa, ri-analizzano i dati e la letteratura scientifica già pubblicata, in pratica facendo "il punto della situazione". Possono, anzi in genere sono, molto utili, soprattutto ai ricercatori perché racchiudono le conoscenze su un certo argomento, e soprattutto raccolgono la bibliografia inerente quell'argomento, in un unico articolo.

Negli ultimi anni ho visto pubblicare, e ho raccolto con piacere, diverse review legate alla presenza dei Cetacei, o di alcune specie di essi, in Adriatico o in Mediterraneo.
La più recente raccoglie le segnalazioni di spiaggiamenti di balenottere comuni (Balaenoptera physalus).
Questo è l'unico misticete presente in Mediterraneo, ma mentre è comune nel bacino occidentale, è molto più difficile avvistarlo verso oriente, ed è una presenza occasionale, sporadica anzi, in Adriatico. Per la verità negli ultimi anni gli avvistamenti ci sono stati (poca roba, neanche uno all'anno per intenderci) e io stesso ne ho segnalati alcuni nei primi anni dello scorso decennio.

Nel lavoro in questione, pubblicato su Marine Biodiversity Records, come già detto si parla di spiaggiamenti, e gli autori, due italiani, riportano 17 eventi, in totale. Si tratta di animali generalmente spiaggiati già morti, con solo due individui morti invece in seguito allo spiaggiamento, e tre uccisi, più o meno intenzionalmente (nei secoli scorsi l'uccisione intenzionale di grandi animali marini, magari già in difficoltà, era la norma).
Uno di questi è forse uno dei dati più importanti del lavoro, visto che si tratta di una segnalazione mai riportata prima.

Nell'agosto del 1960 due pescatori abruzzesi vedono, nei pressi delle barriere antierosione, quindi a pochi metri dalla riva, una grande massa scura. Pensando fosse un grosso banco di pesci, sono usciti a pescare, utilizzando, illegalmente, esplosivi. Dopo una delle detonazioni hanno visto emergere una balenottera di circa 20 metri, mentre l'acqua tutto intorno si colorava del sangue dell'animale.
Il mammifero, ancora vivo, è stato poi trainato a riva tramite una corda legata alla coda. E' morto dopo circa tre ore.

In generale, ci sono due dati del 18esimo secolo (gli altri due animali uccisi), tre del 19esimo secolo, altri otto prima del 2000, e quattro in anni recenti, ultimo dei quali la balenottera di Sirolo del 2007 (ne ho parlato per esempio qui, qui e qui). 
Sui 17 ritrovamenti totali, tutti di animali singoli, 10 sono avvenuti in acque italiane.

Bibliografia
Pierantonio, N., & Bearzi, G. (2012). Review of fin whale mortality events in the Adriatic Sea (1728–2012), with a description of a previously unreported killing Marine Biodiversity Records, 5 DOI: 10.1017/S1755267212000930

sabato 15 dicembre 2012

La plastica minaccia balenottere e squali elefante

Un mio articolo pubblicato su scienze-naturali.it:

Anche gli squali elefante, dopo le balenottere, minacciati dalla plastica in mare
Un mare sporco di plastica galleggiante è decisamente brutto da vedere. Ma gli effetti sulla salute e sulla vita degli abitanti del mare vanno ben oltre l’aspetto estetico, e le ricerche più recenti mostrano che le conseguenze di questa invasione di plastica possono essere notevoli e impreviste. Ne sono minacciate specie ... Leggi il resto...

Nota: questo articolo è nato da un tweet di un'amica che mi chiedeva cosa ne pensassi del fatto che le balenottere stavano, così dicevano le news, diventando ermafrodite (qui un esempio). Era ovviamente una stortura giornalistica, anche se la minaccia per i grandi filtratori, come leggerete, c'è davvero.

lunedì 10 dicembre 2012

Sì, i delfini mordono

Nelle scorse settimane due fatterelli, di per sé quasi insignificanti, hanno avuto una certa eco, e entrambi riguardano i delfini e la loro capacità... di mordere. In effetti un tursiope in bocca ha un centinaio di denti e forse molti pensano siano per bellezza.

Il 21 novembre ne ha fatto le spese una ragazzina di 8 anni, mentre partecipava a un programma di feed-the-dolphin (o qualcosa del genere) al Seaworld di Orlando, in Florida. Mentre dava da mangiare a un delfino, in un attimo in cui era distratta, questi le ha morso la mano (poteva finire peggio). Forse la cosa sarebbe passata sotto silenzio, se non fosse che i genitori della ragazzina hanno pensato di mettere il video dell'incidente su Youtube (dove, al momento in cui scrivo, ha già superato 1.100.000 contatti).
Ammetto la mia ignoranza e devo dire che non sapevo che in certi delfinari fosse persino previsto che il pubblico potesse direttamente nutrire i delfini. E che tristezza quella fila di delfini che aspettano il bocconcino da un gruppo di gente che fatica a vederli come qualcosa di diverso da un semplice "gioco vivente" (o, al massimo, un pet).
Non mi interessa molto la "dinamica" dell'incidente, così come le solite trite risposte del SeaWorld. Che non sbaglia mai, fateci caso. Stavolta è colpa della bambina che "non ha seguito le istruzioni che vengono date a tutti i visitatori". Mi dispiace per la bimba, ma prima o poi doveva capitare e capiterà ancora.

Pochi giorni dopo, ecco un'altra notizia simile. Al Dolphin Park della Isla Mujeres in Messico, dove si svolgono dei programmi di nuoto con i delfini (swim-with-the-dolphin), tre donne sono state morse alle gambe da un membro del gruppo, un delfino di nome Picasso. Una coppia di turisti svedesi, che hanno poi divulgato la notizia, erano in acqua insieme ad altre sei persone quando prima una ragazza, poi una donna hanno gridato di essere state morse. A quel punto anche Sabina Cadbrand, che racconta la vicenda, sente un delfino morderla alla coscia. Le donne sono state medicate al locale ospedale.
Il parco dichiara che non sa spiegarsi l'accaduto, ma che rifonderà le persone coinvolte.

Questi mi sembrano casi lampanti di incidenti annunciati. Quelle cose che prima o poi accadono,  e quasi te le aspetti, siamo sinceri. Hai che a che fare con animali grandi e grossi, con complessi comportamenti e spesso difficilmente "leggibili", che vengono usati come giocattoloni.
Non sarebbe ora di regolamentare duramente (se proprio non possiamo evitarli...) questi programmi di interazione che non hanno nulla di educativo, ma sono solo sfruttamento commerciale? Se non per il rischio di incidenti, almeno per rispetto agli animali, sottoposti a questi turni stressanti di "divertimento" (per chi?) dei quali, quasi sicuramente, farebbero volentieri a meno.

venerdì 30 novembre 2012

Zifio in Adriatico

Mi è tornato sotto mano un articolo che avevo letto di sfuggita e che è datato al 2007. Parla della presenza dello zifio (Ziphius cavirostris) in Adriatico, sottolineando come la sua presenza, sebbene decisamente legata al bacino meridionale, sia comunque da non sottovalutare. Anzi, gli autori, confrontando la percentuale di spiaggiamenti di questa specie, rispetto al totale del Mediterraneo, affermano che l'Adriatico meridionale riveste una certa importanza per lo zifio.

Lo zifio è un cetaceo dal corpo lungo e robusto che può raggiungere anche i 7,5 metri, anche se in genere si attestano sui 6 metri, con i maschi leggermente più piccoli delle femmine. Ha una testa relativamente piccola con la fronte che degrada verso un corto rostro su cui sono localizzati un unico paio di denti, visibili a bocca chiusa solo nei maschi. Ho scritto dello zifio anche qua.

Nell'articolo in questione gli autori, croati e italiani, raccolgono 11 segnalazioni di spiaggiamenti di questa specie, in Adriatico. Una di esse è storica e risale all'ottobre del 1939, mentre le altre vanno dal 1975 al 2004. Cinque di queste sono in Italia, quattro in provincia di Bari e una segnalata genericamente come "costa pugliese".
Da aggiungere che, in un articolo successivo, pubblicato da autori italiani, vengono registrati altri due spiaggiamenti di zifii in Puglia, che sono "sfuggiti" nell'altro lavoro, entrambi del 2003. Siamo dunque a un totale di 14 spiaggiamenti dal 1975 a oggi.

