venerdì 31 dicembre 2010

Lavorare con i delfini

Volontari per foto-identificazione tursiopi, in Francia
Al GECC (Groupe d’Etude des Cétacés du Cotentin – Cetacean study team of the Cotentin) cercano diversi volontari per un progetto di foto-identificazione sui tursiopi (lavoro di ufficio e sul campo), da aprile 2011 a novembre 2011. Qui i dettagli.

Internship a Outer Banks, North Carolina, USA
The Outer Banks Center for Dolphin Research (OBXCDR)/Nags Head Dolphin Watch ha due posti liberi per una internship per l'estate del 2011 (dal 15 maggio al 30 di settembre)
Anche questo è un progetto di ricerca sulla foto-identificazione dei tursiopi. Qui i dettagli.

Un ecologo con PhD al National Marine Fisheries Service
L'NMFS, Southeast Fisheries Science Center Marine Mammal Program sta cercando un ecologo con dottorato di ricerca (PhD) per lavorare su un progetto di ricerca sui mammiferi marini. Qui i dettagli.

martedì 21 dicembre 2010

A Natale di cinque anni fa...

Stanno per iniziare le vacanze di Natale. Per me sempre queste sono rimaste: le vacanze di Natale. Come quando andavo a scuola. Fin da quando ho un lavoro, ho sempre preso due o tre settimane di ferie, a Natale. I giorni feriali che stanno fra una festa e l'altra, in questo periodo, per me non esistono, non sono feriali, sono feste anche quelle. Sono i giorni della ricarica dopo un anno di lavoro e routine, sono i giorni della creatività, nel senso che ho il tempo di fare cose non meramente utili, ma anche solo "belle da fare". Magari disegno, sono abbastanza bravo, ma non ho mai il tempo...
E poi leggo, studio e magari sperimento cose nuove.

Nelle vacanze di Natale di 5 anni fa, è nato questo blog. Il primo post è del 29 dicembre 2005.

Cinque anni non sono pochi. Per esempio allora avevo due figlie e tutta la convinzione del mondo che due sarebbe rimaste. Invece è arrivato il piccolo Tommaso.
Mia mamma era ancora viva, e oggi non c'è più.
"Il mare che non ti aspetti" era nei miei pensieri, e in piccoli pezzi nel mio pc, oggi è un libro.

Sì, il tempo è passato, eppure la voglia di tenere vivo questo spazio non mi è quasi mai mancata. A volte, solo a volte, fare le ricerche o anche solo prendere il tempo per scrivere un post mi sembra una fatica invece che un piacere. Ma insomma, quando clicco il pulsante "pubblica post", anche dopo 290 post, è sempre una piccola soddisfazione. Come una barchetta con sopra un messaggio, un biglietto, un regalino, che spingo via dalla riva e vedo dove va a finire. Dall'altra parte ci siete voi che la raccogliete e date un'occhiata a cosa ha portato. E siete ancora lì, dopo cinque anni. Grazie.

Fatevi un regalo in queste feste, date un bacio a una persona che da voi non se lo aspetta più.

Auguri di cuore a tutti voi, buone feste, buon riposo.

sabato 18 dicembre 2010

Insidiose reti

Il 7 novembre ho scritto questo post sul problema della plastica e dei rifiuti in mare. Due giorni dopo ho ricevuto una mail, che pubblico qui integralmente. Mi scuso con l'autore della mail per avere lasciato la sua mail così a lungo "in attesa". Non sempre quello che vorrei fare coincide con quello che ho il tempo di fare.

"Gentile Dott. Marco Affronte,
abito a Senigallia in provincia di Ancona; sono solito leggere il suo blog, e proprio oggi ho visto che riportava la notizia relativa alla massiccia presenza di rifiuti di ogni genere in mare.
Premetto che sono un assiduo frequentatore del litorale senigalliese sia in inverno che in estate e negli ultimi anni ho avuto modo di constatare la presenza continua di reti in plastica, di forma cilindrica, di lunghezza variabile da alcuni decimetri sino anche a più di 3 metri di colore bianco. Ad occhio le assicuro che costituiscono per lo meno la metà di tutto il rifiuto che il mare ci riconsegna, senza prendere in considerazione rami, tronchi o quant'altro di origine organica. Incuriosito ho deciso di svolgere una piccola indagine personale riuscendo a risalire alla tipologia di attività che produce questo rifiuto: gli allevamenti di cozze. Tali reti, in gergo dette calze, vengono usate per contenere i mitili durante il loro accrescimento in acqua. Ho già segnalato la cosa al locale ufficio marittimo e mi hanno detto che provengono da nord, perciò ho deciso di scriverle per sapere se nella vostra zona avete mai avuto segnalazioni o avete mai riscontrato tale fenomeno. Ne ho verificato la presenza, oltre che su tutto il litorale Nord e Sud di Senigallia, anche a Marotta , tra Marotta e Torrette di Fano ed infine un mio parente me ne ha confermato la presenza anche sulla spiaggia di Falconara Marittima. Ritengo che il fenomeno sia particolarmente dannoso per la fauna marittima dato che possono essere facilmente ingoiate. In allegato alcune foto, così che si possa fare un'idea di come son fatte.

P.S.: le 3 buste le ho raccolte a metà settembre in un'ora su 300 m di spiaggia a Senigallia. In quei giorni il mare ne ha depositate un gran quantitativo, molto sopra alla media."

Ammetto di non conoscere il problema, O meglio, non so se davvero esiste un "problema reti di allevamento cozze". Sto facendo qualche ricerca, ma se intanto qualcuno sa qualcosa di più, i commenti sono benvenuti.

venerdì 10 dicembre 2010

Squali in Egitto, allarmismi in Italia

Ho seguito, con non troppa attenzione, la vicenda dei ripetuti attacchi di squalo a Sharm el-Sheikh, culminati poi nella morte di una turista tedesca, domenica scorsa. Lunedì mi ha cercato con insistenza la radio Svizzera per un'intervista sull'accaduto ma stavo facendo una lezione sulle tartarughe marine all'Università di Ferrara e così il contatto non c'è stato. La sera poi sono andato leggermi cos'era successo. Un resoconto lo trovate qui.

Nei giorni seguenti ho seguito lo scambio di messaggi sulla lista Elasmo-L, dove si parlava anche della spedizione di un gruppo di scienziati per valutare l'accaduto. In effetti la situazione è particolare, perchè prima dell'attacco fatale c'erano stati altri attacchi, questa volta non mortali, nei giorni immediatamente precedenti.

Le autorità locali avevano vietato la balneazione, per poi riaprirla sabato. Domenica, la morte della signora tedesca. A quanto pare, il responsabile dei primi attacchi pare essere un mako (quello nella foto), mentre quello mortale è stato causato da un longimano, non a caso considerato uno dei più pericolosi.

Non so, se avessi fatto l'intervista alla radio, cosa avrei potuto dire. Le solite cose, immagino: impossibile stabilire le cause di questi eventi ripetuti e ravvicinati. Inutile la caccia allo squalo che si è scatenata in Egitto, l'eventualità di un attacco di squalo verso una persona resta davvero remota, i veri predatori siamo noi, ecc. ecc

Dopo qualche giorno poi mi trovo a leggere questo articolo. Rimango sconcertato dalla faccia tosta di questi signori che “cavalcano la notizia” per i loro interessi. In questo momento immagino siano a Sharm, dove nessuno però ha richiesto il loro intervento...

Nell'articolo ci sono alcuni passaggi che sarebbero ridicoli se non fossero invece chiaramente in malafede. Dicono che vanno laggiù perchè è “Un modo per studiare il fenomeno prima che si verifichi nel Mediterraneo e, peggio ancora, fino al nostro Adriatico e magari a ridosso delle nostre spiagge.” Come può quello che è successo a Sharm essere d'aiuto a prevenire un problema che nemmeno esiste? Cosa c'entra l'Adriatico?
E poi ancora: “Mi chiedo cosa stia facendo il Governo italiano a riguardo, visto che negli ultimi due anni sono entrate nel Mediterraneo molte specie di acque tropicali; spero che non si debba aspettare in Italia quello che sta succedendo in Mar Rosso.“ Io spero che il governo italiano abbia altro a cui pensare. E cosa dovrebbe mai fare? Una bella battuta di caccia allo squalo? Prevenire è meglio che curare?

Quello che è successo a Sharm va studiato perchè è un evento fuori dal comune (non l'attacco in sé, ma il ripetersi degli attacchi), per evitare altre fatalità, e magari evitare una sconsiderata caccia a qualunque squalo. Tutto qui. Per il resto, gli squali hanno già abbastanza problemi di conservazione, perchè dementi allarmismi debbano aggravarne la situazione.

lunedì 29 novembre 2010

L'Europa e gli squali

Il difficile percorso per eliminare la piaga del finning, che fa strage di squali, nelle acque europee.

Il regolamento europeo vieta la pratica del finning, cioè di tagliare le pinne agli squali, per poi venderle a mercato orientale, per la tradizionale zuppa di pinne di pescecane. Ma una deroga concede agli stati membri di rilasciare ai pescatori l'autorizzazione a "lavorare" gli squali pescati, e dunque a tagliare le pinne a bordo del peschereccio. Germania, Regno Unito e altri paesi hanno via via bloccato la concessione di tali autorizzazioni, attualmente concesse solo in Spagna e Portogallo. Questi permessi rendevano, di fatto, praticabile il finning. Perchè? Perchè se io pescatore posso arrivare in porto con pinne di squalo da una parte e corpi dall'altra, posso avere diciamo 10 carcasse di squalo, ma pinne provenienti da 25 squali. vuol dire che almeno 15 squali sono stati pescati appositamente per le pinne, dunque ho praticato il finning.