E gli autori hanno dunque ragione a considerare il sud Adriatico come un bacino importante per questa specie.
Scrivono anche che questi dati hanno delle evidenti implicazioni a livello di conservazione della specie, vista la loro presenza in quest'area e la preoccupazione per gli eventi degli ultimi anni, in cui, in diversi parti del mondo, ci sono stati spiaggiamenti di massa di zifii legati purtroppo alle operazioni militari e all'utilizzo di potenti sonar.
Loro lo scrivevano nel 2007, e infatti... Il 30 novembre 2011 tre zifii si sono spiaggiati a Corfù (seguiti poi da altri due in Calabria). spiaggiamenti che sono poi stati collegati, con discreta certezza, con esercitazioni militari presenti proprio in quei giorni, nello Ionio.

Dimenticavo, forse uno zifio o due, qualche tempo fa, si sono anche fatti un giretto più a nord, in Adriatico: guarda qua.

Bibliografia:
ResearchBlogging.org Holcer, D., Notarbartolo di Sciara, G., Fortuna, C., Lazar, B., & Onofri, V. (2007). Occurrence of Cuvier's beaked whales in the southern Adriatic Sea: evidence of an important Mediterranean habitat Journal of the Marine Biological Association of the UK, 87 (01) DOI: 10.1017/S0025315407055075

Pino D'Astore Paola, Bearzi Giovanni, & Bonizzoni Silvia (2008). Cetacean strandings in the Province of Brindisi, Italy, southern Adriatic Sea Annales, Series Historia Naturalis , 18 (1), 29-38

lunedì 26 novembre 2012

Il mio grosso grasso weekend svizzero

Ecco il mio intenso, gustoso, frenetico weekend svizzero:

Sabato:
13:53 - Partenza da Rimini (in treno)
18:15 - arrivo a Lugano
18:30 - corsa in albergo, preparazione della sala
20:00 - cena lampo
20:30 - conferenza (iniziata puntuale, son svizzeri!) "Jack il delfino e altre storie di mare"
22:30 - drink e quattro chiacchiere con alcuni partecipanti
01:00 - nanna
01:30 - telefonata al portiere di notte perché due stanze dopo la mia sembrava di essere al Cocoricò

Domenica:
09:00 - colazione
10:00 - in auto verso la RSI, radio nazionale della Svizzera italiana
11:00 - due interviste alla radio, una sulle tartarughe e una sui delfini
12:30 - corsa in auto verso Ascona
13:30 - pranzo lampo in riva al lago (pizza Margherita da 12,50 euro!! son svizzeri...)
14:00 - preparazione della sala
14:30 - conferenza (iniziata con 5 minuti di ritardo, son svizzeri) "Il mare che non ti aspetti"
16:45 - corsa in auto verso Lugano
17:50 - partenza in treno
22:35 - arrivo a Rimini

venerdì 23 novembre 2012

Sempre più... Svizzera!

Questo è l'articolo sul Corriere del Ticino di ieri. Sta a vedere che è molto più facile (e gratificante)  parlare di mare in Svizzera che in Italia!


giovedì 22 novembre 2012

Nuotare con... le tartarughe?

Questa mi mancava. Mentre sono arci-noti, in diverse parti del mondo, i programmi per nuotare con i delfini (swimming with dolphins), sia in mare aperto che in cattività (o semi-cattività), non sapevo ci fosse anche una proposta di swimming with turtles.
Mi arriva invece, attraverso una lista di discussione mondiale sulle tartarughe, la notizia di questo particolare progetto. Si svolge alle Isole Samoa, e il giornalista australiano che lo segnala, scrive "Recentemente ho visitato una riserva per tartarughe marine, a Samoa. E' più una attrazione turistica che altro, ma i proprietari davvero amano le tartarughe e si impegnano nella conservazione. Pagano i pescatori che accidentalmente catturano tartarughe verdi [Chelonia mydas], e che altrimenti invece le mangerebbero, per portarle alla riserva. Qui le allevano e consentono al Dipartimento della Pesca del paese, di marcarle per poi rilasciarle."

Il giornalista solleva anche dei dubbi se questo sia o meno una forma di sfruttamento degli animali (dice che alcuni visitatori occidentali lo considerano così). Aggiunge anche che l'acqua non sembra pulitissima, e su TripAdvisor ci sono commenti negativi proprio legati alla scarsa pulizia dell'acqua.
In realtà, aggiungo io, un'acqua torbida o verde di alghe non necessariamente è "sporca" (e comunque non sembra così sporca nel video che metto più sotto).
I commenti relativi all'esperienza di nuotare con le tartarughe sembrano invece davvero entusiasti.

Io sono molto perplesso. I soldi che i visitatori pagano (poco: 5 $ gli adulti e 3 i bambini) servono poi per programmi di conservazione? Sì, e quali?

In questo blog si legge che la famiglia proprietaria di questo "laghetto" non sembra saperne molto di tartarughe, non dà nessun tipo di informazioni sugli animali, e anzi vende banane e papaya da gettare alle tartarughe, che le mangiano avidamente: le tartarughe verdi sono prevalentemente erbivore, ma magari banane e papaya non fanno esattamente parte della loro dieta!

In definitiva, mi sembra un'esperienza non troppo edificante, sotto diversi punti di vista, anche etici (è comunque sfruttamento di animali a fini commerciali), e se non siete convinti guardatevi questo album di foto e vedrete a cosa sono sottoposte quelle tartarughe.
Per fortuna resta, per quel che ne so, un caso isolato.


lunedì 19 novembre 2012

La Svizzera mi aspetta

Nel prossimo weekend, come già annunciato, sarò in Svizzera. Sarà un mini-tour fatto di due (forse tre) appuntamenti. Il terzo, la partecipazione a un programma radiofonico, che sarebbe lunedì 26 è in forse a causa di miei problemi familiari. Ma sabato e domenica sarò di sicuro prima a Lugano, e poi ad Ascona, per due incontri. Parlerò di "Jack il delfino" e racconterò il nostro Adriatico.

Devo dire che questi incontri, anche e soprattutto grazie all'infaticabile lavoro dell'organizzatrice, la mia amica Beatrice Jann, della Swiss Whale Society, stanno suscitando molta attenzione, ed è bello che dalla Svizzera mi chiedano tante informazioni e curiosità sul mio lavoro e sull'Adriatico.

A breve dovrebbe uscire un'intervista sul Corriere Ticino, mentre sabato scorso sono stato intervistato dalla RSI, la radio "nazionale" del Canton Ticino. Qui sotto potete ascoltare l'intervista.



Qui sotto le locandine dei due eventi.



mercoledì 14 novembre 2012

Basta con i delfini soldato?

Ho raccontato proprio pochi giorni fa, in questo articolo, dei delfini utilizzati per scopi militari. Bene, a quanto pare, non sarà così ancora per molto. La marina militare americana infatti dichiara che entro il 2017 i delfini soldato saranno rimpiazzati da efficientissimi robot.

Trovare mine collocate sui fondali marini non è impresa facile, ma i delfini addestrati per farlo sono molto abili in questa attività e per questo motivo anche molto preziosi. L'esercito militare americano ha sempre dichiarato che i delfini impiegati in missioni militari erano esclusivamente dedicati ad attività come questa, cioè di localizzazione di ordigni o eventualmente unità o soldati nemici. I marines statunitensi negano dunque che delfini vengano utilizzati per scopi offensivi come colpire un nemico o portare una mina sotto lo scafo di una nave.

In ogni caso, questo impiego dei delfini ha sempre suscitato, per esempio da parte delle associazioni animaliste, ma non solo, vibranti proteste, sia per motivi etici sia per la preoccupazione per la salute e per il benessere degli animali coinvolti.
Ma il mantenimento di questi animali è proprio uno dei motivi che porterebbero all'abbandono di questo programma militare. I delfini, a differenza dei cani utilizzati per scovare le bombe per esempio in Afghanistan (vedi foto), richiedono cure molto più costose (ad esempio, trasportare delfini è molto più complicato e dispendioso di quanto non sia trasportare dei cani), e inoltre necessitano di un ambiente molto particolare: vasche e quant'altro. Infine, al termine della loro attività questi devono essere tenuti "a pensione", laddove un cane andrà invece semplicemente a vivere con suo addestratore. Insomma, stiamo parlando di costi.

Purtroppo però, rimpiazzare le incredibili doti e il sofisticato sonar dei delfini non è facile e non sempre un robot riuscirà a fare quello che questi animali invece fanno. Per questo motivo l'esercito americano sembra già, in qualche modo, mettere "le mani avanti" affermando che è possibile che alcune missioni estremamente specializzate avranno ancora bisogno dell'aiuto dei delfini anche dopo il 2017.
Accidenti. Ci avevamo quasi creduto.

lunedì 12 novembre 2012

Opo, la delfina dei bambini

Nel quarto capitolo del mio libro "Jack il delfino e altre storie di mare" racconto la storia di Opo, una delfina che a metà degli anni '50 era divenuta una vera attrazione turistica locale, per un piccolo paesino del Nuova Zelanda settentrionale.
Un amico mi ha segnalato su Google + questo documentario del 1956, dedicato a Opo. 
Una "chicca" tutta da godere.


giovedì 8 novembre 2012

Sabato, a Bari

Sabato mattina sarò a Bari, per partecipare alla quinta "tappa" della Biennale Habitat 2012, del cui Comitato Scientifico faccio parte.

Qui potete scoprire cos'è e cosa fa la Biennale Habitat.

Qui sotto il programma della mattinata (l'incontro prosegue nel pomeriggio ma con altri temi, che potete comunque leggere qua) che si svolgerà presso il Centro Universitario Sportivo di Bari:

ore 9,30 - Apertura dei lavori
Annika Patregnani - Presidente Biennale Habitat
Prof. Franco Palmirotta - Direttore CEA SOLINIO

Saluti delle Autorità
Prof. Corrado Petrocelli - Rettore dell'Università degli studi "Aldo Moro" di Bari
Dott. Renato Laforgia - Presidente CUS Bari
Dott. Raffaele Sannicandro - Presidente CONI - Assessore Urbanistica Comune di Bari
Dott. Alfredo Malcarne - Presidente Assonautica Regionale di Puglia

ore 10,00 - 
FORUM
 "Formazione e Nuove Professioni"
- Saluti Dirigente Istituto Nautico di Bari e presentazione dell'Offerta Formativa a cura del Prof. De Gigli - con la partecipazione e il coinvolgimento delle scuole medie
- “La formazione velica nel Corso di Laurea SAMS dell'Università di Bari con il coinvolg IV e V delle scuole superiori
"
Prof. Fischetti Univ. degli Studi di Bari - Scienze Motorie
- "La Formazione e le Nuove Professioni della Blue Economy"
Lucio Petrone - Senior Editor di “Nautica”, Nautica Editrice
- "Presentazione libro 'Jack il delfino e altre storie di mare'

Marco Affronte
- "Mediterraneo, un mare di plastica"
Prof. Nicolò Carnimeo - Professore di Diritto della Navigazione e dei Trasporti all'Università Moro
- Esibizione canora "Mare’"
Scuola Elementare "Gabelli" di Foggia

ore 12,00
- "Video Presentazione del Centro Tartarughe di Molfetta"
- "Il problema delle catture accidentali di tartarughe marine in Adriatico: dati e possibili soluzioni"
Marco Affronte
- "Video Presentazione documentario 'I Delfini di TARAS' (Taranto)
a cura di Jonian Dolphin Conservation

martedì 6 novembre 2012

Delfini armati fino ai denti

Un mio articolo pubblicato su sottobosco.info:

Flipper diventa soldato. I delfini da caccia


Sebbene se ne parli da vent'anni ormai, l’utilizzo di delfini addestrati per combattere nelle guerre dell'uomo è invece più attuale che mai.
E non c'è nemmeno bisogno di andare tanto lontano. Il 5 ottobre scorso, un gruppo di delfini addestrati da un’unità speciale statunitense è arrivato in Adriatico, nei pressi di Tivat, in Montenegro. Per tutto il mese di ottobre questi animali hanno lavorato nella baia di Kotor ad un programma di esercitazioni... Leggi il resto...


martedì 30 ottobre 2012

Appuntamenti di novembre

Questo novembre sarà ricco di incontri.
Ecco dove, se volete, ci possiamo incontrare:

- Sabato 10 novembre, a Bari, alla quarta tappa della Biennale Habitat.
Farò due interventi, entrambi al mattino:
* nel primo presenterò "Jack il delfino e altre storie di mare" a un gruppo di ragazzi delle scuole medie
* nel secondo parlerò del problema, e delle possibili soluzioni, delle catture accidentali di tartarughe marine, in Adriatico

- Venerdì 16 novembre, a Miramare di Rimini
Alle ore 21,00, presso l'Hotel Giorg (Viale Principe di Piemonte, 39):
* conferenza sull'Adriatico "Il mare che non ti aspetti". Organizzata dal Blue Abyss Diving, aperta a tutti, ingresso libero

- Sabato 24 e domenica 25, in Svizzera
due incontri organizzati dalla Swiss Whale Society
* il 24, alle 20,30, presentazione del libro "Jack il delfino e altre storie di mare", presso l'albergo Pestalozzi, a Lugano
* il 25, nel pomeriggio, conferenza, presso la sala di Casa Serodine, ad Ascona.

mercoledì 24 ottobre 2012

Chi uccide i delfini adriatici?

Succedono strane cose in Adriatico. Ultimamente ci sono state segnalazioni di delfini trovati morti, uccisi da colpi di armi da fuoco, o mutilati della coda.
Ne ho parlato in un articolo sul quotidiano La Voce di Romagna di ieri.

Riporto qui il testo dell'articolo:

Killer di delfini in Adriatico? La possibilità che questi cetacei possono ancora essere vittime di uccisioni deliberate esiste tuttora. Lo riferisce un articolo pubblicato da "La Voce del Popolo" di Fiume raccontando la notizia del ritrovamento di un delfino portato dalle correnti sulla battigia della spiaggia Rivarella di Cittanova Si tratta di un esemplare adulto di 2,5 m e di quasi 300 kg di peso. Stando ai segni riscontrati sul corpo, il cetaceo potrebbe essere soffocato in una rete da pesca, una delle comuni passelere usate per la pesca della sogliola, ma ci sono possibilità che l'animale sia anche stato deliberatamente ucciso.
Abbiamo chiesto a Marco Affronte, naturalista studioso della fauna dell'Adriatico, un parere sul caso riferito dal giornale croato. "Purtroppo nell'articolo in questione non si capisce quali segni siano stati riscontrati sul corpo del delfino, tali da far sospettare una morte non naturale. È vero però, come riporta l'articolo stesso, che in autunno ritrovamenti di delfini con evidenti segni di terribili interazioni con l'uomo, sono purtroppo frequenti: stiamo parlando ad esempio di due delfini ritrovati con la coda mozzata, venerdì scorso [il 12 ottobre] in acque slovene. Oppure del delfino ritrovato il 14 settembre, spiaggiato sulle coste croate (laguna Zelena), con evidenti segni di colpi di arma da fuoco. Segnalazioni di delfini uccisi con armi da fuoco, si ritrovano in notiziari e quotidiani, anche gli anni precedenti, più o meno sempre nel periodo autunnale.
Probabilmente è proprio in questo periodo che diventa più frequente l'utilizzo delle reti da posta, come lo sono appunto le passelere. Le reti da posta si portano dietro conseguenze molto spiacevoli, per la loro natura, e per il modo in cui sono utilizzate. Queste reti non vengono trainate da una barca, ma vengono invece calate e poi lasciate sul posto per diverso tempo. Questo significa che possono accumulare molti animali e pesci intrappolati, pescando appunto per lunghi periodi. Questi animali morti o morenti, e comunque ovviamente incapace di fuggire, rappresentano un ghiotto bottino per molti predatori, compresi i delfini e le tartarughe. Se, mangiando questi pesci, un delfino rimane intrappolato nella rete, non ha scampo, ed è destinato ad annegare.
Spesso quindi il ritrovamento di delfini con la coda mozzata può avere due significati: il pescatore, per liberare la rete dalla carcassa del delfino può "tagliare via le sporgenze", come le pinne e appunto la coda, proprio per rendere più facile il lavoro di districamento della rete. La seconda possibilità, molto più tremenda, e che un delfino venga intenzionalmente catturato dai pescatori e venga mutilato in modo che, rigettato a morire in mare, comunichi ai compagni segnali di grave pericolo, tenendoli quindi lontani dalle reti (questa pratica barbara è per esempio ancora sporadicamente presente in Sardegna). Allo stesso modo è possibile che vengano sparati colpi d'arma da fuoco ai delfini, per allontanarli dalle reti o per fare in modo che la loro sofferenza tenga lontani gli altri.
Perché non c'è dubbio, purtroppo, che delfini possano danneggiare anche seriamente le reti, nel tentativo di sottrarre il pesce imprigionato.