Nel 2003 per cercare di ovviare al problema, i responsabili della pesca dell'Unione Europea adottarono un rapporto che doveva "legare" le pinne che un pescatore aveva in barca, con le carcasse di squalo. Dunque un imposto che il peso delle pinne in barca non doveva superare il 5% del peso degli squali a bordo. Questo rapporto per la verità è alto e dunque molto permissivo rispetto a quanto adottato da altri paesi, e al rapporto reale peso pinne/peso squalo intero. Ne ho già parlato qua.

Le barche europee hanno inoltre un'altra scappatoia: possono sbarcare corpi e pinne in porti diversi, il che crea ulteriori confusione.

Nel febbraio 2009, la Commissione Europea, con la pubblicazione del Piano di Azione per gli Squali, si impegna pubblicamente a rafforzare il divieto di finning.

Due mesi dopo, nelle Conclusioni ufficiali sul Piano d'Azione, il Consiglio Europeo dei Ministri della Pesca richiede di emendare (cioè modificare) il divieto di finning come prioritario.

A quasi due anni di distanza, il 15 novembre scorso, la Commissione Europea presenta un documento di consultazione pubblica, che si può leggere qui, aperto dunque ai commenti di tutti i cittadini, che chiede la modifica del regolamento sul finning, introducendo la norma che gli squali devono essere sbarcati con "le pinne naturalmente attaccate".
Questa politica non solo avrebbe come risultato un’applicazione più incisiva del Regolamento, ma permetterebbe anche la raccolta di informazioni sulle specie e sulle quantità di squali sbarcati, fondamentale per stimare e gestirne le popolazioni.

sabato 27 novembre 2010

Storie di Mare via email

Ho aggiunto al blog un nuovo servizio che spero sia utile. Se guardate nella colonna di fianco, proprio sotto a "Chi sono" trovate il titolo "AGGIORNAMENTI VIA EMAIL". Potete iscrivervi per ricevere una mail ogni volta che c'è un nuovo post.
E' facilissimo:
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- controllate la posta elettronica, troverete un messaggio da FeedBurner Email Subscription, dentro c'è un link, cliccatelo e avete finito.

lunedì 22 novembre 2010

Difficili riflessioni, difficili decisioni

Oggi vorrei approfittare di Elena, una amica conosciuta su Goodreads.com, per rispondere a due domande che, in forme diverse, ma uguali nella sostanza, spesso mi vengono poste.
Elena ha letto "Il mare che non ti aspetti" e mi scrive "Marco, sulla vicenda di Mary G... quando ti chiedi se vale la pena di affrontare tutte le spese e gli sforzi per salvarla, solo per avere un delfino in piu' nel mare... ti giro la domanda: saresti riuscito a guardarla morire?".
Io le ho risposto che questa domanda merita una lunga e ponderata risposta, e lei allora aggiunge: "immagino.... anche perche' continuando a leggere il libro mi sembra di percepire una sorta di tensione interna tra il biologo, piu' scientifico e distaccato che dice che raramente si affeziona agli animali, e l'animalista che pero' nell'ultima pagina dice di non essere animalista ma dimostra di amare gli animali (credo, altrimenti come faresti a fare un lavoro cosi'???!!!)"

Dunque la prima domanda, brutale, è: sarei riuscito a guardare morire Mary G? La risposta è che, no, allora, in quel momento, non ci sarei riuscito. E' cambiato qualcosa da allora? Sì. E molto è cambiato proprio a causa di Mary G.
Ho già scritto diverse volte che la vicenda di Mary G. ha cambiato il mio modo di vedere alcune cose, e ha dato inizio a profondi ripensamenti che poi si sono portati dietro altri effetti collaterali (esempi recenti: la mia svolta decisa verso il pensiero contro la cattività, come qui e qui, e le mie letture recenti sulla bioetica animale). Ne "Il mare che non ti aspetti", che è stato scritto a cavallo fra il 2005 e il 2006, si leggono le prime avvisaglie di queste riflessioni. Ma altri anni sono passati e le mie riflessioni sono continuate.

Recentemente sono stato membro di un tavolo tecnico (ne ho parlato qui) nato per volontà del Ministero dell'Ambiente e che ha il compito di redigere le linee guida per gli interventi sui Cetacei spiaggiati vivi. Il gruppo è composto da una decina di persone e consta di un biologo, un naturalista (io), una esperta di bioetica e diversi veterinari (quasi tutti afferenti ai parchi e dunque legati alla cattività). Bene, il punto che ha causato le discussioni più accese e feroci è stato proprio sollevato da me, e deriva dall'esperienza di Mary. In pratica ho affermato che per quanto mi riguarda non avrei voluto mai più un'altra Mary G. Nel caso cioè di un delfino che può essere salvato ma che sarebbe comunque destinato alla cattività, cioè un piccolo non svezzato o un animale con gravi mutilazioni, andrebbe secondo me praticata l'eutanasia. E' durissima pensare di sopprimere un cucciolo che invece si potrebbe salvare, ma se non lasciarlo morire significa condannarlo a una vita in cattività, io credo si debba decidere per la soppressione.
Voglio essere molto chiaro: stiamo parlando di un animale che sarebbe morto senza l'intervento dell'uomo, ma che noi decidiamo di fare sopravvivere, destinandolo a una vita di una qualità decisamente inferiore a quella naturale, selvatica.Non lo trovo accettabile (anche perché molte altre considerazioni gravano attorno a questa decisione, come ad esempio il valore dal punto di vista della conservazione, di un animale spiaggiato, e molto altro). Quindi, sì, oggi come oggi, io... guarderei Mary morire. O meglio, l'aiuterei a farlo.

Il secondo punto è più facile. Innanzitutto non mi sono mai definito animalista (ma oggi, forse, chissà...) perchè ho sempre dato al termine un'accezione negativa, intendendo con questo nome un fanatico, uno disposto a tutto per la difesa degli animali (o di un singolo animale, concetto che per me ha una valenza molto diversa). Detto questo, è vero, non mi affeziono mai al singolo animale, non ci riesco proprio, salvo rare eccezioni: il gatto di casa, la tartaruga Sole...
Non credo sia solo questione di "biologo, scientifico e distaccato", ma anche e soprattutto di un affetto e di un profondo amore per gli animali, ma che si esprime su un altro livello. Come ho già scritto: ho per loro un profondo rispetto, rispetto la loro natura, il loro essere, la loro dignità. Non sono pet, sono solo altri abitanti del nostro stesso pianeta. Come noi, al pari di noi.

martedì 16 novembre 2010

Come va l'Adriatico? Non c'è male, grazie.

Venerdì scorso sono stato alla annuale conferenza stampa della struttura oceanografica Daphne II. Il tema è come ogni anno, lo stato delle acque marine costiere dell'Emilia-Romagna. La Daphne è una nave oceanografica, con un Centro Ricerche Marine alle spalle, che si occupa principalmente di monitoraggio delle acque. Sul sito dedicato potete vedere tutte le attività che svolge, e anche i bollettini aggiornati, settimana per settimana. Da questo punto di vista direi che questa Regione è primatista, per il numero e la regolarità dei controlli effettuati ,(41 stazioni di monitoraggio distribuite dal delta del Po a Cattolica e da costa a 10 Km al largo ) e anche per lo "storico" ormai raccolto, visto che il monitoraggio è iniziato dal 1977.

Tornando alla conferenza stampa, e allo stato del mare, il relatore, Attilio Rinaldi direttore della struttura, fa subito notare nelle premesse come le condizioni del nostro Adriatico, e maggior ragione della parte nord occidentale, siano legate agli “umori” del Po. La qualità e la quantità delle acque dolci del grande fiume, hanno ripercussioni a diversi livelli su quello che succede in mare, e in particolare davanti alle coste dell'Emilia-Romagna. Le acque dolci, più leggere di quelle salate, “pattinano” su queste ultime, scivolando verso sud anche a diversi chilometri di distanza.

E quest'anno il Po ha portato 1768 metri cubi d'acqua al secondo, molto di più della media annuale, di 1490 metri cubi, calcolata sul periodo 1917-2009. Queste acque dolci, soprattutto il picco di fine primavera, ha portato a stratificazione delle acque in estate e oltre, con carenza di ossigeno sul fondo. Ecco che i pescatori si lamentano dell'assenza delle triglie: i pesci di fondo, non trovando più molto cibo, morto per la carenza di ossigeno, si spostano da altre parti (nelle Marche e in Abruzzo, le triglie c'erano).

Rinaldi ha anche citati i bruschi cali di temperatura di inizio anno, che hanno causato la “famosa” moria delle alacce, e lo spiaggiamento, nei primi giorni di marzo di ben 11 tartarughe, recuperate e ricoverate da noi di Fondazione Cetacea.

Altro fenomeno rilevante, la moria delle telline (Lentidium mediterraneum) a maggio e giugno sulle spiagge riminesi, le quali morendo e andando subito in decomposizione sulla spiaggia, hanno causato tanti fastidi ai turisti che si lamentavano del cattivo odore. Eh sì, a noi piace la natura... liofilizzata: inodore, pulita, asettica. Tra l'altro, proprio a causa di questi disagi, le conchiglie morte venivano rimosse dalla spiaggia, con i camion, e Rinaldi faceva notare come la sabbia delle nostre spiagge sia costituita anche da conchiglie triturate, e dunque come sia importante invece non portare via le conchiglie.