Il problema di fondo resta il fatto che delfini e esseri umani competono per la stessa risorsa, e questo molto spesso ha portato a perpetrare danni notevoli a questi nostri "coinquilini" del mare. Per quanto attualmente amati e protetti, anche da leggi, è difficile sviluppare una coscienza etica e un rispetto da parte dei pescatori che comunque si vedono danneggiati economicamente per questi animali furbi e opportunisti. È un problema che risale a tempi antichi e che difficilmente avrà mai una definitiva conclusione."

lunedì 22 ottobre 2012

L'occhio misterioso

Ne avrete sicuramente letto: la notizia è che su una spiaggia della Florida è stato trovato un grosso occhio, e nessuno sa cosa sia. Vedi, ed è solo un esempio, l'articolo su Corriere della Sera.

Una bella analisi sulle varie possibilità, comprese alcune... semi-serie, è stata compiuta da Lisa Signorile, sul blog del CICAP.

L'ente incaricato delle indagini, il Florida Fish and Wildlife Conservation Commission, a cui è stato consegnato il reperto, dice che le analisi genetiche sono ancora in corso, ma secondo loro si tratta dell'occhio di un grosso pesce spada.

Può darsi, ma io, in attesa della prova del DNA, resto della mia idea. Secondo me è l'occhio di un pesce luna (Mola mola).

Qui sotto vedete la foto dell'occhio misterioso, e quella scattata a Riccione su un esemplare  di pesce luna spiaggiato, vivo, nel 2002 (era poco più di 2 metri di "diametro"). Ne ho parlato ne "Il mare che non ti aspetti".

Voi che ne dite?


Aggiornamento [23 ottobre 2012]:
e invece mi sbagliavo. Ho scritto alla Florida Fish and Wildlife Conservation Commission, e mi hanno risposto che le indagini genetiche hanno confermato che è un pesce spada.
"Thank you for contacting the FWC's Fish and Wildlife Research Institute. We have received the genetic test results and both the gene sequences are matches to swordfish (Xiphias gladius). Thank you for your suggestion and the pictures!"


venerdì 19 ottobre 2012

Un libro e un appuntamento

Il 30 ottobre, alle 17, presso il Museo della Marineria di Cesenatico, il libro "Where to go and what to eat", pubblicato in questi giorni dalla Aracne.
Il libro, come mi scrive uno dei due editor, Annalisa Zaccaroni (l'altro è Dino Scaravelli, e sono entrambi amici e colleghi che conosco bene) "nasce come presentazione dei contributi presentati al meeting svoltosi a Cesenatico il 22 Maggio 2010 ed organizzato dal Corso di Laurea in Acquacoltura ed Igiene delle Produzioni Ittiche dell’Università di Bologna, nell'ambito delle iniziative del Gruppo di Ricerca sui Grandi Vertebrati Pelagici. L’idea è quella di riunire in un unico testo alcuni spunti su quelli che sono i principali fattori ecologici che condizionano le scelte evolutive dei mega-vertebrati marini, focalizzando l’attenzione sulle catene trofiche e sulle migrazioni, analizzate in diversi modelli animali marini (elasmobranchi, tartarughe marine e cetacei)".

Il libro, che essendo una pubblicazione prettamente scientifica, è in inglese, è appunto un compendio di interventi di vari autori, che toccato tematiche diverse: dalle conseguenze per la catena alimentare a seguito della perdita di predatori al top, come gli squali, al caso dei capodogli spiaggiati nel 2009 al Gargano; dall'identificazione dei rischi per delfini e tartarughe dell'Adriatico, a uno studio sullo squalo bianco in Sudafrica; dai Cetacei del Golfo di Trieste alle stenelle del Tirreno. E così via.

I lavori sono sicuramente interessanti ed è un bene che siano stati pubblicati gli atti di quel convegno, dal momento che non è che l'Italia sia ricca di iniziative come questa.

Se venite a Cesenatico, tra l'altro, prendete i proverbiali due piccioni con una fava, visto che al Museo della Marineria, dal 20 ottobre al 18 novembre, c'è una mostra da vedere, dedicata alla baleneria. Attraverso immagini d’epoca quali stampe, dipinti, fotografie, la mostra ripercorre la storia secolare della caccia alla balena: un'attività umana oggi per fortuna quasi scomparsa, che ha tuttavia scritto pagine memorabili della marineria. Le immagini provengono dall'archivio di Giancarlo Costa, giornalista e fotografo che ha curato la mostra, realizzata in collaborazione con l’Acquario Civico di Milano.

Ci vediamo a Cesenatico.


lunedì 15 ottobre 2012

I sei delfini mancanti

Anche quest'anno, a settembre, come sempre, nella ormai famigerata baia di Taiji, in Giappone, decine di tursiopi e globicefali sono stati catturati. Alcuni di loro saranno semplicemente macellati, altri invece venduti a delfinari, giapponesi, ma non solo.
Dopo il clamore suscitato dal film The Cove, ormai quella di Taiji non è più "la baia dei segreti". Per la verità, sembra quasi che ormai non faccia neanche più notizia. Ma quest'anno se ne parla più del solito perché il 9 ottobre si è venuto a sapere che 6 di quei delfini sono stati spediti, su un aereo della Japan Airlines, in Europa.

Nell'era del web, la notizia è girata veloce e rimbalzata un po' ovunque, ma resta comunque una notizia a metà. Infatti, non si sa quale sia la destinazione dei delfini, né dove si trovino adesso.

Giovedì 11 il sito di Sea Shepherd dava per certo che gli animali sarebbero atterrati a Londra, all'aeroporto di Heatrow. Addirittura sembrava che il Dipartimento per l'Ambiente della Gran Bretagna avesse confermato di aver ricevuto i permessi della Cites per fare arrivare i delfini.

Venerdì 12 invece, lo stesso Dipartimento confermava alla Whale and Dolphin Conservation che nessun delfino era arrivato all'aeroporto londinese, e nemmeno erano attesi arrivi.
Altre cose che si sanno, o si pensava di sapere, è che i delfini sono stati comprati da una società che si chiama Aspro International, una grossa compagnia, proprietaria di 41 parchi di divertimento, in otto diverse nazioni. Una compagnia di certo "virtuosa", visto che tra i suoi slogan c'è anche"living creatures coexisting in harmony (esseri viventi che coesistono in armonia)". E se vi pare poco sappiate che la Aspro ha fondato anche la Fundaciòn Aspro Natura, che ha tre obiettivi:
- contribuire alla protezione della natura e dell'ambiente
- accrescere la consapevolezza del pubblico sull'importanza della conservazione della biodiversità
- sviluppare attività educative e ricreative per persone con bisogni speciali.
Bello, no? Come questo si concili con il tenere animali in cattività, io non saprei dire.

Ma pare che la faccenda sia ancora più complicata. Adesso, non è nemmeno certo che la Aspro sia coinvolta. Infatti, ecco quello che riporta ancora SeaShepherd: "Un'attenta Guardiana della Baia [i Guardiani della Baia sono persone dello SeaShepherd che controllano e osservano quello che avviene nella famigerata baia di Taiji] era sullo stesso volo dell'acquirente e ha notato che il suo bagaglio portava il logo del Marineland Mallorca (un parco di proprietà della Aspro). Per caso lo ha visto di nuovo il giorno seguente, presso la Baia, mentre lavorava con i delfini e li preparava per il trasporto insieme agli addestratori. L'acquirente era presente sul posto anche per dirigere e filmare la procedura di carico assieme agli assassini dell'Unione dei Pescatori. Fonti che operano sul territorio hanno identificato quest'uomo come possibile ex dipendente del Marineland Mallorca. Le fonti hanno ragione di credere che potrebbe aver acquistato i delfini per conto dello Zoo di Lisbona o di un parco marino negli Emirati Arabi Uniti, che potrebbe rappresentare la destinazione finale di questi animali. Da quanto si evince dalle nuove informazioni in nostro possesso, pare che i delfini non siano destinati ai parchi della Aspro International in Europa, come riferito in un primo momento. L'informazioni ricevuta era errata perché questo acquirente non stava acquistando per la Aspro, quindi Sea Shepherd ritira tali informazioni."

Ma poco importa. Sono convinto che prima o poi si verrà a sapere dove sono finiti i delfini, in quale o in quali delfinari  Difficile che questi animali possano arrivare in una di queste strutture, senza che si venga a sapere.