Tutto sommato comunque un quadro generale non troppo negativo, anche se la Daphne si occupa di aspetti particolari, importanti certo, ma che non toccano la situazione che dipende da altri tipi di problemi: la pesca eccessiva, il traffico navale, certi inquinanti. Prima di dire che in Adriatico va tutto bene, ce ne vuole; e in effetti nessuno lo ha detto.

mercoledì 10 novembre 2010

Rinfrescata

Ho dato una rinfrescatina al blog. Volevo che i post avessero più spazio, più respiro. Fatemi sapere se vi piace.

domenica 7 novembre 2010

Discarica a mare

Immagino che abbiate visto tutti il servizio di Report sui capodogli spiaggiati in Puglia, nel dicembre scorso (beh se non l'avete fatto, basta che andate al post precedente). Il servizio è molto preciso e puntuale, secondo lo stile di Report, e grazie anche alla competenza e la preparazione degli intervistati Sandro Mazzariol (UniPadova) e Gianni Pavan (UniPavia/CIBRA), che conosco entrambi molto bene.
In quelle immagini, al di là delle ipotesi sulle morti dei capodogli e della possibile connessione con le prospezioni geologiche, che conoscevo già, mi ha colpito molto la sequenza in cui vengono mostrati i contenuti stomacali delle povere bestie. Un campionario impressionante di schifezze: borse, buste di plastica, scatole, cavi d'acciaio...

Sconvolgente, anche se risaputo, quanto l'incuria dell'uomo abbia infestato il mare. L'idea di un fondale marino punteggiato di plastica, cassette, lavatrici, copertoni, bottiglie e altro ciarpame è quanto di più triste e disturbante. E' come un'opera d'arte sporcata di inchiostro dalla mano ignorante di un vandalo.

Il problema dei rifiuti in mare è planetario e l'Adriatico non solo non è da meno, ma anzi ne risente come e più di altri mari. Cosi "piccolo" e circondato da terre sovraffollate di gente, è un collettore naturale di robaccia artificiale.
Recentissimo è questo articolo, in cui ricercatori croati hanno esaminato il contenuto stomacale di 54 Tartarughe comuni (Caretta caretta) e in più di un terzo di esse (35.2%) hanno trovato plastica.

Stime delle Nazioni Unite parlano di 18.000 pezzi di plastica per ogni chilometro quadrato di mare, per un totale che supera i 100 milioni di tonnellate. Si è anche parlato molto della presenza nel Pacifico di una isola di plastica e rifiuti galleggianti, formata e tenuta insieme dalle correnti, grande quanto due volte lo stato del Texas.

Se anche questi materiali non fossero pericolosi per le creature marine, e invece lo sono eccome, ma quale triste e schifoso scempio stiamo facendo del nostro pianeta? In un mondo che sta appena appena iniziando a capire che il problema non è più come eliminare i rifiuti, ma come non produrne affatto (ed è possibile), prima o poi ci sarà qualcuno (i nostri figli? i nostri nipoti?) che dovrà ancora raccogliere l'immondizia che generazioni troppo poco lungimiranti hanno lasciato.

domenica 31 ottobre 2010

Intervista

Vi giro un'intervista che ho rilasciato per la rivista on-line "Il calabrone". Per leggerla cliccate sull'immagine.


mercoledì 27 ottobre 2010

Gli atti del convegno su tartarughe e biodiversità

Il 25 giugno scorso ho partecipato, con due relazioni, al Convegno "Biodiversità marina. Adriatico: un mare di tartarughe". Gli atti di quel convegno sono in stampa, ma la versione on-line potete scaricarla qui, o sfogliarla qui sotto:

venerdì 22 ottobre 2010

750 bimbi e una tartaruga

Un'altra grande festa, il ritorno in mare della tartaruga Atlante

Grande mattinata ieri. Sulla spiaggia di San Benedetto si è svolto l'ultimo rilascio dell'anno, di una tartaruga curata nel nostro centro. Atlante, una femmina di circa 50 kg ha ripreso il mare nel tripudio e nella festosa confusione di oltre 750 bambini delle scuole della città.
La giornata era splendida, più primaverile che di fine ottobre. La faticosa ma riuscita organizzazione dell'evento, portata avanti da Emanuele Troli e dall'associazione Blu Marine ha dato i suoi ottimi risultati. Ben 42 classi erano presenti.

Io e Valeria ci siamo trovati alle 7 per prelevare Atlante dalla sua vasca (con il prezioso aiuto di un volontariato costretto alla levataccia... grazie Davide!). Tirare fuori da una vasca di 15.000 litri una tartaruga da 50 kg non è uno scherzo e in effetti abbiamo dovuto battagliare un bel po'. E ne porto i segni sulle mani...

Siamo arrivati a San Benedetto alle 9,30. Sulla spiaggia Emanuele aveva scavato una grande buca di due metri di lato, con un telone impermeabile a fare da fondo. Abbiamo messo Atlante lì dentro perchè tutti i bambini, seguendo un percorso, potessero vederla.
Aveva sul dorso anche lei, come Sole, un trasmettitore satellitare (donato dalla Blu Marine). Mentre le volontarie dell'Associazione Benessere Animale (fondata dal nostro veterinario Giordano Nardini) vendevano magliette e spillette, i volontari della Protezione Civile, della Riserva Naturale della Sentina, della Blu Marine e di Fondazione Cetacea gestivano il flusso dei bimbi entusiasti.
Poi tutti seduti per la "lezioncina" di Valeria (con l'ausilio di un megafono).

Infine il momento è giunto. Abbiamo formato un lungo corridoio con la gente ai due lati e in mezzo l'indiscussa protagonista.
L'abbiamo poggiata sulla sabbia a una decina di metri dall'acqua, in modo che tutti potessero vederla. Atlante non si è fatta pregare, con potenti colpi di "pinne" si è spinta velocemente fino all'acqua. Poi lì è tornata padrona del suo mezzo, delle sue forze, della sua voglia di andarsene. E' partita velocissima fra gli applausi e i saluti dei bimbi.
Ieri alle 14, circa tre ore dopo il rilascio, ecco il primo segnale del satellite: Atlante era già oltre 15 km al largo. Un siluro. Vai Atlante, e se incontri Sole (che al momento si sta dirigendo verso la Croazia) salutamela tanto.



lunedì 11 ottobre 2010

Cosa fai, Sole?

Ora si può seguire on-line il viaggio della tartaruga rilasciata il 26 settembre.

Sono passate due settimane dall'ultimo post. Mi scuso per la lunga assenza dovuta a molti impegni e forse anche all'ubriacatura della liberazione di Sole.
E ancora di lei voglio parlare.
Ne approfitto per dirvi subito che adesso i movimenti di Sole si possono seguire liberamente on-line, a questo indirizzo.

In un commento al post precedente, Manuel mi scrive "Ho visto il grafico dei movimenti di Sole [...]. Sembrerebbe un vagare senza meta, senza una precisa direzione. Tutto ciò che significato ha? Spero che in 4 anni non abbia ormai perso la voglia e la forza di stare in mare da sola!"

Siccome me lo chiedono in tanti, cerco di dare la mia "visione" su quello che sta facendo Sole. Premetto che purtroppo a causa di un problema di programmazione i primi dati sulle immersioni (profondità, durata) di Sole sono arrivati in maniera non leggibile, ma i tecnici dell'Università di Pisa che collaborano con noi in questo progetto hanno rispolto il problema e pian piano recupereranno questi dati.
Al momento però non li ho, e invece sarebbero ovviamente stati utilissimi per intepretare il comportamento della nostra tartaruga.

Basandomi solo sui punti geografici direi invece questo:
- Sole è rimasta in un'area circoscritta, davanti a Riccione, a pochi chilometri dalla costa. Solo negli ultimi tre/quattro giorni pare avere preso un po' il largo con decisione
- non sappiamo se il suo sia un "vagare senza meta", perchè non sappiamo cosa fa tra un punto della mappa e l'altro. Galleggia? Nuota con vigore? Vaga? Mangia? Chissà. Con i dati delle immersioni sapremmo certo di più.

Io dunque leggo la mappa di Sole in questo modo (ma ogni altra interpretazione, in questa fase, è possibile):
Sole è stata oltre quattro anni in vasca, in un luogo molto circoscritto e con il fondo a poche decine di centimetri sotto a lei. Adesso è in mare, e io sono certo che per instinto, se non per memoria, questo luogo non le è del tutto nuovo e sconosciuto. Non deve scoprirlo ma ri-scoprirlo. Ma ci vuole tempo per riprendere confidenza. Confidenza con tante che cose che aveva perso: la sabbia del fondale, le onde, il vento, i pesci e gli altri organismi che convivono con lei, le informazioni chimiche, fisiche, sensoriali che le giungono da ogni dove, e che deve cercare di re-imparare a interpretare.
Io penso poi che stia in acque basse perchè voglia "vedere" il fondale sotto di sè, per sicurezza, perchè laggiù c'è il cibo, e laggiù è più facile cacciare e anche riposare. O magari sta solo mangiando a più non posso perchè sente l'acqua diventare più fredda ogni giorno che passa e si prepapara a muoversi, ad andarsene.

Per la verità non so davvero cosa stia facendo Sole, questo è quello che farei io se fossi lei. Per il resto posso sperare anche io che "in 4 anni non abbia ormai perso la voglia e la forza di stare in mare da sola". Per il momento continuamo a seguirla e a fare il tifo per lei.

lunedì 27 settembre 2010

Sole è a casa

Le facce. Quando ripenserò alla meravigliosa giornata di ieri, le facce della gente, dei nostri volontari, di noi stessi, saranno la prima cosa che mi tornerà in mente. Facce felici, soddisfatte, gioiose, commosse, emozionate, sorridenti. Tutte consapevoli di avere condiviso un bel momento, una piccola impresa, che non cambierà la storia di nessuno, ma che nessuno dimenticherà presto.