Ancora una volta, però, dobbiamo rimarcare che, nonostante tutti i proclami relativi all'educazione, alla ricerca, alla conservazione, i parchi restano strutture commerciali senza troppi scrupoli, senza troppe remore a strappare dall'ambiente naturale degli animali selvatici. Le finalità pseudo educative e scientifiche di cui si riempiono la bocca, non possono giustificare questi comportamenti contro l'etica e contro il sentire diffuso.
Se non tutti i parchi si comportano in questo modo, allora voglio sentire quelli che si definiscono virtuosi, condannare fortemente e pubblicamente chi continua a prelevare delfini dall'ambiente naturale. Se non lo fanno, sono altrettanto colpevoli. 

venerdì 12 ottobre 2012

Mare, delfini e balene, alla radio

Questa sera sarò ospite, per tutta la puntata, della trasmissione radiofonica "Backstreets", su RadioIcaro, che si può ascoltare a Rimini sui 92,0 MHz, e in tutta Italia tramite lo streaming (http://www.radioicaro.it).
La trasmissione inizia alle 18:20 (o, in replica, alle 00:20). Sarà una puntata tutta dedicata al mare, comprese le canzoni che ascolteremo tra una chiacchiera e l'altra.

Ci sentiamo!

P.S.: sono stato ospite delle Backstreets anche mercoledì 3 ottobre, ma in quel caso non ho parlato di mare, ma della mia passione per la musica blues (e non è l'unica). Qui potete ascoltare o scaricare il podcast.

lunedì 8 ottobre 2012

La morte del delfino "accattone"

Pochi giorni fa, il 21 di settembre, si è saputo della morte di un "personaggio" famoso. Viveva in Florida, ma non era né un attore né uno sportivo in pensione; era invece un solitary dolphin, cioè un delfino che viveva a stretto contatto con l'uomo. Si chiamava Beggar, ed era noto da oltre 20 anni a tutti gli abitanti e i turisti di una certa area della baia di Sarasota, in Florida, appunto.

I solitary dolhpins, conosciuti anche come lone sociable, sono animali che per diversi motivi non vivono all'interno di un gruppo di delfini della stessa specie, ma frequentano aree costiere dove vengono a contatto con l'uomo e dal quale, generalmente, diventano dipendenti.
Questo delfino in particolare, un tursiope, aveva imparato a elemosinare cibo dalle barche, in maniera anche insistente, al punto da essere chiamato "accattone", che è esattamente il significato di Beggar.

La convivenza fra Beggar e l'uomo, come già detto, è di lunga data. Al punto che probabilmente, era divenuto uno dei delfini più studiati al mondo. L'inizio del rapporto fra questo cetaceo e gli esseri umani resta un piccolo mistero; è possibile che sia iniziato in maniera del tutto naturale, così come può succedere e come succede, più spesso di quanto si pensi, in altre parti del mondo (in effetti sono circa 90 i delfini solitari conosciuti, nel mondo). Ma ci sono anche altre ipotesi.
Ad esempio, nel report pubblicato nel 2008, da due ricercatrici dell'associazione Marine Connection, dal titolo "Lone Rangers", si ipotizza che Beggar abbia iniziato il suo legame con l'uomo dopo essere stato catturato, nel 1979, nel corso di una ricerca, per essere misurato, pesato, sottoposto a prelievo di sangue, e poi rilasciato.
Secondo altre persone, Beggar invece non era altri che "Moby", un delfino scappato da un parco acquatico, il Floridaland, che ha chiuso i battenti nel 1971, i cui animali vennero venduti ad altri parchi: a quanto pare uno di loro fuggì (non chiedetemi come, ma la storia della fuga sembra essere stata confermata da un ex-addestratore del parco).

In ogni caso, qualunque sia l'origine di Beggar, la sua vita aveva ormai ben poco a che fare con quella di un delfino selvatico. Nel 2011 una ricercatrice del Sarasota Dolpihn Research Project, aveva condotto uno studio accurato, seguendolo per un totale di 100 ore di osservazione, durante le quali erano stati contati:
- 3600 interazioni con esseri umani, fino a 70 in un'ora
- 169 tentativi di dargli da mangiare, con 520 differenti tipi di alimenti
- 121 tentativi di toccarlo, nove dei quali finiti con la persona morsa dal delfino.

Tutto questo avveniva nonostante le leggi americane, come ad esempio il Marine Mammal Protection Act, e nonostante cartelli e avvisi che comunicavano il divieto di recare danno al delfino o di gettargli del cibo, fossero sparsi un po' ovunque. Ovviamente, i controlli in mare sono sempre difficili.

Comunque, ora il delfino è morto, anche se non si conoscono esattamente le cause. L'autopsia effettuata dal Mote Marine Laboratory ha rivelato particolari inquietanti: hanno trovato diverse ferite, probabilmente derivanti da vecchie collisioni con le barche, diverse vertebre e costole rotte. Aveva anche vecchie lesioni simili a punture, tre ami nello stomaco, e due pungiglioni di razze nelle carni. Era in stato di disidratazione. Gretchen Lovewell, manager del programma di ricerca sugli spiaggiamenti, del Mote, dice "Non possiamo dire quali di queste ferite siano la causa della morte di Beggar, ma tutto quello che abbiamo trovato indica che era in precaria salute da molto tempo, e che le interazioni con le persone hanno giocato un ruolo. [...] Passava più tempo a chiedere cibo agli uomini che non a nutrirsi da solo." Insomma non sarà, come hanno titolato giornali e siti web, che Beggar è morto a causa di una dieta di hot dog e birra (che comunque sono stati davvero gettati al delfino), ma il suo legame con l'uomo dovrebbe c'entrare.

Beggar ha divertito e intrattenuto molte persone per oltre 20 anni, ma la sua vita non deve essere stata facile, e sicuramente nulla di paragonabile a quella di un delfino selvatico. Secondo molte persone lui era felice così, ma il mio parere è che questi confondono il loro divertimento e la loro "felicità", con quella di un animale che ormai non conosceva altro tipo di vita. Se gli uomini avessero evitato comportamenti errati come dare del cibo, inseguire, toccare, richiamare il delfino, forse lui avrebbe "scelto" una vita differente, una vita naturale.

Concordo e chiudo con le parole di Stacey Horstman, della NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration ): "Beggar è stato un'icona locale è un'attrazione turistica per oltre due decadi, e i risultati dell'autopsia ci ricordano come le azioni della gente sono dannose per i delfini selvatici. C'è un'idea sbagliata e diffusa, che nutrire, toccare, e nuotare con i delfini non sia per loro di nessun danno è che non vengano mai colpiti dalle barche. Siamo preoccupati per quanto frequentemente il pubblico e i pescatori continuino a nutrire delfini selvatici, dal momento che Beggar è solo uno dei tanti delfini del sud-est degli Stati Uniti che sono stati nutriti dalla gente e ha imparato ad associare gli uomini con il cibo. Rapportarsi con i delfini selvatici con responsabilità è fondamentale per la loro sopravvivenza e noi chiediamo a tutti di aiutarci affinché le popolazioni di delfini restino sane e selvatiche per le generazioni future".

venerdì 5 ottobre 2012

Dopo vent'anni, l'olio della Exxon Valdez fa ancora danni

La superpetroliera Exxon Valdez, il 24 marzo 1989, rimase incagliata in una scogliera all'interno di un'insenatura del Golfo di Alaska. Rovesciò in mare quasi 41 milioni di litri di petrolio. Si stima che la fuoriuscita di petrolio uccise 250.000 uccelli marini, 2800 lontre, insieme a migliaia di mammiferi marini e innumerevoli pesci, invertebrati e piante marine. Oltre a questo, miliardi di uova di salmone di aringhe e di altri pesci vennero distrutte.
L'incidente della petroliera Exxon Valdez resta uno dei maggiori disastri per l'ambiente naturale che la storia ricordi.

Sono passati 23 anni da quel disastro e mentre molti pensano che le conseguenze di quanto è successo siano in azione ancora oggi, questo resta difficile da dimostrarsi. Provare a individuare in che modo le specie di un dato ambiente riescono a recuperare dopo un grave disastro ambientale non è una questione semplice: innanzitutto è difficile avere dei dati sull'abbondanza di popolazione e sui trend di questa, prima del disastro; inoltre non è facile stabilire se durante gli anni, successivi al fatto, ci siano altri fattori che influiscono sul recupero stesso delle specie. Nel caso di un oil spill, attribuire il ritardo nel recupero delle specie proprio all'olio rimasto nell'ambiente implica, fra le altre cose, che si riesca a provare che le specie sono ancora sottoposte al contatto e all'esposizione con le sostanze oleose.