Ieri mattina, in una splendida giornata di... sole (e come poteva essere altrimenti?), la nostra Sole è tornata in mare. E' stato tutto bellissimo. Soprattutto vedere quanta gente è venuta per salutarla. Sole, la beniamina di Cetacea ma ormai di tutta una città. C'era pure il sindaco (ma a Sole non sembrava interessare molto).
Io mi sono goduto l'affetto della gente comune, dei volontari che sono venuti anche da fuori solo per salutare una tartaruga che tornava in mare. Una delle tante, mi verrebbe da dire, ma che sciocchezza. Io ne ho rimesse in mare più di 200, ma Sole non era certo, non lo era più da un pezzo, "una delle tante". Più di quattro anni insieme qualcosa vogliono dire.

Quando abbiamo trasportato Sole dalla sua vasca, fin sulla riva, lei è era davvero molto disorientata. Ha anche cominciato a girarsi verso la direzione sbagliata. Allora l'abbiamo portata ancora un po' più avanti, proprio sul bagnasciuga, con l'acqua che le lambiva le zampe. Lì si è impietrita, ferma, immobile a guardare (almeno credo) il mare che l'aspettava e forse la spaventava.
In quel momento mi ha fatto molta tenerezza e ho fatto una cosa che ancora mi stupisce: mi sono chinato e l'ho baciata sulla testa (vedi la foto). Poi l'abbiamo spinta definitivamente in acqua, dove ha tentennato un po', finchè alla prima ondata ha cominciato a pinnare con vigore ed è partita.
Ah, che meraviglia vederla andare, andare, finalmente andare. Sei a casa adesso, Sole! E stai attenta piccola, qua da noi non ti vogliamo più rivedere, anche se ci mancherai.

mercoledì 22 settembre 2010

Sole torna in mare

Dopo un ricovero durato oltre 4 anni, la tartaruga Sole torna in mare

Ho già parlato, anche se ormai quasi quattro anni fa della tartaruga Sole. Sole è arrivata al nostro Ospedale delle Tartarughe nel luglio del 2006. Era stata trovata a Ravenna, spiaggiata, con la testa spaccata da un'elica. Sembrava morta, lo era quasi. Poi la cocciutaggine del nosro veterinario, Giordano, e il lavoro incessante dei nostri volontari e del personale di Cetacea hanno fatto il miracolo.
Ma c'è voluto tempo, tanto tempo prima che Sole guarisse. Quasi un anno solo per la ferita, poi i problemi neurologici eccetera.
L'estate scorsa avevamo programmato il suo ritorno in mare, poi invece un nuovo problema (al fegato) ci aveva fermato.
Ora il momento è arrivato. Domenica prossima, condizioni meteo permettendo, Sole torna in mare.

Vi assicuro che, pur avendo direttamente portato in mare oltre duecento tartarughe, stavolta la sensazione è davvero strana. Sole è stata con noi più di quattro anni. Quattro anni, nel bene e nel male, cruciali e di cambiamento per Fondazione Cetacea. In qualche modo lei era l'unica costante di una situazione che contnuava a cambiare. Quando, nell'inverno del 2009 abbiamo smantellato tutti gli impianti dell'Ospedale per poi allestire il nuovo centro Adria, abbiamo mantenuto attiva solo una vasca, ed era per Sole. La granda vasca da 15.000 litri che abbiamo ora, la vasca di riabilitazione, per molti e di certo anche per me, è "la vasca di Sole". Fino a domenica.

Non credo di essermi mai affezionato a un animale di quelli che ho avuto tra le mani e ho aiutato a guarire. Non fa parte del mio carattere e neanche del mio rapporto con gli animali in generale. Ho per loro un profondo rispetto, rispetto la loro natura, il loro essere, la loro dignità. Non sono pet, sono solo altri abitanti del nostro stesso pianeta. Come noi, al pari di noi.

Però stavolta un po' di emozione c'è. Mi pare strano l'Ospedale delle Tartarughe senza Sole, anche se sono ovviamente felice per lei. E preoccupato. Ce la farà? Più di quattro anni in vasca non sono uno scherzo. Quattro anni senza mare, senza cacciare, senza profonde immersioni, senza onde, burrasche, correnti... Basterà l'istinto? Noi pensiamo e speriamo di sì. Sul dorso avrà comunque un trasmettitore satellitare, che oltre a dare la sua posizione, darà anche la durata e la profondità delle sue immersioni. Dati che serviranno a capire una piccola parte di quello che le succederà "là fuori".

E comunque ci penseremo dopo. Adesso è ora della festa. La festa di Sole. Siete tutti invitati, qui il programma.

martedì 14 settembre 2010

Arriva "The cove"

Esce in Italia il DVD di "the cove", e porta con sè la polemica sui delfinari

Esce in questi giorni in Italia, edito da Feltrinelli, il DVD del film “The cove” ormai celebre per avere vinto il premio oscar come migliore documentario. Il film esce in confezione assieme al libro “Il lamento del mare” di Caterina D’Amico, libro che in verità non so come sia nè di cosa parli.
Di cosa parla il documentario invece è noto, e potete leggerlo qua, visto che ne ho già parlato.

A quanto pare anche in Italia l’uscita del film provoca un’onda di commenti, articoli e in definitiva riflessioni. In un commento a un altro post, un lettore mi segnala questo articolo su Il fatto quotidiano.

E quasi inevitabilmente si finisce anche per puntare il dito sulla questione dei delfini in cattività. E dico inevitabilmente perchè una (buona) parte della scandalo di quello che succede in quella baia giapponese, è proprio legato all’industria dei delfinari, dal momento che, prima che cominci il massacro, i delfinari stessi scelgono e prelevano dall’acqua gli animali che andranno a riempire le loro vasche.
Un articolo che mi è capitato sotto agli occhi è sul Venerdì di Repubblica, un testo duro e deciso di Giuliano Aluffi che senza mezzi termini condanna, dati alla mano, l’industria degli show dei delfini. Il testo è un insieme di dati, pareri, pubblicazioni (alcune cose non sono nuovissime, non che questo significhi che sono meno valide) e insomma il quadro completo è quello triste di una attività che, per meri scopi commerciali, costringe e sacrifica creature delle quali scopriamo, sempre più, le straordinarie capacità cognitive e le complesse caratteristiche sociali e comportamentali.

Un altro articolo lo aspettavo, perchè sapevo che sarebbe uscito, in quanto chi l’ha scritto, Gabriele Salari, mi ha contattato per telefono per un parere sul film e… dintorni. L’articolo lo trovate su Famiglia Cristiana di questa settimana alle pagine 22 e 23. Al telefono con Salari abbiamo parlato del film, e poi anche della cattività. Il “condensato” di quanto gli ho raccontato è in un box che titola “I delfinari? Meritori ma superati” (il titolo non è mio). Il testo: Se i delfini sono oggi così amati” afferma Affronte “è dovuto anche a strutture come i delfinari che oggi, però, credo abbiano fatto il loro tempo. Nel film “The Cove” abbiamo visto che i proprietari dei delfinari vanno a scegliersi gli esemplari migliori mentre gli altri vengono destinati all'alimentazione. Ma c'è da domandarsi se il motore del massacro non sia proprio l'industria dei delfinari”.
Ogni tanto nascono dei delfini in cattività, ma sono ancora troppi gli animali che nel mondo continuano ad essere prelevati in natura, nonostante in molti paesi la loro importazione sia vietata dalla Convenzione di Washington. Senza contare i molti animali che muoiono durante il trasporto.>

Ho già scritto qua quanto la mia idea sui delfinari e sulla cattività sia cambiata negli ultimi anni, e non a caso recentemente ho anche firmato questa “Dichiarazione dei diritti dei Cetacei”. Cosa che invito anche voi a fare.

mercoledì 8 settembre 2010

Il pasto della liuto

La tartaruga liuto (Dermochelys coriacea) è la più grande delle tartarughe marine, e forse la più difficile da studiare. Enorme, maestosa ma elusiva e soprattutto sempre in movimento. Non si conoscono nemmeno punti di particolare aggregazione di questi docili giganti, così diventa difficile anche individuare le aree dove poterne approfondire le conoscenze. Sono cittadine delle acque profonde, navigatrici solitarie per le quali la parola “confine” non ha nessun senso.
In realtà qualche area in cui, specialmente per motivi alimentari, le tartarughe liuto si aggregano è stata individuata, e una di queste è lungo la corrente californiana, al largo delle coste occidentali degli Stati Uniti.
Questa corrente porta un carico di nutrienti che sostiene complesse e ricche catene alimentari. Qui le liuto cercano il loro cibo preferito: le meduse. Le analisi genetiche degli ultimi anni hanno identificato questi animali come provenienti dalla popolazione che depone le uova sulle spiagge dell’Indonesia, alla bellezza di 13.000 miglia di distanza. Un bel viaggio, non c’è che dire.
E va affrontato con le dovute riserve di energia. Un’impresa non da poco per un animale che si nutre di organismi così poco nutrienti, come le meduse. E infatti si stima che una tartaruga liuto debba mangiare ogni giorno l’equivalente del 20-30% del suo stesso peso. Per un animale che può pesare anche due o tre quintali, se non di più, fate voi il conto!
Le tartarughe liuto marcate e seguite con i trasmettitori satellitari, partivano dalle coste della California verso le acque tropicali del Pacifico, dove restavano per qualche mese per ripartire verso il nord e la California. Qui però necessitano di almeno due o tre anni di abbondante alimentazione, prima di poter di nuovo affrontare la lunga traversata verso le spiagge di riproduzione.
Nelle acque californiane gli studiosi hanno documentato una correlazione fra la presenza delle meduse e quella delle liuto. Inoltre le concentrazioni di meduse variano su scala stagionale, annuale e addirittura decennale, il che significa che le liuto devono essere attente e “consapevoli” di queste variazioni, in modo da trovarsi nel momento giusto in mezzo alla massima concentrazione di meduse.
Per una ancora maggiore comprensione di come le tartarughe liuto si nutrono e si comportano rispetto alle meduse, delle piccole telecamere montate su ventose, sono state applicate sulla pelle delle tartarughe stesse, in modo da vedere come e cosa “vede la tartaruga”.
Così ecco le liuto che salgono in superficie proprio in mezzo alle aggregazioni di meduse, dove si è visto poi che si nutrono principalmente non solo delle specie più grandi, ma anche di quelle più ricche di carbonio. Di più: di ogni medusa “azzannano” (in realtà non hanno nè denti nè tanto meno zanne) solo le parti più ricche a loro volta di carbonio, prendendone da diverse meduse, ad ogni immersione.
Si calcola che in un anno ogni singola tartaruga mangi centinaia di tonnellate di meduse, ed è bene sottolineare dunque quale ruolo importante svolgano negli equilibri della corrente californiana.

venerdì 27 agosto 2010

Una fattoria in mezzo al mare

Gli allevamenti cileni di salmoni, e non solo quelli, mettono a rischio l'ambiente naturale

Fino a qualche anno fa sembravano la soluzione di ogni problema. Il mare è troppo sfruttato e si sta impoverendo? Perchè invece che pescare i pesci selvatici non li alleviamo?
Bello, no? Non servono più prelievi in natura e, molla ancora più efficace, si possono ricominciare a guadagnare dei gran bei soldoni. Soldoni che con il declino drammatico della pesca mondiale sembravano cominciare a venire meno. Dunque via con le grandi “fish farm”, e pure i consumatori più coscienziosi possono continuare a mangiare il pesce senza più il senso di colpa per contribuire a depredare le scarse risorse marine.

Ben presto però, il business dell’allevamento in mare, perchè questo è subito e soprattutto diventato, un grosso affare, ha cominciato a mostrare i suoi lati negativi. Ormai gli esempi si sprecano, e valga fra tutti quelli che qui riporto, reso noto recentemente dal Max Planck Institute.

Il Cile è uno dei massimi produttori mondiali di salmoni di allevamento. Ne esporta, solo verso gli USA, per un valore di oltre due miliardi di dollari. La zona con la massima concentrazione di impianti si trova nell’area, ricca di fiordi, della provincia di Aysen, in Patagonia (provincia che in massima parte, ma non in quella acquatica, è classificata come parco nazionale). Da notare che la gran parte degli allevamenti che invece si trovavano a nord del Cile, hanno recentemente chiuso i battenti a causa dell’ISA (Infectious Salmon Anaemia), un virus che causa anemia nei salmoni (negli allevamenti i salmoni sono concentratissimi, dunque i virus hanno vita facile). A proposito, il salmone allevato è quello altlantico, qui alieno per il Cile, un ulteriore rischio per l'ecosistema naturale che lo "ospita".

In ogni caso, ben presto è stato chiaro in quali modi, purtroppo più di uno, questa concentrazione di allevamenti sta modificando e danneggiando l’ambiente e molti suoi abitanti. Per esempio, Heike Vester, ricercatrice norvegese che studia i leoni marini in quell’area fa notare, con fervore, come i giovani leoni marini restino spesso impigliati nelle reti che circondano gli allevamenti, restando soffocati. Spesso persino quando riescono a liberarsi, si portano con sè pezzi di rete che possono successivamente soffocarli o impedire loro i movimenti.

Questo si aggiunge ad altri negativi effettivi della farm sull’ambiente, purtroppo oramai già ben noti. Gli eccessi di cibo, e i grossi quantitativi di feci prodotte dai salmoni possono essere trasportati via dalle correnti e andare a modificare, alterandone le catene alimentari, le aree limitrofe. Lo stesso dicasi, con effetti ancora peggiori, per l’elevato utilizzo di medicinali e pesticidi che l’elevata concentrazione di salmoni necessariamente richiede.

Come se non bastasse, le misurazioni acustiche effettuate nell’area hanno evidenziato un problema ulteriore. Il rumore prodotto dalle navi che vanno e vengono dagli allevamenti, e dai generatori per la conservazione e la distribuzione del cibo, è costante e di elevata intensità. Questi disturbi sonori possono impedire le comunicazioni fra i mammiferi marini, che possono decidere di abbandonare quell’area. E parliamo di specie a rischio come la balenottera azzurra, (Balaenoptera musculus), la megattera (Megaptera novaeangliae), la balenottera boreale (Balaenoptera borealis), il lagenorinco australe (Lagenorhynchus australis) il cefalorinco eutropia o delfino del Cile (Cephalorhynchus eutropia).

Ancora una volta viene da pensare, con sconforto, come per ragioni di profitto ci si lanci in imprese senza prima studiare i possibili effetti, anche e soprattutto sull’ambiente, di queste attività. Non credo fosse difficile prevedere come gli accumuli di cibo e di rifiuti prodotti da queste strutture avrebbero causato problemi all’ambiente circostante. E lo stesso vale per gli altri “effetti secondari”… Ma almeno possiamo essere contenti perchè gli allevamenti riducono la pressione della pesca sugli ambienti naturali? Mica tanto. Adesso un terzo del pesce pescato nel mondo serve come nutriente per i pesci di allevamento. Un bel autogol, davvero.

mercoledì 11 agosto 2010

Libri lungo il cammino

Da qualche settimana mia figlia di 9 anni sta male, e proprio in questi giorni è ricoverata di nuovo in ospedale. Non ne voglio parlare qui, ma a parte il fatto che questo è anche il motivo per cui ho trascurato da un po’ di tempo il blog, questa situazione mi porta a passare diverso tempo a casa. Infatti o sono in ospedale con lei, o sono a casa con gli altri due figli che hanno 11 e 3 anni e dunque non possiamo lasciare da soli per molto tempo.
Così, nelle ore a casa mi capita di trovare dei ritagli di tempo per cose per le quali di solito non ne ho mai. E ieri ho dato anche una sistemata ai miei libri. In casa abbiamo libri principalmente in due stanze. In salotto ci sono molti libri miei e di mia moglie, quasi tutti di narrativa e diversi saggi, più la sempre crescente collezione di libri per ragazzi di mia figlia, la più grande. Ci sono poi diversi libri “dormienti” sui comodini, uno o due quasi sempre in bagno, altri abbandonati nella camera dei bimbi. Poi c’è la piccola stanza in fondo al corridoio.
Questa stanzetta ha, al momento, tre funzioni: è il ripostiglio delle cianfrusaglie (giocattoli ingombranti, scarpe, borse e zaini, e altro; da due mesi è la stanza di Baffo, il nostro gattino; infine c’è il mio angolino, quelo che vedete nella foto, con una piccola scrivania, il pc e la stampante, uno scaffalino da parete con i miei CD (off limits per i bimbi), una piccola libreria e la mia mensola.

I libri di questa stanza non sono quasi mai di narrativa. Chi la fa da padrone è il mare, anche se ci sono anche altri argomenti, più o meno scientifici. Mi piace guardare e riprendere in mano e sfogliare questi libri, perchè moltissimi di loro per me rappresentano qualcosa, una storia, un periodo della mia vita, un ricordo di qualcuno.

Sulla libreria ci sono ad esempio tutti i miei libri di etologia e comportamento animale. Ricordi di un vecchio esame per l’accesso dottorato in etologia (non passato…) ma ripresi in mano molto volte per curiosità, interesse o ricerche. Nello scaffale sotto, la mia collezione della rivista Adriatico, per la quale scrivo, e il gruppone di libri sugli squali. Ne ho molti, sia italiani che inglesi, e buona parte di questi sono stati un prezioso regalo della mia amica Irene Bianchi, biologa e squalologa, che in occasione di un trasloco mi ha passato una parte della sua sterminata collezione.

Poi c’è la mensola che, appesa proprio sul muro accanto alla scrivania, raccoglie libri a cui sono molto affezionato, per diversi motivi.
Un gruppo di questi sono la base su cui ho lavorato per il mio ultimo libro, che è attualmente “in giro per editori” in cerca di pubblicazione, e dunque ancora libro, veramente, non è. Sono tutti libri inglesi, soprattutto americani, comprati usati su librerie on-line come BetterWorld e AbeBoooks. Pagati pochi dollari, hanno il fascino delle cose usate, con sottolineature e appunti lasciati chissà da chi, e ai quali si sono aggiunti i miei segni.

Poi ci sono le copie dei libri che ho scritto io, Il mare che non ti aspetti, quello sulle tartarughe marine, quella sull’ambiente della provincia di Firenze, quello sui pesci di acquario e poi anche libri in cui dentro c’è un mio contributo, uno sull’Adriatico, uno sulla Pet Teraphy.

Molti altri sono i libri che io chiamo “di quelli che conosco”, cioè opere di autori che conosco di persona o che comunque ho incontrato qualche volta. “Abbecedario Adriatico” e “Un mare. Orizzonte adriatico” di Fabio Fiori (un amico biologo romagnolo), “Il dilemma della sfinge” di Notarbartolo di Sciara, “Cosa fanno gli squali tutto il giorno nel mare?” della vulcanica Eleonora de Sabata, “Che cos’è la bioetica animale” di Barbara de Mori (la conosco da poco, fa parte come me del gruppo di lavoro ministeriale per la redazione delle Linee Guida sugli spiaggiamenti di Cetacei vivi), “Le mie balene” di Maddalena Jahoda, “Una scelta di vita” di Luca Pagliari (me l’ha regalato in occasione di una presentazione che abbiamo fatto insieme alla darsena di Rimini), “Com’è profondo il mare” di Tete Venturini, “Tra sabbie e scogliere” di Attilio Rinaldi (Direttore del Centro Ricerche Marine di Cesenatico), “Angel” di Antonietta Righetti.