È questo lo scopo del lavoro di un folto gruppo di scienziati dell'Alaska Science Center e del National Marine Fisheries Service, che ha studiato le zone della fascia intertidale del Prince William Sound (luogo del disastro della Exxon Valedz) - dove è noto che ci siano delle riserve di olio residuo persistente - analizzando le conseguenze sulle lontre che si nutrono proprio in queste zone. La fascia intertidale è quella compresa fra le due linee di marea, cioè quella fascia litorale che può essere sommersa, nei momenti di alta marea, o emersa durante la bassa. Le lontre sono solite scavare proprio in questa zona per cercare cibo, e dunque gli scienziati si sono chiesti con quale frequenza incontrano l'olio residuo e quali conseguenze possa avere su di loro.

I primi studi successivi al disastro identificarono un elevato tasso di decadimento dell'olio, si parlava di circa il 58% all'anno. Si pensava dunque che non ci fossero particolari preoccupazioni relativamente al recupero a lungo termine delle specie coinvolte. Studi successivi mostrarono la rapida ripresa di molte specie e dichiararono che le conseguenze dell'olio residuo e persistente per le lontre erano minime. Ma secondo altri autori, non tutte le specie degli ecosistemi colpiti si riprendevano così velocemente, in particolare quelle che dipendevano dalle catene alimentari vicine alla spiaggia. In particolare due studi, del 2001 è del 2007, rivelarono che la velocità di ripresa delle lontre era circa la metà di quella attesa, soprattutto nelle aree più colpite dal petrolio. Il destino delle lontre marine era condiviso dalle lontre di fiume, e da due specie di uccelli: tutti si riprendevano in maniera inspiegabilmente lenta. E tutte sono specie che occupavano habitat di riva. 

Il contatto con gli idrocarburi, appunto nella fascia intertidale, provoca in queste specie problemi metabolici che portano a diverse conseguenze, anche gravi, come la ridotta capacità di sopravvivenza delle femmine. Nel 2004 fu pubblicato uno studio, relativo al 2001, che documentava come negli habitat intertidali fossero presenti ancora 55.600 kg di olii su un'area di oltre 11 ettari.

Ricapitoliamo: quell'area a distanza di anni è ancora piena di olii residui; questi si trovano soprattutto nella fascia intertidale: lì le lontre scavano delle buche per cercare cibo, vengono a contatto con gli olii e ne subiscono le conseguenze.

I ricercatori hanno dunque equipaggiato 28 lontre con degli strumenti che registrano la durata e la profondità delle immersioni; di questi strumenti, 19 sono stati raccolti, e i dati che contenevano, analizzati. Sulla base della mappa della presenza degli olii e della frequenza con la quale le lontre si immergono per nutrirsi nella zona intertidale, i ricercatori hanno stabilito che una lontra incontrerà l'olio residuo in media 10 volte in un anno, con una probabilità per le femmine 2,5 volte maggiore rispetto ai maschi. Circa la metà dei sedimenti analizzati, prelevandoli direttamente dalle biche scavate dalle lontre, erano contaminati dall'olio. Dunque le lontre non evitano le spiagge contaminate, e entrano in contatto con gli idrocarburi residui.

In definitiva, a 20 anni e oltre di distanza dal disastro della Exxon Valdez, le lontre di quell'area sono potenzialmente esposte al contatto con gli olii fuoriusciti dalla nave, e rimasti in ambiente. Inoltre, in accordo con il comportamento di alimentazione di questi animali, la maggiore probabilità di venire a contatto con gli olii si ha in tarda primavera - inizio estate, quando la gran parte delle femmine adulte dà alla luce i piccoli. Questi sono dunque esposti ad alti livelli di rischio. I ricercatori concludono dunque che vanno riconsiderati i tempi in cui si suppone che le specie, almeno alcune, siano sottoposte a potenziale rischio, dopo un disastro ambientale che coinvolge gravi perdite di idrocarburi.

Per la cronaca, la Exxon Valdez è tuttora in attività, ha solo cambiato nome in Sea River Mediterranean. Le è però proibito entrare nel Price William Sound.

Bibliografia:
Bodkin J.L.,Ballachey B.E., Coletti H.A., Esslinger G.G., Kloecker K.A., Rice S.D, Reed J.A., Monson D.H. 2012
Long-term effects of the ‘Exxon Valdez’ oil spill: sea otter foraging in the intertidal as a pathway of exposure to lingering oil
MEPS 447:273-287 (2012) - doi:10.3354/meps09523

Questo articolo è stato pubblicato anche su 


martedì 2 ottobre 2012

L'alberello di Darwin

Sto leggendo un libro che non conoscevo, l'ho trovato sugli scaffali di un negozio di libri usati. Si intitola "Darwin e l'evoluzione dell'uomo".

Il libro raccoglie i testi delle relazioni presentate a un convegno che si è tenuto a Torino nell'aprile del 2009 (il convegno si intitolava come il libro). Per questo motivo ogni capitolo ha un autore diverso; alcuni capitoli sono difficili e impegnativi, altri si leggono con maggiore facilità. Tanto per fare un esempio, il penultimo capitolo si intitola "Scenari evo-devo per una storia evolutiva dell'uomo", e mi ci sono"incagliato" diverse volte.

L'ultimo capitolo invece, scritto da Telmo Pievani, è stato una vera rivelazione. Mi ha emozionato e mi sono soffermato più volte in vari punti. Pievani è un bravo divulgatore, e nel capitolo ripercorre le scoperte, gli scritti, le intuizioni del grande naturalista. Non ho detto che per Darwin io ho una vera passione; ritengo, e non è che ci voglia tanto, che le sue scoperte e i suoi scritti abbiano cambiato la storia dell'uomo.

Pievani ripercorre la storia delle scoperte del naturalista inglese, dal famoso viaggio, durato cinque anni, sul brigantino Beagle, al ritorno in patria, alla pubblicazione dei suoi libri, e soprattutto alla stesura dei suoi famosi taccuini, nei quali annotava le sue scoperte e le sue intuizioni. Una mole di dati incredibile, un lavoro incessante e puntiglioso, una raccolta di idee che lascia sbalorditi. Un idea, un progetto, un quadro che pian piano cresceva nella sua mente, fino alla famosa "rivelazione", quella scarabocchiata nel celebre disegno che vedete in alto: una specie di alberello con la scritta "I think".

Il disegno risale a quasi 20 anni prima della pubblicazione de "L'origine delle specie", eppure contiene in sé già quell'idea sconvolgente: la vita e la natura non più viste come un insieme di specie presenti "sin dall'inizio" ma forme che cambiano nel tempo, che sono collegate le une alle altre, che evolvono le une dalle altre. Oggi lo diamo per scontato, ma allora era una rivoluzione culturale assolutamente sconvolgente. Alla quale peraltro, ne seguirono altre, dirette conseguenze della prima e altrettanto sorprendenti. Per esempio la perdita della centralità del ruolo dell'uomo; in altre parole, l'uomo scende dal piedistallo (più o meno divino) e diventa specie fra le specie.

Non siamo il fine ultimo della creazione, e nemmeno dell'evoluzione, se è per questo. La nostra tanto decantata intelligenza torna al ruolo di caratteristica finalizzata all'adattamento della specie. Insomma, nel contesto naturale, ci rende speciali né più né meno di quanto le ali rendano speciali gli uccelli, e il biosonar i delfini. Ma Darwin lo sa scrivere meglio di me: "Quando parliamo degli ordini superiori, dovremmo sempre dire, intellettualmente superiore. Ma chi, al cospetto della Terra, ricoperta di splendide savane e foreste, oserebbe dire che l'intelletto e l'unico scopo di questo mondo?"

Rileggere Darwin: dovrebbe essere materia scolastica.

domenica 30 settembre 2012

La brutta ferita dell'orca

Il 20 settembre scorso, durante uno show serale, l'orca Nakai dello SeaWorld di San Diego, è rimasta seriamente ferita. Sette giorni dopo, il 27, a seguito delle foto, scattate da spettatori, che cominciavano a circolare in rete, foto davvero impressionanti, il SeaWorld ha finalmente rilasciato un comunicato. 
Il parco dice che durante un show in notturna  mentre Makai stava nuotando insieme ad altre due orche, "venendo in contatto con una porzione della vasca". Sea World aggiunge che l'orca è sotto antibiotici, e che i veterinari sono contenti di come stia migliorando la ferita. Nakai "nuota tranquillamente e interagisce con le altre orche".

Il PETA (People for the Ethical Treatment of Animals) ha annunciato di avere presentato una denuncia al Dipartimento dell'Agricoltura statunitense. Secondo le solite "indiscrezioni", sembra che la ferita sia apparsa dopo un violento litigio fra Nakai e altre due orche, Keet e Ikaika. Per questo motivo PETA denuncia il parco per non avere tenuto separate le orche, in violazione dell'Animal Walfare Act, che è un po' la normativa base a difesa dei diritti animali, negli USA.