I libri della mensola si completano con qualche volume a cui tengo particolarmente, non so, “L’origine delle specie” di Darwin, una biografia dello stesso Darwin, “Piano B 3.0” di Lester Brown, “La scimmia nuda” (uno dei miei preferiti) e “La mia vita con gli animali di Desmond Morris, l’autobiografia di Bill Russell (grande cestista degli anni ’60-’70), l’autobiografia di B.B. King (il re del Blues), un libro sulla Caulerpa taxifolia (l’alga assassina…) e uno sulla storia del Celacanto (il pesce Latimeria chalumnae, un vero fossile vivente) più qualcosa d’altro.

Mi piace come questi libri segnino un percorso, come sassolini caduti lunga la via della mia vita, professionale e non. E so che dovunque andrò, li porterò con me. E sono curioso di sapere quali altri avranno l’onore di “salire sulla mensola”, durante il cammino.

venerdì 23 luglio 2010

Chi cerca lo squalo bianco?


Un inusuale interesse per lo squalo bianco in Adriatico

Il grafico qui sopra mostra l'andamento delle visite al mio blog. Come si può vedere, a partire da lunedì scorso c'è un'impennata che ha portato a triplicare le visite medie che ricevo ogni giorno su queste pagine.
La cosa mi fa piacere ma mi ha anche incuriosito molto. Che è successo? Sono diventato famoso tutto ad un tratto?
Tengo monitorate le statistiche del blog con il programma Google Analytics. Dunque sono andato a dare un'occhiata e ho visto che la gran parte di tutti i contatti di questi giorni, in pratica tutti quelli nuovi, derivano da persone che cercano su Google queste frasi:
- squalo bianco adriatico
- squalo bianco in adriatico
- squalo bianco nell'adriatico
- squalo nell'adriatico
e così via.
Insomma, questa settima c'è stata tantissima gente che ha cercato su Google notizie sullo squalo bianco in Adriatico.
Ho cercato nelle news ma non ho trovato nessun avvistamento recente di questa specie nel nostro mare. Per la verità un mese fa un cucciolo di squalo bianco è stato pescato al largo delle coste abruzzesi, ma era appunto un mese fa. Dunque? Qual'è il motivo di tanto interesse? Non lo so, non l'ho ancora scoperto.
La mia amica Eleonora de Sabata di SharkNews ipotizza che l'interesse sia dovuto alla messa in onda, lunedì 21 su Italia1, della trasmissione "Wild. Oltrenatura", un programma dove si parla di animali ma in modo sensazionalistico e quasi cruento, insomma molto "trash". E forse lunedì si è parlato di Squalo bianco. Forse. Non lo so.
Qualcuno là fuori sa dirmi chi va a caccia di squali bianchi in Adriatico, in questi giorni?

Aggiornamento delle 16:15
Forse ho capito. Mi ha telefonato ora un giornalista del Corriere Romagna che cercava la stessa notizia, e lui ha trovato che, a quanto pare, il Ministero del Turismo della Croazia ha diramato un allarme per l'avvistamento di uno squalo bianco di 4 metri. La notizia è del 5 luglio, ma dopo qualche giorno è rimbalzata su Facebook, ed ecco la psicosi da squalo...
Ecco due o tre link:
http://tinyurl.com/3x8lx8a

lunedì 19 luglio 2010

Gli artisti del baratto

L'incontro con Ilaria e Alfredo Meschi e le loro opere ispirate al mare.

Nei tre giorni appena passati, presso il centro Adria di Fondazione Cetacea, sono state in mostra le opere - tele, sculture e piccolo artigianato - di Ilaria e Alfredo Meschi. Una delle sculture, l'opera "Fly, turtle, fly", è stata creata dai due artisti per l'occasione, e poi donata a Fondazione Cetacea.
L'evento non ha avuto purtroppo il risalto che meritava, sia a causa di un'organizazzione non perfetta (colpa nostra, della nostra stanchezza e del periodo difficile che attraversiamo) sia perchè il turismo a Riccione non è propriamente quello a caccia di eventi culturali.
Ma tant'è. Per me è stata l'occasione di conoscere due belle persone, con le quali mi pare di aver capito che condivido pensieri e desideri. Dalle chiacchierate soprattutto con Ilaria, mi è rimasta la loro serenità, la voglia di stare fuori da certi schemi, il desiderio di una vita che risponda prima di tutto alle proprie necessità e non a quelle imposte "dal sistema", e una scala di priorità e valori molto chiara e poco "conformata". Anche loro, seppur con realismo e concretezza, inseguono il sogno della "decrescita felice", e lo fanno con i fatti.
A Bosa, in Sardegna, dove vivono ora (dopo Livorno, dove sono nati, e la Scozia, dove hanno vissuto per un po') hanno inventato un B&B&B, cioè un Bed&Breakfast... & Baratto.
Sì nel loro splendido "VillaVillaColle" la camera per le vacanze non si paga con i soldi, ma con qualcosa in cambio.
Non vi sembra bellissimo? Ecco come funziona, nelle loro stesse parole: "Decrescita felice, economia del dono, sistemi monetari locali e alternativi. Il modello neoliberista scricchiola ed in tanti stiamo sperimentando forme diverse sperando che l’economia del Pil ci saluti quanto prima.
E’così che nasce VillaVillaColle, il primo B&B&B anticrisi!
Si, tipo un B&B ma con una B in più, bed, breakfast e… baratto. A VillaVillaColle, per passare una settimana di vacanza o un week-end di relax i soldi, infatti, non servono, preferiamo barattare. Noi vi offriamo la possibilità di pernottare in una camera romantica, nel centro storico di un borgo medievale, a due passi da un mare cristallino. Con una ricca colazione biologica.
Pensate un po’… una vacanza, una pausa rigenerante, una sosta in questo scenario fuori dal comune è alla portata di tutti, senza la social card dei nostri governanti cialtroni e in barba alla crisi finanziaria. Basta, appunto, condividere,scambiare, barattare…
Marmellate bio in cambio di un week-end? Perché no? Producete qualcosa di biologico? Parliamone! Siete appassionati di favole e cartoni animati in dvd? Bene! Magari siete dei geni dell’informatica o degli elettricisti o degli idraulici talentuosi? Ce ne è sempre bisogno!
Perchè pagare un minimo di 25 euro a persona (quello che spenderste in un B&B tradizionale a Bosa) quando possiamo liberamente incontrarci: la nostra ospitalità per la vostra creatività. Un'occasione di vacanza, di scoperta, di arricchimento reciproco, senza tirare in ballo neanche un euro! Se siete produttori d'olio di oliva bio, lo accetteremo volentieri e se ci aiuterete a restaurare un vecchio infisso ve ne saremo grati.
Ma il baratto per noi non ha come parametro quello del "tornaconto", foss'anche non monetario, non è il nostro obiettivo. Story tellers, musicisti e artisti vari, amanti del ricamo, dell'escursionismo, della pesca in canoa, dell'autoproduzione di detersivi o di giochi solari, nonni custodi di antichi saperi...
Ognuno ha un baratto prezioso da offrire, una passione da condividere, un sogno da regalare e questo è ciò che conta per VillaVillaColle! Le possibilità di condivisione e scambio sono perciò infinite quindi, proponete, arrovellatevi, date spazio alla fantasia...".

Cari Alfredo, Ilaria e Elia, grazie per la vostra visita, il vostro lavoro, e per aver accolto il grido di aiuto di Cetacea.
Un abbraccio forte e ci vediamo l'anno prossimo a VillaVillaColle. Ma cosa vi potrò mai portare, in cambio dell'ospitalità?

Un articolo su Alfredo e Ilaria
VillaVillaColle
Le Swimmingsculptures

martedì 13 luglio 2010

Pesci fuor d’acqua – Pesci nell’acqua

dal 16 al 18 luglio
Centro Adria, Ospedale delle Tartarughe via Torino 7/A Riccione

“E’ la statua che diventa viva o il pesce che si pietrifica?”
Swimmingsculptures

Mostra di sculture di Ilaria e Alfredo Meschi

Ilaria e Alfredo Meschi hanno una grande fascinazione per il mare, questo li ha portati a trasferirsi da Livorno alla cittadina costiera di Bosa, in Sardegna, dove attualmente vivono e lavorano. Sin dal suo primo avvistamento subacqueo di pesci che nuotavano in mare con la luce che brillava sulle loro scaglie argentate, Alfredo ha cercato di catturare questa sensazione visiva, inspiegabile a parole, con vari mezzi. Al momento l’enfasi è sulle sculture in acciaio e terracotta, la coppia lavora insieme in armonia, Alfredo lavora sulle forme e Ilaria si prende cura delle superfici, dei colori e dei segni. In una seconda fase prendono foto delle sculture e le stampano in edizione limitata su tela.
La risposta dei Meschi ai problemi ambientali del pianeta è evidente nel loro lavoro – nel loro uso di materiali naturali che comprendono tesori trovati nelle loro esplorazioni delle spiagge e nella loro rappresentazione di una delle più importanti e pertinenti forme di vita del pianeta, i pesci.
Il risultato è questa splendida collezione di originali sculture marine e tele evocative che potrete ammirare presso il Centro ADRIA – Ospedale delle Tartarughe in via Torino 7/a a Riccione.
La mostra è visitabile negli orari di apertura del Centro: ore 10-12,30 e 15,30-19,00
In occasione della mostra il Centro sarà aperto anche sabato sera dalle 20 alle 22,30
Le opere in mostra potranno essere acquistate da chi fosse interessato e parte dell’incasso verrà devoluta alla Fondazione Cetacea per la cura delle Tartarughe Marine.
Per informazioni: 0541.691557

lunedì 5 luglio 2010

Visite inattese

L'Adriatico sempre più teatro di avvistamenti eccezionali

Ho visto passare circa 300 tartarughe dal nostro centro di recupero, nei 13 anni e mezzo di lavoro per Cetacea. Per non parlare del migliaio di esemplari già morti. Tutte Caretta caretta. Tutte tranne una, la Lepidochelys kempii (si chiama Tequila), in questi giorni ricoverata presso l'Ospedale delle Tartarughe. E' davvero strano vederla nelle nostre vasche, ancora più strano e sorprendente pensare che è il primo esemplare mai rinvenuto in Adriatico (per quanto ne sappiamo...).