Difficile, visti i margini netti della ferita (talmente netti che il pezzo "tagliato via" è stato recuperato sul fondo della vasca), che sia stata causata direttamente da un'altra orca, con un morso per esempio. Secondo la veterinaria Nancy Anderson, è più probabile che "sia rimasta impigliata in qualcosa e abbia tirato per liberarsi".

Ho postato ieri la notizia su Facebook, accompagnata dalla frase "Sono curioso di sentire come il Sea World spiegherà (e curerà) la tremenda ferita dell'orca Nakai." La frase sembra polemica, anzi un po' lo è, ma in realtà sono davvero curioso di sentire se il SeaWorld riuscirà a farsi un'idea di come è avvenuto l'incidente, se divulgherà la notizia, e anche come curerà una ferita così profonda. Nella discussione una addestratrice e una veterinaria, in maniera comprensibile e direi in buona fede, sottolineano entrambe di come il personale dei parchi sia, non solo competente, ma anche assolutamente mosso da dedizione e passione per gli animali con cui lavorano.
E chi lo mette in discussione? E perché spostare sempre il problema su qualcos'altro? Io ritengo solo che sia assolutamente legittima una richiesta di spiegazioni su cosa sia successo a quell'animale. L'addestratrice mi dice che il SeaWorld non ha nessun dovere di dare spiegazioni. Secondo me invece deve farlo eccome, perché parliamo di un essere vivente, non di una mera proprietà, al quale vorrei riconoscere dei diritti, e dal momento che non può difenderli da solo, è bene che lo si possa fare, con tutti gli elementi necessari.

Una nota: Nakai, che ha 11 anni, è la prima orca concepita con l'inseminazione artificiale. Nakai vuol dire Vittoria, nella lingua dei nativi americani.

venerdì 28 settembre 2012

Benvenuti, o ben ritrovati.

Benvenuto, se è la prima volta che passi di qua. Spero faremo un pezzo di strada insieme.

Bentornato, se sei uno de miei affezionati lettori di Storie di Mare, il mio vecchio e fedele blog, che mi ha servito per quasi sette anni (i cui oltre 400 post trovi comunque tutti riportati qua dentro).

Oggi è il primo giorno di un nuovo tratto di cammino.

lunedì 24 settembre 2012

Ieri sera alla Lavanderia

La prima presentazione ufficiale di "Jack il delfino e altre storie di mare" è andata. Anche bene, direi. La cornice era delle migliori, la Lavanderia - Ricircolo di cervelli è un locale che da due anni, a Rimini, dispensa musica, cultura, mostre, insieme a un ottimo ambiente e a cibo di qualità.
Ho superato da un pezzo l'emozione di parlare davanti a un pubblico, ma ieri sapevo che molti amici sarebbero venuti a sentirmi, e dunque non era esattamente una serata come le altre.
Roberto Venturini, giornalista che da anni si occupa di mare, mi ha presentato in modo talmente lusinghiero da mettermi in imbarazzo, e poi la conferenza è andata via liscia. Le storie funzionano, ormai lo so, e pare che piaccia molto come le racconto.
Ho dato molto spazio alla vicenda di Keiko, che per me rappresenta l'emblema del messaggio che il libro vuole portare. L'eccesso di "amore" verso un singolo animale, la deriva sentimentale del raziocinio che non vede l'assurdo di spendere 10 anni e 20 milioni di dollari per riportare in mare un pessimo candidato al ritorno in mare. E lo dico con tutto il bene che voglio a una delle orche più sfortunate del mondo.
Alla fine, tanti complimenti, pacche sulle spalle e tante dediche da scrivere. Grazie a tutti quelli che c'erano.

Oggi, il mio amico Fabio Fiori mi regala invece una pagina intera sul quotidiano Corriere Romagna. Una pagina dedicata al libro, senza parole di circostanza, ma un'analisi del mio lavoro, con i suoi pro e i contro. Io e Fabio la pensiamo diversamente su alcune questioni non secondarie, tipo il rapporto uomo-altri animali, e forse anche sul ruolo (o il posto?) dell'uomo rispetto al, diciamo così, creato. Prima o poi dovremo approfondire la questione, magari dandole un contesto diverso: un evento, un convegno, una giornata di chiacchiere e riflessioni. Vedremo.

Domani sera si replica. Se siete a Rimini ci vediamo alle ore 20,45, al Circolo Velico Riminese, in via Destra del Porto 147. 

mercoledì 12 settembre 2012

Presentazioni Jack il delfino

Fra qualche giorno, a Rimini, terrò le prime due presentazioni del nuovo libro. Se siete in zona avrei molto piacere di vedervi.

Il 23 settembre, alle ore 18,00, sarò alla "Lavanderia - Ricircolo di cervelli", in via Cavalieri 16

Il 25 settembre, alle ore 21,00, sarò al Circolo Velico Riminese, in via Destra del Porto 147

Se siete su Facebook, qui ci sono i due eventi:
https://www.facebook.com/events/439007266142583/
https://www.facebook.com/events/355884127833876/

L’EMOZIONANTE LEGAME TRA UOMINI E CETACEI
Leggenda della marineria da oltre un secolo, “timoniere” e “navigatore” espertissimo, il delfino Pelorus Jack fra otto e novecento guidava le navi nel pericoloso French Pass, lungo la frastagliata costa della Nuova Zelanda.
Parleremo di lui ma anche di Free Willy, del delfino Filippo, del "nostro" Andrea, della cucciola di balena J.J.
Storie vere in cui delfini, balene e orche diventano i protagonisti di vicende esaltanti e commoventi, che ci raccontano lo speciale, misterioso rapporto fra esseri umani e cetacei.

Vi aspetto!



lunedì 10 settembre 2012

SMS

- "Ciao. Ti farà piacere sapere che sabato alla libreria Mondadori di Cesenatico ho acquistato l'ultima copia che avevano, il libro è andato a ruba! Congratulazioni e di nuovo grazie."

- "Alla Libreria di Alice di Misano il libro è già finito!!!!!yeah!"

Ovviamente si parla di "Jack il delfino". A presto le prime presentazioni.

venerdì 7 settembre 2012

Il viaggio di Jack il delfino

Ok, il libro nuovo, "Jack il delfino e altre storie di mare", è uscito. Persino in anticipo rispetto a quanto annunciato dalla casa editrice. Già vedo gli effetti di avere lavorato con un grande editore. Il libro si trova facilmente praticamente ovunque, ed è un sollievo. 
A me il corriere ha consegnato oggi le mie copie, ed è dunque la prima volta che lo tengo in mano, lo peso, lo annuso, lo sfoglio. Un bella sensazione, non lo nascondo.
Questo è il momento che preferisco. E' un po' come sedersi e dire, ok, il mio lavoro l'ho fatto, ora il libro vive di vita sua. Qualcuno lo leggerà, qualcuno lo regalerà, qualche copia resterà a prendere polvere in libreria, qualcuna passerà di mano in mano.
Io la mia barchetta l'ho appoggiata sull'acqua, con tutto l'affetto che ho potuto metterci dentro, adesso che segua la corrente e arrivi dove deve arrivare.

Adesso finalmente, è una mia scaramanzia, posso buttare il paccone di carte, documenti, appunti che ho raccolto durante la stesura (i libri no ovviamente, quelli li tengo). Adesso finalmente posso spostare la cartella con i file del libro da "lavori in corso" a "LAVORI FATTI" (i lavori fatti sono in maiuscolo, sì). Adesso posso fare un po' di spazio nelle mie carte e anche nella mia testa, dove un'idea per un nuovo libro ronza già da qualche settimana. Se si svilupperà è presto per dirlo.

Un grazie di cuore a tutti quelli che mi stanno scrivendo per congratularsi, e un abbraccio forte a quelli che, sulla fiducia, intraprenderanno il viaggio della lettura. Spero vi divertiate.


P.S.: Sto organizzando le prime presentazioni in pubblico, e ve le comunicherò appena avrò le date certe. 


venerdì 31 agosto 2012

Arriva Jack!


ed. De Vecchi
pp. 256, € 11,90

in libreria


C'è un legame particolare fra gli uomini e i cetacei. Almeno nel mondo occidentale, balene e delfini suscitano negli esseri umani un interesse, una simpatia, una corrente di emozioni che li porta addirittura ad attribuire, a questi esseri acquatici, caratteristiche volta per volta magiche, superiori, aliene.