Di certo negli ultimi anni il nostro Adriatico ci ha stupito non poco, e i "record"di Fondazione Cetacea cominciano a essere un certo numero:

- pochi giorni fa la prima Lepidochelys kempii mai segnalata in questo mare (il sesto/settimo esemplare per tutto il Mediterraneo)
- il 23 maggio 2010 segnalati tre globicefali. E' la seconda segnalazione in Adriatico, dopo una del 1920
- il "probabile" zifio del 29 dicembre 2005
- il 4 agosto del 2002 avvistata e fotografata la prima megattera
- la pubblicazione del 1993 in cui si segnalavano catture storiche di Peseudorca in Adriatico

Poi c'è il capodoglio del 2005, i quattro o cinque grampi dell'ultimo decennio, la balenottera comune spiaggiata nel 2007 e le poche altre transitate qua.

Ora, a parte la segnalazione delle pseudorche, poi mai più registrate, tutto il resto mostra un quadro in continuo cambiamento, con specie "nuove" che si aggiungono volta per volta. Il mare sta cambiando? Beh direi di sì. Ma questi avvistamenti sono i segnali di cambiamento? Mmh, probabilmente no.
Secondo me sono solo la prova di una maggiore attenzione, forse anche solo una maggiore presenza, sul mare. E' aumentata la fruibilità del mare e dunque ci sono molte più persone che possono effettuare avvistamenti. E poi è cresciuta la sensibilità e l'attenzione verso eventi di questo tipo, dunque anche chi avvista, non tiene per sè la notizia, ma tende a comunicarla e a diffonderla. Poi sono cresciuti (come numero o come importanza) anche gli enti o le persone che possono ricevere, valutare e eventualmente ri-diffondere queste notizie: in questo caso Fondazione Cetacea e la sua sempre maggiore presenza sul territorio e la sua "notorietà" presso i fruitori del mare.

A quando la prossima sorpresa?

lunedì 28 giugno 2010

Il viaggio di Tequila

Tartaruga viaggia dal Messico all'Adriatico. E' la prima segnalazione di questa specie nel nostro mare.

Ci risiamo. Eccolo di nuovo, quello che da anni continuiamo a chiamare l'Adriatico delle sorprese. Un mare che non finisce di stupire, e che fa pensare che basta dedicargli un po' di attenzione - Fondazione Cetacea lo fa da venti anni - perchè mostrare tutta la sua vita, la sua varietà, la sua peculiarità.

Dopo i globicefali di qualche giorno fa, ecco un'altra notizia da prima pagina. Il ritrovamento nelle acque di Bellaria (RN) di un tartaruga bastarda (Lepidochelys kempii). E' una specie che non vive in Adriatico e neanche nel resto del Mediterraneo. Si tratta dunque di un ritrovamento eccezionale, il primo in assoluto nel nostro mare.

In Mediterraneo l’unica segnalazione prima del 2000 risale al 1929. Abbiamo poi due esemplari catturati nel 2001, uno al largo della Spagna e uno al largo della Francia. Un altro avvistamento è di qualche anno dopo, nel sud della Spagna, mentre l’ultimo è del 2006 al largo di Valencia.

Per capire quanto sia sorprendente questa notizia basti pensare che l'unico sito di deposizione di questa specie si trova in Messico (guardate il pallino giallo di questa mappa)! Dunque, in un modo o nell'altro, questa tartaruga ha attraversato l'Atlantico, e pure mezzo Mediterraneo, per trovarsi dove è stata pescata.

L'esemplare, che è stato chiamato Tequila, non è molto grande, 33 cm il suo carapace, ma d'altro canto questa specie non è di grandi dimensioni. Si trova ora ricoverato presso il centro Adria, dove i primi visitatori hanno già potuto ammirarlo, forse senza rendersi conto dell'importanza dell'esemplare davabti ai loro occhi.

Sabato, tramite la lista MedTurtle, ho informato la comunità scientifica e già sono arrivati i primi riscontri, e l'invito a pubblicare subito una nota sulla rivista Marine Turtle Newsletter. Sto raccogliendo i dati.

Se passate da Riccione, ora avete un motivo in più per fare una sosta ad Adria.

Intanto, ecco le foto.

mercoledì 16 giugno 2010

Ucci, ucci, sento odor...

Il segreto dell'olfatto degli squali

Quando faccio lezioni o conferenze sugli squali mi soffermo molto sui loro organi di senso. Impossibile non farlo, dato che il mondo sensoriale degli squali è ampio e vario, e ai cinque sensi "normali" si aggiunge il senso elettromagnetico, capace di captare i debolissimi campi elettrici emessi da ogni essere vivente.
In genere nella "narrazione" inizio dall'udito, molto sviluppato e che consente allo squalo di sentire suoni a bassa frequenza da distanze molto lontane. Poi arrivo all'olfatto, sofisticato e preciso.

Ora, un lavoro pubblicato su Current Biology il 10 giugno mostra che almeno una parte di quello che si pensava, e che io riportavo, sull'olfatto degli squali non è propriamente esatto.
Gli squali hanno in genere un muso piatto e largo, e le narici sono poste a una certa distanza l'una dall'altra. Questo spazio fra le narici, che sono "costruite" in modo da fare scorrere l'acqua al loro interno per analizzare l'informazione odorosa, si spiega, o si spiegava ,con la necessità di confrontare l'informazione odorosa che giunge alle narici. Lo squalo dunque si sarebbe diretto verso la direzione che corrisponde alla narice che dà il segnale più forte. Ecco, dicevamo, come lo squalo si orienta seguendo la traccia odorosa, anche proveniente da molto distante, e risale alla preda.
Ma lo studio di Jayne M. Gardiner e Jelle Atema ha ora mostrato che c'è un errore in questa rappresentazione. Infatti non è la differenza di concentrazione dell'odore fra una narice e l'altra a dare l'informazione. E' invece una questione di tempi.
In pratica lo squalo riesce a cogliere con quale ritardo un odore colpisce una narice dopo avere colpita l'altra, purchè questo ritardo non sia inferiore a mezzo secondo (!!). Lo squalo dunque orienterà il suo nuoto verso la direzione della narice che ha captato per prima l'informazione. In questo modo, con aggiustamenti successivi, raggiunge la fonte dell'odore, e dunque la preda.
Se il tempo che passa fra l'attivazione di una narice rispetto all'altra è inferiore a mezzo secondo, le probabilità che lo squalo vada a destra o a sinistra sono identiche. Ma non prosegue diritto, o va da una parte o dall'altra, in questo modo prima o poi le due narici verranno colpite dall'odore in tempi diversi, superiori al mezzo secondo, e lo squalo si orienterà.

L'idea che fosse la differenza di concentrazione dell'odore fra le narici a fare la differenza, non può funzionare, spiegano i ricercatori, perchè in un mezzo fluido come l'acqua la dispersione delle particelle odorose "è incredibilmente caotica" e il flusso di queste particelle è irregolare, con picchi e vuoti, dunque inutile per dare informazioni sulla provenienza.
La scoperta è interessante e mostra da una parte quali macchine biologiche meravigliose siano questi animali (ma lo sapevamo già) e dall'altra quanto ancora abbiamo da scoprire su di loro. Ne avremo il tempo, prima che riusciamo a cancellarli dalgi oceani (circa 100 milioni di squali vengono uccisi ogni anno)?

martedì 8 giugno 2010

Adria in Festa


Sabato 12 giugno festa di apertura di Adria e liberazione di tartarughe

PROGRAMMA DELLA GIORNATA

10:00 Apertura del Centro ADRIA con animazione per bambini, visite guidate

15:00 Partenza delle tartarughe dal Centro e imbarco al porto di Riccione

15:30 Partenza della nave oceanografica Daphne, della motonave Queen Elisabeth* e della motovedetta della Capitaneria di Porto

* Imbarco sulla motonave Queen Elisabeth a Misano Adriatico – bagno 27/28
Costo del biglietto : adulti 10€, bambini 8€ Prenot. 339 6848787

20:00 presso il centro ADRIA grande festa con cena a base di pesce preparata dai pescatori di Cesenatico.
Costo 22 € a persona (comprensivo di devoluzione all'Ospedale delle Tartarughe) - prenotazione obbligatoria con anticipo di 5 €
Tel. 0541 691557

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venerdì 4 giugno 2010

Il mare crivellato

Si moltiplicano, in Italia, i permessi per trivellare in mare, in cerca di petrolio

Le immagini e le notizie che provengono dal Golfo del Messico continuano a rimepire i nostri occhi e anche i nostri pensieri. Non si può fare a meno di pensare al disastro di quelle acque, di quegli ambienti, di quelle vite.
Qui trovate il report giorno per giorno di tartarughe, delfini e altri animali trovati morti.
Molti dicono o diranno che questa è l'occasione per riflettere, per rivedere forse qualcosa nel modo in cui l'uomo si rapporta e sfrutta il pianeta. Sciocchezze. Non cambierà nulla.
Adesso si preferisce spostare l'attenzione su Obama: "è stato distratto", "è stato poco deciso". Mah. Il vero problema è che si continua a sfruttare una forma di energia che è limitata, che si sta esaurendo, e soprattutto che ha dimostrato di essere assolutamente non sostenibile da questo pianeta. Eppure si va avanti, sempre nella logica del "tutto e subito". Tutto e subito il profitto, si intende. Poi ai danni (non solo quelli causati dagli incidenti come questi, ma anche quelli permanenti come i cambiamenti climatici) ci si penserà dopo.
Infatti, pochi giorni fa il governo federale americano ha autorizzato l'avvio di un nuovo pozzo petrolifero in mare. Dove? Ma a 50 miglia dalla Louisiana, ovvio.
E in Italia? E i nostri mari?
Il sito di Greenpeace Italia riporta una situazione allarmante: "Al momento, oltre alle 66 concessioni di estrazione petrolifera offshore con pozzi già attivi, sono in vigore 24 permessi di esplorazione offshore, soprattutto nel medio e basso Adriatico (Abruzzo, Marche, Puglia) e nel Canale di Sicilia. L'area delle esplorazioni supera gli 11.000 kmq, una superficie assai maggiore di quella che attualmente ospita pozzi operativi (poco meno di 9.000 kmq)." E ancora "in Italia questi permessi continuano a essere rilasciati senza alcun ripensamento apparente. Anzi aumentano e sappiamo il perchè: nel nostro paese le royalties da pagare allo Stato per le trivellazioni sono del 4 per cento e non del 30-50 per cento come per altri Paesi. [...] In Italia, inoltre, oltre a royalties molto più basse, non si paga alcuna imposta per i primi 300.000 barili di petrolio all'anno: oltre 800 barili (o 50.000 litri) di petrolio gratis al giorno.
Le attività esplorative sono effettuate o richieste da imprese ben note, come ENI, EDISON e SHELL, ma anche da imprese minuscole, anche con soli 10.000 euro di capitale sociale: in caso di incidente non potrebbero noleggiare nessun mezzo idoneo a raccogliere il petrolio!"
Chiaro no? Se non ne avete abbastanza, guardatevi qua la mappa delle trivellazioni in Italia.

mercoledì 26 maggio 2010

Globicefali in Adriatico!

E’ il secondo avvistamento mai registrato nell’Adriatico settentrionale

Domenica scorsa, il 23 maggio, il sig. Fabio Innocenti, appassionato di mare e di pesca, è uscito con la sua barca per una delle prime escursioni della stagione. Si è diretto verso sud, al largo dunque di Misano Adriatico e Cattolica.
Quando si è trovato a circa 4 miglia dalla costa ha notato qualcosa di strano, un po’ distante da lui. “Sembrava un’onda strana, o forse un tronco galleggiante ma si dirigeva veloce verso di me e non c’era vento”.
Infatti ben presto si è visto avvicinato da tre delfini, ma molto strani, non ne aveva mai visti di simili. “Dopo 5 minuti ero attorniato da tre grossi mammiferi di un colore strano, sicuramente grigio-scuro, un colore uniforme senza chiazze chiare. Poco belli da vedere.” Così li descrive.
Scatta appena in tempo alcune foto, poi i tre animali prendono il largo.
Il giorno dopo invia le foto ad alcuni quotidiani locali. Uno di questi contatta Fondazione Cetacea, ed ecco la sorpresa. Quelli nelle foto sono sì delfini, ma di una specie molto particolare e normalmente non presente in Adriatico: i globicefali.
I globicefali (Globicephala melas) sono una specie di delfini che è abbastanza comune in Mediterraneo occidentale, ma praticamente assente nel bacino orientale e appunto nell'Adriatico.
L'unica altra segnalazione di globicefali nel nostro mare risale al 1920 circa (erano due esemplari catturati nella tonnara dell'isola di Rab, in Croazia).
Ieri sera sono stato a lungo al telefono con il sig. Innocenti, che ha descritto nei minimi particolari l’avvistamento. Ovviamente non si era reso conto di essere stato protagonista di un avvistamento eccezionale, anche se ripeteva che “delfini così non ne avevo mai visti prima”.
La notizia verrà ora divulgata da Cetacea alla comunità scientifica, e inoltre si cercherà di allertare chi va per mare, in modo da ottenere eventualmente ulteriori segnalazioni. Non c’è dubbio che i tre esemplari, che apparentemente sono in buona salute, siano comunque fuori dalle loro rotte e aree abituali, e dunque ci si augura possano presto ritornare ad acque più consuete. Inutile ogni ipotesi sul perchè siano qua.

Il globicefalo prende il suo nome dalla forma della testa molto pronunciata e tondeggiante, presenta una livrea uniforme senza macchie (tranne che sul ventre quindi normalmente non visibili) e di colore nero o marrone. Ha corpo molto allungato, e raggiunge anche i 6 metri di lunghezza per 2 tonnellate di peso.
In inglese viene chiamato Pilot whale, cioè delfino pilota, perchè in genere forma gruppi che sembrano seguire un esemplare che li guida, il “pilota” appunto. E’ protagonista, in varie parti del mondo, di spiaggiamenti di massa molto numerosi (una volta in Norvegia, anche 1000 esemplari in una volta), e si dice che la causa sia proprio dovuta all’abitudine di seguire l’esemplare “pilota”, se questo si ammala e perde l’orientamento, si spiaggia e gli altri lo seguono… In realtà altre ipotesi sono forse più probabili.
Vive in genere in gruppi di alcune decine si esemplari, e in Mediterraneo è comune nel mare di Alboran, alle Baleari e nella porzione occidentale del Mar Ligure. Meno frequente in Tirreno, diventa rarissimo in tutto il bacino orientale.

Fondazione Cetacea rimane in allerta per ulteriori eventuali segnalazioni, e ringrazia nuovamente il sig. Fabio Innocenti, non solo per non essersi tenuto la notizia per sè, ma anche per la bella abitudine di viaggiare in mare costantemente accompagnato dalla sua fedele macchina fotografica.

Qui le tre foto:
http://www.flickr.com/photos/cetaceaonlus/sets/72157624139208808

martedì 18 maggio 2010

A Riccione, a scuola di tartarughe

Gli operatori dei centri di recupero tartarughe marine delle Marche a scuola da Fondazione Cetacea

Durante l'anno appena trascorso, il Ministero dell'Ambiente ha completato alcune azioni che riguardano le tartarughe marine. Ha prodotto la prima versione del “Piano di azione Nazionale”, ha pubblicato le definitive Linee Guide per i Centri di Recupero Tartarughe Marine italiani. Infine, per regolare tutta le questione territoriale, ha dato incarico a ogni regione costiera di mettere a punto e coordinare una Rete regionale, che faccia riferimento a un Centro di Recupero principale.
La Regione Marche, nei mesi scorsi, approntando questa rete si è subito rivolta a Fondazione Cetacea, che pur essendo in territorio romagnolo, da sempre si occupa di questi Rettili, anche sulle coste marchigiane.
In base alla convenzione siglata il 10 maggio scorso, l'Ospedale delle Tartarughe di Fondazione Cetacea è il punto di riferimento per tutta la costa marchigiana, per ogni questione riguardante le tartarughe marine. Un riconoscimento dovuto e inevitabile al lavoro ventennale di Cetacea.
Sul territorio marchigiano sono stati individuati tre punti di Prima accoglienza:
- a nord, il Parco Naturale del Monte San Bartolo
- al centro, il Parco del Conero in collaborazione con il Comune di Numana
- a sud, la Riserva Naturale della Sentina, in collaborazione con l'Università di Camerino

Questi centri si occuperanno di recuperare le tartarughe spiaggiate, vive o morte, sul tratto di costa di loro competenza. Per gli animali già morti, raccoglieranno informazioni e dati, che confluiranno nel database di Fondazione Cetacea, e da qui a quello Ministeriale.
Nel caso di animali vivi, potranno ricoverarli nelle strutture che sono state predisposte, fino a un periodo massimo di 48 ore, in attesa del trasporto e della definitiva ospedalizzazione presso Cetacea.

Gli operatori, volontari e no, di questi tre centri, e anche il personale dell'Università di Camerino, dovranno seguire una specifica formazione. E giovedì 20 maggio, infatti, verranno ospitati e istruiti da Fondazione Cetacea, in un corso intensivo su queste tematiche:
- biologia generale delle tartarughe marine
- tartarughe marine in Adriatico (ecologia, conservazione)
- procedura di intervento su tartaruga viva e su tartaruga morta (rilievi dati, manipolazione, trasporto, rapporti con le istituzioni, rapporti coi media, etc.)
- gestione degli animali in vasca

Dopo una prima parte di lezioni teoriche, nel pomeriggio gli “studenti” si sposteranno direttamente fra le vasche del centro riccionese, a “toccare con mano” la gestione, la manipolazione e le procedure pratiche sulle tartarughe in difficoltà.

Nel frattempo, causa temperature ancora troppo basse, non sono ancora iniziati i rilasci in mare delle tartarughe guarite, e l'Ospedale è al completo con ben 25 ricoveri.
Ben presto verrà annunciata l'apertura ufficiale della stagione del Centro Adria, prevista il 12 giugno, in occasione del rilascio in mare della storica Sole, la tartaruga ricoverata da quasi 4 anni e ora finalmente pronta a tornare a casa.

In attesa di schiarite sul fronte economico, dove la situazione di Cetacea resta comunque davvero difficile.