Nel libro, questo rapporto fra esseri umani e cetacei è raccontato attraverso 11 storie realmente accadute, diverse tra loro, ma con il denominatore comune di avere sempre due protagonisti: da una parte un mammifero marino – un delfino, un'orca, una balena - e dall'altra parte degli uomini.
Si va dal leggendario Pelorus Jack, che per 25 anni ha "scortato" i traghetti attraverso il pericoloso French Pass, in Nuova Zelanda, al delfino Filippo, che ha vissuto per alcuni anni nel porto di Manfredonia, dove è poi morto, ucciso da una bomba per la pesca illegale.
C'è la storia del cucciolo di balena grigia J.J., recuperata morente sulle coste della California, nutrita e curata per un anno intero dallo staff del San Diego Seaworld e poi restituita con successo al mare.
Poi i tentativi di salvataggio di due piccole orche, Luna e Springer, entrambe rimaste sole e sperdute nelle acque della British Columbia: due storie parallele, ma dal finale drammaticamente diverso.
E ancora, le tre balene intrappolate nel ghiaccio al limite del Polo Nord, un evento di per sé naturale, che scatena una vera e propria ondata di emozioni che percorre il mondo, e lo lascia per settimane incollato alle tv a seguire la vicenda, mentre milioni di dollari vengono impiegati nel tentativo incredibile di restituire la libertà ai tre giganti.
E come dimenticare la lunga saga dell'orca Keiko, che tutti conoscono meglio come la protagonista del film “Free Willy”? Dalla cattura in mare e dalla prigionia in una piccola vasca, alla fama dovuta al film, fino al tentativo di riscatto finale cercando di restituirle un'impossibile libertà. La cronaca di un'impresa durata anni. Una saga dai risvolti incredibili, a tratti un vero e proprio delirio collettivo attorno a un animale diventato un simbolo.

Queste ed altre storie ancora raccontano di come gli esseri umani si lascino ammaliare e poi coinvolgere profondamente quando si tratta di salvare o anche solo interagire con un delfino o una balena. Animali totemici che colpiscono l'immaginario collettivo e spesso mettono a nudo anche i nostri sensi di colpa verso queste creature e il loro ambiente naturale, stimolando la conseguente voglia di riscatto.


mercoledì 29 agosto 2012

L'ultima follia sui delfini "guaritori"

Il Delfnes Hotel & Casino è un lussuoso albergo a 5 stelle, che si trova a San Isidro, in Perù. Il nome non è casuale perché l'attrazione principale dell'albergo è la piscina interna con dentro due delfini. I bar e i ristoranti dell'hotel sono proprio sistemati attorno alla piscina dei delfini, per godere della vista dei due (poveri) animali.
Se vi pare una cosa folle è perché non sapete il resto.
Avete presente la Dolphin Assisted Teraphy, cioè una versione della Pet Teraphy, in cui gli animali "pet" che vi partecipano, sono delfini? E', ed è sempre stata, una pratica molto controversa. 
Ci sono centinaia di posti nel mondo dove la si pratica, posti che vengono raggiunti da folle di persone mosse dalla speranza e dalla disperazione. Autismo, sindrome di Down, epilessia, disturbi dell'apprendimento, persino l'AIDS, sono tutte patologie che dovrebbero trarre beneficio dai clicks e dai suoni ad alta frequenza emessi dai delfini.
Non sono mai stati documentati scientificamente gli effetti di questa terapia (qui un articolo della neuroscienziata Lori Marino), e spesso i benefici del contatto in acqua con i delfini sono stati invece attribuiti ad altri fattori come l'effetto placebo, le forti aspettative, il muoversi in acqua, i viaggi in belle località, e il fare comunque nuove esperienze.
Questi viaggi della speranza alimentano un mercato enorme: come già detto i  programmi Swim-with-dolphins sono ormai un po' in tutto il mondo. Attività che sottopongono a una dura prova i delfini, costretti al contatto con la gente in acqua anche per molte ore al giorno, e che mettono altresì in pericolo le persone. Nuotare con un animale forte e potente, e pesante 300 kg, come un tursiope adulto, non dovrebbe essere assolutamente preso così alla leggera.

Ma torniamo al Delfines. Che in questi giorni infatti, propone una sorprendente novità. Donne gravide sottopongono il loro pancione alla "cura" del delfini i quali, comunicando con i feti tramite i loro suoni, li renderebbero più intelligenti. Oh, sono riuscito a scriverlo senza ridere!
Questa idiozia, ehm, interessante iniziativa, viene proposta da un'associazione che si chiama "Mind Body & Soul" e leggerne la presentazione è come fare un viaggio nel mondo dell'assurdo. A un certo punto scrivono proprio così "La delfino terapia si dice [si dice? Chi lo dice? n.d.r.] stimoli la crescita mentale del feto." Io, guardando il video in quella pagina, mi preoccuperei invece della salute mentale di Wayra e Yaku, i due delfini costretti a emettere suoni contro pancioni su pancioni.

Vorrei parlarvi anche dei parti in acqua con i delfini. Di quanto sia folle e pericoloso lasciare, anche per pochi attimi, un neonato davanti a un animale che, magari quell'unica volta su mille, potrebbe anche reagire in maniera inaspettata. Ma per oggi è già troppo, leggete questa pagina e guardatevi il video.


giovedì 23 agosto 2012

La grande rete distruttrice

"Immaginate cosa direbbe la gente se una banda di cacciatori tendesse una rete lunga un chilometro e mezzo tra due enormi fuoristrada e la trascinasse a tutta velocità attraverso le pianure dell'Africa. Questo bizzarro marchingegno, simile a quelli che si vedono nel film di Mad Max, raccoglierebbe tutto ciò che trova sulla sua strada: predatori, come leoni e ghepardi; erbivori goffi e pesanti in via d'estinzione, come rinoceronti ed elefanti; mandrie di impala e di gnu e intere famiglie di facoceri. Le femmine gravide verrebbero catturate e trascinate lungo il tragitto; solo i cuccioli più piccoli riuscirebbero a sgusciare attraverso le magle della rete.
Provate a immaginare com'è costruita le rete: all'imboccatura c'è un enorme rullo di metallo, mentre una catena fa a pezzi e spiana gli ostacoli, stanando gli animali e spingendoli verso le maglie che si avvicinano. Un'enorme barra di ferro trascinata attraverso la savana strappa tutto ciò che affiora dal terreno, sradica ogni albero, cespuglio, pianta fiorita, costringendo stormi di uccelli ad alzarsi in volo. La rete mostruosa lascia dietro di sè un paesaggio devastato che assomiglia a un campo rivoltato dall'erpice.
Alla fine della corsa questi cacciatori raccoglitori dell'era industriale si fermano a esaminare l'intrico caotico di creature morte o agonizzanti alle loro spalle. Per almeno un terzo degli animali che hanno catturato non c'è mercato perchè la loro carne non è molto buona da mangiare o perchè semplicemente sono troppo piccoli o troppo spiaccicati. La pila di carcasse viene scaricata nella pianura per essere consumata dalla putrefazione.
Questo modo efficiente ma indiscriminato di uccidere animali è conosciuto con il nome di pesca a strascico."

Questo è l'inizio, volutamente eccessivo ma sicuramente efficace, del libro "Allarme pesce", di Charles Clover (ed. Ponte alle Grazie, 2005). Non tutti i pescherecci hanno reti così grandi, ma molti le hanno anche più grandi. Alcuni, mostruosi, hanno reti che posso contenere fino a 13 Jumbo Jet...
Spesso, anzi quasi sempre, ci dimentichiamo, o non ci accorgiamo di alcune cose, anche enormemente ampie e diffuse, solo perché non avvengono sotto ai nostri occhi, o alla luce del sole.
Oggi mi andava di ricordarvelo.

venerdì 17 agosto 2012

Edna torna in mare

Edna, un delfino trovato spiaggiato il 6 giugno scorso, e recuperato dal Mote Marine Laboratory di Sarasota, in Florida, è tornato in mare tre giorni fa, il 14 agosto.
Al momento dello spiaggiamento, Edna, una giovane femmina di tursiope, era in condizioni critiche. Soffriva di polmonite e di diverse altri problemi concomitanti. Pesava appena 75 kg.
Due mesi abbondanti di cure sono stati sufficienti per riportarla in salute (al rilascio pesava 110 kg), così martedì scorso è stata riportata in mare. Ora si spera possa reintegrarsi in un qualche gruppo di suoi conspecifici.
Verrà comunque monitorata, grazie ad trasmettitore satellitare applicatole alla pinna dorsale. Potete seguire anche voi i suoi spostamenti, cliccando qui.


Buona fortuna, Edna!